Veramente è “tutta colpa di Freud”?, PANORAMA.IT, 6 febbraio 2014

Panorama . it  –  06-02-2014

Veramente è “tutta colpa di Freud”?

Quali sono le terapie attualmente più efficaci? E come scegliere un analista? Due “professionisti della mente” ci guidano in un viaggio alla scoperta della psicoanalisi moderna.

INTRODUZIONE: Angelo Piemontese pubblica su Panorama un’intervista  ai colleghi Mario Marinetti,  presidente del Centro Milanese di Psicoanalisi (Cmp) e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana ,  e Roberto Goisis, psicoanalista del Cmp e responsabile Cinema per la Spi  sull’attualità di Freud , della psicoanalisi, sulle patologie che portano oggi dallo psicoanalista,  e sull’efficacia della terapia psicoanalitica. (Silvia Vessella)

PANORAMA.IT

Angelo Piemontese

Ma davvero è “Tutta colpa di Freud”? Parafrasando il titolo del recente film con Marco Giallini, dove il protagonista è uno psicologo alle prese (con scarso successo) coi problemi esistenziali delle figlie , sorge spontaneo domandarsi se il pensiero del padre della psicoanalisi sia ancora oggi, a distanza di un secolo, davvero efficace nel curare il disagio psichico.

Siamo ancora disorientati, e forse anche un po’ sospettosi, nei confronti del vasto e a noi profani oscuro mondo della psicoanalisi, specialmente se influenzati da raffigurazioni un po’ triviali come quelle cinematografiche. Chi veramente soffre di disturbi legati al complesso territorio della mente, spesso si butta di primo acchito su internet e si perde in una marea di informazioni di cui non riesce a venire a capo, molte anche fuorvianti.

 E se ci rivolge al medico curante talvolta si viene indirizzati a un professionista magari non proprio idoneo per la specifica patologia, proprio perché serve un esperto per comprendere i sintomi e valutare le conseguenti cure.

Per far luce su questi ed altri aspetti, abbiamo chiesto a Mario Marinetti, presidente del Centro Milanese di Psicoanalisi (Cmp) e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana (Spi) e Roberto Goisis, psicoanalista del Cmp e responsabile Cinema per la Spi di chiarirci alcuni dubbi. 

Professor Marinetti, quanto nella psicoanalisi moderna è ancora influente il pensiero di Freud?

Il pensiero di Freud ancora oggi influenza in modo fondamentale la psicoanalisi moderna, per l’importanza che dà alla vita affettiva, alla sessualità, all’infanzia  e allo sviluppo del bambino attraverso le cure che riceve. Freud ci ha mostrato anche la capacità di approfondire e cambiare le sue teorie ogni qual volta nuove forme di patologia si presentavano alla sua osservazione. Nella sua opera è presente gran parte degli sviluppi a cui è andata incontro la psicoanalisi dopo la sua morte.

Qual è l’idea che la gente comune ha dell’analisi? Ci sono ancora dei pregiudizi?

“Nel cinema” dice Goisis “la nostra professione è spesso rappresentata molto diversamente dalla realtà. Ci siamo abituati e rassegnati. Ma non c’è nulla di male, anzi. Non stiamo parlando infatti di un documentario. La psicoanalisi è ancora un tema di interesse e di curiosità: anche un segnale di quanto la nostra professione sia entrata nella pratica quotidiana e nell’immaginario collettivo”.

Nel film l’immagine dello psicoanalista è un po’ stereotipata, com’è invece nella realtà?

Abbiamo di fronte uno psicoanalista sui generis, molto bizzarro. Certo ha la barba, come la maggior parte delle rappresentazioni iconografiche di Freud. Ma l’unico aspetto davvero stereotipato è, come accade quasi sempre nella realtà, che ogni volta che si viene a sapere la sua professione, attorno a lui ci sia un interesse misto a timore. Fuori dallo studio uno psicanalista è un essere umano come gli altri, e dovrebbe dimenticarsi di “fare” lo psicoanalista, ma cercare semplicemente di essere una “buona persona”, che non vuol dire una “persona buona”.

