Una casa per i ragazzi autistici «Musica, animali e un futuro» CORRIERE DELLA SERA 3 dicembre 2016

Nell’Oltrepò pavese c’è Cascina Rossago: vita in autonomia lontani dalle famiglie (e band col batterista di Francesco Guccini)

 

INTRODUZIONE: sul  Corriere della Sera il giornalista Giangiacomo Schiavi racconta la storia e   l’esperienza di “Cascina Rossago”, un luogo dove cinque famiglie hanno organizzato, sulle colline di Pavia, la casa dei ragazzi invisibili, i ragazzi autistici.

Stefania Ucelli, psichiatra, Francesco Barale, psichiatra e psicoanalista, Silvia Fiore, pedagogista, Enrico Pozzato, medico, Elladde Bandini, batterista, Carlo Sini, filosofo, tutti insieme si alternano in quaranta  in un progetto di integrazione, per “continuare un percorso di crescita, con lo scopo di far emergere la loro umanità speciale”, (Silvia Vessella)

Corriere della Sera-03 dic 2016

Giangiacomo Schiavi

La casa dei ragazzi invisibili non è solo quella di Harry Potter. Ce n’è un’altra dove si fanno cose sorprendenti, per esempio trasformare un grande dolore in piccoli esperimenti di felicità. È a un paio d’ore da Milano, sulle colline di Pavia, si chiama Cascina Rossago e ci vivono persone speciali maltrattate dalla vita: qualcuno non parla, altri hanno una diagnosi di invalidità, altri ancora sono epilettici, disabili gravi, problematici, bambini nascosti troppo presto dai contesti sociali, che hanno messo alla prova l’affetto enorme dei genitori. Un figlio autistico non te lo prefiguri da grande. Non sai come lasciarlo. A chi affidarlo. A quale destino consegnarlo. Qui ventiquattro di loro, diventati adulti, sperimentano l’autonomia attraverso un lavoro comune che prevede attività manuali, dai campi alla stalla, nei laboratori di falegnameria, di tessitura e di musica, nella pittura e nelle botteghe di ceramica.

L’allevamento di alpaca

Ci sono frutteti, animali, un allevamento di alpaca, quaranta persone che si alternano per l’assistenza e c’è Stefania Ucelli, psichiatra, che vent’anni fa ha lasciato la cattedra e il lavoro per impegnarsi in un progetto che rende più umana la vita a chi è toccata la diagnosi di autismo. A Cascina Rossago c’è anche suo figlio. «Siamo venuti in Oltrepò dopo aver girato mezzo mondo in cerca di idee e contesti per far vivere meglio questi ragazzi. I figli non sono nostri per sempre, appartengono a se stessi, hanno bisogno di un aiuto che va oltre di noi».

Cascina Rossago è nata dal niente nel 2002, cinque famiglie si sono trovate d’accordo su un progetto di integrazione in una collina dove mancava tutto, la strada, l’acqua, l’elettricità e il telefono. Hanno inventato un modo di vivere sul modello delle farm communities, creato sinergie, alleanze, legami con l’università di Pavia, collaborazioni con i Comuni, il territorio e la Regione Lombardia, che ha dato l’accreditamento. Ai vuoti di organizzazione e di strutture, deleteri nell’autismo perché lasciano tutto al rapporto simbiotico con la famiglia, hanno contrapposto la condivisione di momenti di lavoro, di stimolo e di piacere. Non c’è ludoterapia, si fa sport. Non c’è pet therapy, si allevano animali. Non c’è musicoterapia: si fa musica. Con tutti i rischi del caso.

Dove s’insegna a tirar fuori il buono

Per una famiglia è difficile dare una delega, staccare il filo con chi sembra non farcela da solo. Silvia Fiore è una mamma coraggio, diventata pedagogista per amore della figlia autistica. Alla Fondazione Benedetta d’Intino, Milano, dove insegna, si sforza di tirar fuori il buono che si nasconde dentro un cervello tormentato. A Cascina Rossago viene a trovare sua figlia e pensa per lei a un futuro possibile. «Quando l’ho lasciata andare sono rimasta senza ossigeno. Facevo fatica a immaginare il suo viaggio senza di me, anche se mi diceva: mamma, per me sei troppo piccola…». C’è una forza speciale nei genitori che contrastano il destino di solitudine dei ragazzi con disabilità. «Qui ha trovato risposte ai bisogni di relazione e socialità — aggiunge Fiore —. Noi possiamo stare bene dappertutto, un po’ meglio o un po’ peggio. Loro no. Hanno bisogno di incontri, di costanza, di professionalità, di misurarsi in un campo non ostile».

La debolezza piena

Un tempo non c’era diagnosi. Autismo era sinonimo di drop out. Stefania Ucelli ha lavorato con il marito, Francesco Barale, anche lui psichiatra, su una definizione che sarebbe piaciuta a Giuseppe Pontiggia, lo scrittore di Nati due volte. «L’autismo non è un insieme insensato di comportamenti, una fortezza vuota. È una debolezza piena». Oggi questa «debolezza piena» porta a Milano un’esperienza emotiva e solidale che riassume una grande storia umana: l’Orchestra invisibile. È la conferma che attraverso la musica autismo e normalità possono incontrarsi e dialogare. «Quando abbiamo cominciato — racconta il fondatore Pierluigi Politi, psichiatra dell’università di Pavia — pensavamo che non avremmo mai suonato all’esterno di Cascina Rossago. Per questo ci siamo chiamati invisibili. Ma l’autismo è imprevedibile».

Pregiudizi

Ogni venerdì pomeriggio Enrico Pozzato, medico fotografo, Ellade Bandini, batterista di Francesco Guccini, il filosofo pianista Carlo Sini e Politi sfidano l’impossibile per trovare un’armonia. Un po’ di jazz, saxofoni, clarinetti, percussioni, tanta musica a natura variabile. «L’entrata dei ragazzi è sempre emozionante, una magia che non si dimentica», dice Bandini. Si vincono tanti pregiudizi mettendo insieme «la comunità, l’orchestra e la parola», scrive in una presentazione il filosofo Sini. «Non si guarisce dall’autismo, ma si creano le premesse perché queste persone possano continuare un percorso di crescita e far emergere la loro umanità speciale», spiega Stefania Ucelli. Precisa anche che questa non è utopia realizzata: se si vuole, si può fare”.

Vedi in SPIweb:

Rcensioni di Francesco Barale, Paolo Meucci e Stefania Ucelli al film “Temple Grandin”

L’ultimo numero 2016 della Rivista di Psicoanalisi dedicato all’autismo:

Maria Ponsi: “Se l’analista ha in mente il cervello”