Street art: fantasmi della crisi e carisma impazzito, ILCORPO.COM, 17 ottobre 2013

Gli stickers di Jim Jones nelle strade romane

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17 ottobre 2013 

Street art,  fantasmi della crisi e carisma impazzito. Gli stickers di Jim Jones nelle strade romane

INTRODUZIONE: Il collega Enrico Pozzi interviene su alcuni stickers apparsi misteriosamente a Roma con l’immagine del reverendo Jim Jones, morto e che ha procurato la morte di 907 persone della sua setta. L’apparizione delle misteriose immagini lo portano a interessanti collegamenti con l’attuale clima politico italiano. (Silvia Vessella)

IL CORPO  – 17 ottobre 2013

ENRICO POZZI

A ondate successive, sono apparsi nelle piazze e strade romane gli stickers con una foto classica di Jim Jones.

Il Reverendo Jim Jones era stato il fondatore, e poi l’angelo della morte, del People’s Temple, un setta-chiesa californiana suicidatasi con il cianuro il 18 novembre 1978 a Jonestown, la comune creata nel cuore della giungla della Guyana: 908 morti, di cui almeno 200 bambini, più qualche altro sgozzato e suicida nella sede del Tempio a Georgetown.

Dubito che molti in Italia sappiano chi è Jim Jones, e che faccia avesse. Questo rende ancora più curiosa e ectoplasmatica la sua apparizione sui semafori, i segnali stradali, i cassonetti e le mura di via Nomentana, piazza Alessandria, piazza Buenos Aires, tanto per rimanere a dove li ho visti io.

Lo sticker non ha firma o nome. Anche se ci fosse scritto Jim Jones, sono pochissimi i passanti che lo ‘riconoscerebbero’ e lo collegherebbero a uno straordinario episodio di autodissoluzione catastrofica del sociale: forse solo qualche mio studente degli anni passati. Poi Jim Jones in inglese USA è come dire Pietro Rossi in Italiano, un nome individuale che è nome collettivo, non nome proprio ma nome di una categoria, la banalità dell’essere umano seriale. Dunque di nuovo un nome anonimo.

C’è una tonalità mortifera e già morta in quel volto. La si coglie con inquietudine anche senza sapere dei 908 morti di Jonestown, tra cui Jim Jones stesso. E c’è la forma iconica e tipografica del ‘santino’, ma con un’aura che non sa di santità. Presente eppure morto, anonimo pur avendo un nome, ‘santo’ di distruzione: un revenant, tornato dal regno dei morti, latore di un invito a seguirlo verso il nulla, ancora una volta, come i 907 dietro a lui verso il cianuro, nella giungla (ma lui preferì la morte fallica, un colpo di pistola alla tempia). Der Rattenfänger, il pifferaio magico, dove il piffero era la voce-musica, che ha accompagnato il gruppo dei seguaci fino alla voce-rantolo della morte per soffocamento.

Ma perché ora, a Roma? Why not? Potrebbe essere una ironica rappresentazione dell’esito del carisma postmoderno di Berlusconi, pifferaio magico che ha trascinato dietro a se chi lo seguiva per amore e chi per odio – che era pur sempre amore -, accecando a tutto il resto, ai topi che rimanevano acquattati nella polis. Berlusconi ectoplasma con l’apparenza della vita, zombie intessuto e costituito delle proiezioni e identificazioni di coloro che lo seguono. Berlusconi già in realtà morto che non vuole morire, cioè uscire di scena, che per il capo carismatico è la stessa cosa, dato che vive di pubblico, suggendo il pubblico. Berlusconi che non accetta l’esito di ogni vita, e la sorte ineluttabile del carisma: « da una vita di impeto e di emozione, estranea all’economia, fino ad una lenta morte per soffocamento sotto il peso degli interessi materiali, ogni carisma si trova in ogni ora della sua esistenza, e in misura crescente col passare delle ore » [Max Weber, Economia e società, Milano, 1961 (1922), v. II, p. 442]. Berlusconi che, come ogni capo carismatico, tiene insieme il sociale tramite se stesso, e traduce la sua morte in pericolo di dissoluzione della società, che è la forma sociologica della fine del mondo. 

Il santino di Jim Jones  rappresenta e rende esplicito un flusso profondo del nostro immaginario politico e delle nostre emozioni collettive, il corpo mistico del sociale che si dissolve insieme al corpo politico e naturale del Sovrano. O forse rappresenta, più semplicemente, la percezione sotterranea di un corpo sociale senza speranza, destinato a una implosione entropica, cannibale di se stesso, senza un progetto capace di trasformare la paura e la rabbia in una bocca che divori la realtà e il futuro; un corpo sociale che rivolge contro di se le proprie forze vitali, in un processo autoimmune che equivale al fantasma di un suicidio collettivo. Morire tutti insieme in una coesione terminale: Why not? sembra cantarci lo stanco bambino psicotico che si nasconde nella nostra pancia sociale. I sogni dei miei pazienti in analisi lo dicono senza tregua. Non è stato Jim Jones, il sovrano folle, a portare Jonestown alla morte. Ma è Jonestown che ha inventato il capo carismatico capace di concretizzare  la folie à plusieurs delle sue fantasie di morte. Il nucleo folle del sociale, call me Jonestown, ha voluto – vuole – morire. Questo ci rimanda come uno specchio il gioco di questi enigmatici stickers di spettri disseminati per le vie di Babilonia a ricordarci che per non pochi tra noi ormai l’energia del mondo è finita e il sole si sta spegnendo.