Quali sono, sempre nel film, le incongruenze o castronerie (forse usate a scopo comico) sulla figura del terapeuta e sull’analisi?

Ci sono molte incongruenze nella rappresentazione dello studio, ma soprattutto nessun psicoanalista chiederebbe a una persona che incontra nella vita di andare in analisi da lui, tantomeno se fosse il fidanzato della figlia. Nella realtà ovviamente è impossibile prendere in cura qualcuno così profondamente implicato nella propria vita. Uno psicoanalista dei giorni nostri è molto diverso da quello di trent’anni fa. Si è modificata la dimensione relazionale, nella quale anche il terapeuta è profondamente coinvolto e in contatto con i propri sentimenti ed emozioni: non è più un neutrale osservatore dell’altro, ma è un partecipante alle dinamiche intersoggettive.

E invece, cosa c’è di “azzeccato” di quanto dice il protagonista?

La classificazione che fa del genere maschile, i tre gruppi che identifica come categorie problematiche: il 95% degli uomini su questo mondo, come dice lui, salvandone solo il 5%, “sempre che si riesca ad incontrarli”. È molto divertente e azzeccata la categoria dei disturbi narcisistici, cioè quelle persone che sono sempre state considerate speciali, particolari e molto amate nella vita, specialmente dai propri genitori, che si credono un po’ “Dio”, e che fanno poi fatica a tenere i piedi per terra e ad avere delle relazioni normali.

Quindi qual è il messaggio “psicoanalitico” del film?

Nonostante il titolo che rimanda prepotentemente alla dimensione psicoanalitica, in realtà la psicoanalisi c’entra poco. La verità è che qualunque genitore fa fatica a capire i propri figli. E nemmeno basterebbero dieci lauree o la specializzazione in psicoanalisi. Infatti il protagonista, professionista della mente, non riesce a capire, gestire e affrontare le problematiche affettive delle figlie e alla fine a guidarlo sarà più il cuore che la ragione. Nel film sono presenti alcuni aspetti psicoanalitici, forse addirittura inconsapevolmente alle intenzioni del regista e degli sceneggiatori. In primis, la figura paterna. Il protagonista, abbandonato dalla moglie, ha deciso di non iniziare nessuna storia sentimentale per occuparsi delle figlie. Scelta discutibile quanto ai risultati: nessuna di loro riesce infatti ad avere una relazione duratura. Non è necessario scomodare Edipo, ma forse dobbiamo interrogarci sulla difficoltà di volersi bene e alla capacità di mantenere relazioni affettive stabili.

Identità sessuale, relazioni con partner molto più vecchi o giovani, recuperare il rapporto col coniuge: si va davvero in analisi per questi motivi, anche se non provocano ansie o depressione?

Le problematiche relazionali e affettive sono forse quelle per le quali più frequentemente si ricorre ad una terapia. Ci sono persone che chiedono aiuto per affrontare le problematiche affettive che qualsiasi relazione, sessuale o non, comporta quando fatica a funzionare. Depressione, disturbi d’ansia, attacchi di panico: in questi casi il sintomo emergente rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di un problema molto più complesso che il lavoro analitico permette di comprendere e affrontare.

Professor Goisis, qual è attualmente in Italia la scuola o metodo di terapia più usato (ed efficace)?

Il più “usato” è ancora quello di derivazione psicoanalitica. Stanno avendo grande diffusione anche le psicoterapie di orientamento cognitivo, sostenute dalle prove di efficacia. Ma le terapie psicoanalitiche hanno una maggiore durata nel tempo. Basta scegliere quella giusta per quella persona, in quel momento: “What works for whom, how and when?”

Per quali motivi in genere si intraprende un percorso terapeutico? Le relazioni sentimentali fallite quanto pesano?

