Ti “seguo” il paziente su Twitter. Psicanalisti alla prova dei social, REPUBBLICA.it, 19 dicembre 2014

Dalle sedute su Skype alle app per registrare i sogni. Una professione che accetta le sfide del web e si interroga sul rapporto che avrebbe Freud con Facebook. Foto del passato e confessioni sui social possono aiutare le terapie ma c’è il confine della privacy. E quando a twittare è il dottore? Violazione dell’etica professionale o opportunità per una diagnosi migliore?

Repubblica.it, 19 dicembre 2014

Ti “seguo” il paziente su Twitter. Psicoanalisti alla prove dei social.

INTRODUZIONE: Antonino Ferro e Jones De Luca, rispettivamente Presidente e Segretario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), intervengono sul tema delle nuove frontiere dei social e dei loro significati per la psicoanalisi e nella relazione con il paziente. Tra problemi etici e nuove feconde opportunità, uno dei dibattiti aperti nella nostra comunità psicoanalitica, che si conferma partecipe del ‘mondo che cambia’ come recita il titolo del prossimo Congresso mondiale della International Psychoanalytical Association (IPA): “Changing World” IPA 49th Congress, Boston 22-25 July 2015 (Giuliana Rocchetti)

Repubblica.it, 19 dicembre 2014
Cesare Buquicchio

freud rassegnaINVIDIE, nevrosi, amori, rabbie, gioie, gelosie, sospetti, paure. Abbiamo imparato che questo, e molto altro, può suscitare una assidua frequentazione dei social network. È inevitabile, dunque, che anche una disciplina come la psicoanalisi si trovi a misurarsi ogni giorno con il web e con i suoi luoghi di socializzazione.

“Non sa quante volte, aprendo una pagina Facebook, ho avuto la tentazione di accettare i suggerimenti che mi indicavano i miei pazienti come possibili ‘amici’ da seguire”, confessa la dottoressa Jones De Luca, segretario della Società Psicoanalitica Italiana. “Mi sono sempre fermata per una questione etica, ma soprattutto metodologica. Il paziente deve essere sempre libero di decidere cosa racconta e mostra al suo analista. Decide consapevolmente o meno cosa occultare e cosa svelare e questo fa parte del gioco, è essenziale nella terapia ed è irrinunciabile per la sua libertà. Andare a vedere la pagina Facebook di un paziente sarebbe come ‘spiarlo’ per strada quando non pensa di essere visto, ascoltare le telefonate che fa con un amico, oppure farsi raccontare delle cose su di lui da qualcun altro”.

Nonostante le precauzioni etiche, web e social hanno comunque rotto gli argini di una disciplina che indaga così intimamente i comportamenti umani. E così, tra favorevoli e contrari, ecco fiorire i casi di sedute di terapia svolte su Skype, decine di applicazioni per smartphone che aiutano a segnare i sogni appena fatti per raccontarli sul lettino e soluzioni per tablet a disposizione degli analisti per appuntare e archiviare online tutti i dettagli degli incontri. “Ma non solo”, continua De Luca, “le sedute da anni ormai sono piene dei racconti di quello che succede ai pazienti su Facebook e Twitter: la foto condivisa, l’abbattimento per non essere abbastanza ‘popolari’. Tutto un versante di narcisismo e insicurezze, sicuramente preesistente e rintracciabile nel rapporto con i genitori nella prima infanzia, ma che i social hanno la tendenza a far emergere ed enfatizzare”.

Sembra concordare con questo punto di vista anche Jeffrey E. Barnett, psicoanalista e responsabile del comitato etico dell’American Psychological Association: “Anche se le informazioni sono a portata di clic con Google o Facebook non è giusto assecondare la curiosità. Foto e confessioni social dei pazienti possono essere utili nella diagnosi ma solo se vengono condivise durante la seduta”. “Se arriva poi la richiesta di amicizia da parte di un paziente è bene non ignorarla, rischiando di urtare la sua sensibilità, ma bisogna pensarci bene prima di accettarla. Io consiglio di discutere insieme l’argomento in una seduta e valutare se la condivisione sui social può aiutare o complicare la terapia”, continua Barnett.

Secondo gli studiosi nella nostra presenza sui social si tende a creare un sé simbolico che mescola un sé reale e un sé idealizzato. Il web, soprattutto per gli adolescenti, diventa uno spazio transizionale nel quale sperimentare sé stessi ed “esercitarsi a essere”. Ma in realtà non c’è nulla di nuovo. Anche in passato l’approvazione e l’accettazione degli altri e del gruppo era fondamentale. Siamo esseri relazionali che imparano a conoscersi e guardarsi attraverso gli altri. Ora questa approvazione passa dallo streaming di commenti, like e retweet degli altri.

Ma quando è il dottore a lasciarsi sedurre dai social? Un altro articolo della American Psychological Association mette in guardia anche da tweet che sembrerebbero innocenti come “ho avuto un buon pomeriggio” o “che giornata d’inferno al lavoro” ma che in realtà nascondono profonde violazioni della privacy. “Pensate a come potrebbero essere influenzati e a cosa potrebbero pensare i pazienti che sanno di essere stati in terapia in quel giorno”.

Molti psicoanalisti hanno adottato una “social media policy” che condividono con i pazienti già dai primi incontri. Keely Kolmes, terapista di San Francisco e assidua twittatrice da quasi 90mila follower non accetta inviti a seguire i suoi pazienti e li scoraggia dal rispondere ai suoi tweet, ma ammette: “La mia più grande preoccupazione su Twitter è pensare che, senza che io ne sia cosciente, sto comunque interagendo con i miei pazienti”.

Più indulgente su questo aspetto la dottoressa De Luca che è anche responsabile del rinnovato sito della Società Psicoanalitica Italiana ora molto più vivace e aperto anche ai non esperti, con sezioni sul cinema e sulla letteratura: “Utilizzare Twitter o il web come elemento divulgativo non mi sembra molto diverso dalle attività pubbliche e dagli interventi sui mezzi di comunicazione che facevano grandi psicoanalisti del passato come Donald Winnicott o Cesare Musatti. E lo stesso Freud, ne sono convinta, avrebbe indagato con grandissima curiosità le dinamiche di Facebook”.

Anche la possibilità di condurre sedute su Skype divide la dottrina. Alcuni studiosi ritengono essenziale nella terapia analizzare il linguaggio non verbale. Per altri incontrarsi “in remoto” è una preziosa possibilità. Per il nuovo presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Antonio Ferro, questa possibilità può anche essere un modo per abbassare i costi dei trattamenti e renderli alla portata di più persone. “Ho fatto sedute Skype con pazienti che erano al supermercato, all’estero per lavoro o a casa malati. Io preferisco il lettino anche perché oggi la comunicazione è così veloce che solo rallentando un po’ il ritmo si riescono a far emergere gli aspetti più importanti”, racconta De Luca. “Ma ci sono casi drammatici, dolorosi, in cui non perdere il contatto con l’analista è fondamentale. E allora ben venga la webcam”.

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