Umberto Eco: “Ricordo di uno stregone”, LA REPUBBLICA.IT (archivio del 30 ottobre 1991)

Umberto Eco: “Ricordo di uno stregone”

INTRODUZIONE. SPIweb vuole rendere omaggio a Umberto Eco. Vogliamo farlo strappando al lutto un sorriso, ripescando nell’Archivio di La Repubblica.it questo articolo del 1991 in cui- a dieci anni dalla morte di Lacan- con il suo insuperabile stile colto e scanzonato allo stesso tempo, Eco racconta ” la storia della mia storia d’amore con Lacan”.

Affascinato, anche se prevenuto e critico verso Lacan e le sue teorizzazioni nell’ “‘Opera Aperta”, colui che veniva “considerato il Massimo Antilacaniano di Milano Zona Sempione” venne invitato a cena da Lacan dopo una conferenza che lo psicoanalista parigino tenne a Milano nei primi anni 70: ” Qualcuno gli aveva detto che gli ero nemico, e lui voleva sedurmi. Mai seduzione ebbe maggior successo. Mi sedusse. E volevo lasciarmi sedurre, come se fosse stato una donna bellissima che mi chiedeva se, by the way, mi dava noia passare una notte con lei.

​Ma come fu che lo psicoanalista- o la psicoanalisi ” nel suo senso più alto”?- ​riuscì ad abbattere le resistenze del “diffidente” e agguerritissimo intellettuale? Forse, dicendo senza dire, è il finale dell’articolo a rivelarcelo:

Eravamo a cena, parlavo d’ altro, forse avevo messo troppa passione nel parlare d’ altro e Lacan, con l’ aria di chi parla d’ altro anche lui, ha lasciato cadere una parola che mi ha fatto vedere in modo diverso una esperienza che stavo vivendo, e a cui certamente mi riferivo fingendo di parlare d’ altro. Lacan aveva parlato distrattamente e mi aveva imposto di mangiare il mio Dasein. La mia vita è cambiata. Lacan non l’ ha mai saputo. Eppure credo che, col fiuto di un animale divoratore d’ anime, lui avesse capito che parlando d’ altro io parlavo di me, e ha lasciato cadere la sua battuta, parlando d’ altro, per colpire me al cuore. Non lo ha fatto coscientemente, era il suo istinto che lo portava a dire quello che ha detto. Era il suo fiuto dannato, reagiva senza riflettere, ma colpiva giusto. Non so se con quella battuta buttata per caso abbia consacrato la mia dannazione o la mia salvezza. Né so se mi stava restituendo bene per male o male per bene. Faceva (e intendo dare all’ espressione il suo senso più alto) il proprio mestiere. (a cura di M. G. Vassallo)

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