“Negli ultimi anni è molto cambiato il tipo di sofferenza per cui si chiede l’aiuto dello psicoanalista”. Spiega Marinetti. “I grandi cambiamenti sociali, culturali, economici degli ultimi venti anni, la crisi delle strutture sociali che davano un senso di sicurezza e garanzia (stato, famiglia, religione, politica) hanno contribuito a fare emergere una grossa incertezza sul proprio senso di identità, una difficoltà a potere vivere ed esprimere le proprie emozioni: le persone che chiedono aiuto possono anche avere una brillante carriera lavorativa, ma spesso sono incapaci di avere una vita sentimentale soddisfacente e vivere una dolorosa sensazione di vuoto interiore.  Che a volte cercano di colmare con le tante droghe (reali o virtuali) che la vita moderna può offrire. Per questo è aumentato il consumo di sostanze. O, in alternativa, ci si chiude nel mondo di internet.”

Come può un paziente capire se la terapia “funziona”? Che risultati ci si deve attendere al termine della terapia?

“La terapia funziona se il paziente si sente compreso dal suo analista e se ciò lo aiuta a comprendere meglio l’origine affettiva dei propri disturbi.” Afferma Marinetti. “Ciò produce un miglioramento del suo rapporto con se stesso e con gli altri. Che si traduce non solo nell’attenuazione dei “sintomi” che l’hanno portato in terapia, ma anche in un miglioramento delle sue relazioni e della sua vita.” In soldoni, aggiunge Goisis, “se si accorge di avere una migliore armonia con se stesso e con le persone che gli stanno vicino, se avverte un miglioramento dei suoi processi di pensiero, di comprensione, di elaborazione delle emozioni “

Le cosiddette “terapie brevi” per cosa sono indicate?

Goisis sostiene che “per lungo tempo sono state osteggiate dagli psicoanalisti e considerate come incompatibili con un trattamento psicoanalitico. Da moltissimi anni in realtà le capacità nuove e più sofisticate dei terapeuti hanno permesso di sviluppare delle tecniche psicoanalitiche brevi particolarmente indicate negli stati acuti, nei problemi focali e monosintomatici, negli attacchi di panico, nelle crisi specifiche di certe fasi delle vita. I centri di Psicoanalisi diffusi nel territorio italiano hanno affinato lo strumento della consultazione, che permette non solo di comprendere i problemi di chi si rivolge a noi, ma anche di offrire una prima risposta per ridurre la sofferenza sulla psiche delle persone.  Se porta a un miglioramento e un benessere, la consultazione può anche essere sufficiente. In molti casi è l’inizio di un percorso psicoanalitico vero e proprio che potrà durare più a lungo nel tempo”.

Professor Goisis, come si sceglie il professionista giusto per le proprie esigenze?

Il vero successo terapeutico nasce da un buon incontro, definito anche “matching & tailoring”, tra le caratteristiche e i bisogni del paziente e le caratteristiche del terapeuta (tra queste non solo quelle professionali, ma anche quelle personali).  Quindi rivolgersi a un terapeuta che si sia formato seriamente, appartenente a delle associazioni psicoanalitiche ufficialmente riconosciute, e sufficientemente conosciuto nell’ambito della sua comunità. Un buon metodo è sentire il parere e l’esperienza di chi ci ha già lavorato. Inoltre, affidarsi al proprio intuito, sia quando rimanda a delle sensazioni positive, sia negative. Non c’è nulla di male nel verificare la compatibilità delle reciproche caratteristiche, magari consultando più di un professionista. nel caso di sensazioni spiacevoli, parlarne francamente e apertamente con il terapeuta. Per un buon successo di una terapia è fondamentale la reciproca interazione, che vuol dire parlarsi apertamente senza soggezione o timori reverenziali.

Se si scopre o si sospetta di aver a che fare con un ciarlatano, un incompetente o qualcuno che usa il carisma e le sue doti per suggestionare il paziente e abbindolarlo a chi ci si deve rivolgere?

“Rivolgersi a una delle associazioni psicoanalitiche per avere una verifica sulla correttezza del modo di lavorare del terapeuta. Come nel caso dei maltrattamenti, l’importante è non tenersi dentro le paure e i dubbi, ma parlarne con qualcuno in modo da avere un confronto e un conforto” suggerisce Goisis.