Kit per la sopravvivenza emotiva – RESTARE SANI, rivisitato Da Il Manifesto 7.01.2017 – Sarantis Thanopulos

Dal 2017 nessuno si aspetta grandi cose. Il nostro pessimismo è, ragionevolmente, aumentato rispetto a un anno fa e, a giudicare da numerosi segnali, sono in arrivo guai seri. Del processo patologico che ci investe è difficile distinguere le cause dai sintomi: l’iniquità mostruosa degli scambi, la concentrazione delle risorse e delle ricchezze nelle mani di oligarchi, la xenofobia galoppante diventata la fonte d’ispirazione dei movimenti (a)politici di successo, lo svuotamento dell’ordinamento democratico, laddove esiste, il connubio stabile tra lavoro precario e disoccupazione, la gioventù sempre più sfruttata e sempre più senza futuro, la ricerca scientifica umiliata come mezzo di conoscenza e ridotta a strumento di un potere tecnocratico tanto sofisticato quanto ottuso.

Quali che ne siano le cause e gli effetti, viviamo in un mondo psichicamente insano. La sanità psichica consiste nell’essere “vivi”: capaci di sentire i propri desideri e emozioni in profondità e di godere della loro intensità e delle loro trasformazioni. Nell’essere “svegli”: poter dormire per sognare, essere sufficientemente reattivi per distinguere tra giorno e notte. Infine, nello “stare bene”: in grado di vivere il piacere nella sua complessità e di provare dolore.

Non c’è bisogno di fini strumenti diagnostici per capire che queste tre qualità della sanità psichica versano in pessime condizioni. Il rifiuto delle trasformazioni e della profondità dell’esperienza sono fenomeni di culto di massa. Per tenersi svegli si ricorre a eccitanti di ogni tipo che trasformano i sogni in allucinazioni. La mancanza, il lutto e il dolore sono vissuti da cui fuggire e il vivere anodino è diventato sinonimo del piacere. Non si vive per provare piacere, ma per non soffrire. Tra il nucleo vivo, rimasto desiderante, dell’umanità e la vita esteriore delle relazioni in superficie si è creata una fascia spessa di materia inerte, tessuto fibroso costellato di aree limacciose, infette che genera depressione, incubi persecutori e violenza cieca.

La depressione dell’esperienza collettiva non lascia spazio a una vita politica ,vera e propria (il conflitto tra desiderio e bisogno e tra uguaglianza e diseguaglianza). Ragionare in termini di categorie politiche e immaginare progetti conservatori, populisti, riformisti, rivoluzionari, è diventato faticoso: sembra, a tratti, uno sforzo surreale.

I veri potenti di oggi sono gli spacciatori di una patologia sociale. Privi di una chiara posizione e funzionalità, non gestiscono strutture stabili e definite. Non hanno il controllo di ciò che sta accadendo, lo promuovono senza essere in grado di governarlo. Godono di una forza enorme nella misura in cui ne sono i servi più coerenti e non i padroni. Qua e là appaiono nelle vesti di re Mida (una ricchezza  insieme ingioiellata e arruffona) e allora si capisce che ballano sul Titanic. Sarebbe cosa saggia e costruttiva che non restassimo nella stiva.

Tra coloro che cercano di rimanere nel campo politico della gestione della vita comune, per riportarla a una sua sana espressione conflittuale, e i portatori di una malattia feroce che si è impadronita del potere per auto-riprodursi insieme all’eccitazione/anestesia (la cura perversa) che la fa prosperare, si è aperto un iato abissale di cui è necessario prendere atto. Il nostro auspicio per gli anni a venire non può essere che la ferma determinazione a restare sani. Ingannevole (un cavallo di Troia) è la pretesa di reinventare la Polis. L’unica prospettiva credibile è la sua radicale bonifica dalla peste che la infesta. A partire da cose fondamentali, come coltivare l’amicizia ad oltranza.

Possiamo limitare i danni della malattia creando zone protettive tra le parti sane e il processo morboso. Tuttavia, questo è un atteggiamento difensivo (in attesa di tempi migliori) e si sa che sotto una crescente pressione anche le migliori dighe possono cedere. È necessario dunque  coltivare ciò che è “vivo”, re-espanderlo a spese della malattia. A partire dall’amicizia.

L’amicizia e la differenza. L’amicizia  fonda la Polis, ci porta oltre i legami di “sangue”,di famiglia (οίκος). Perché esprime la parità dei soggetti sul piano del desiderio e ama, non rifugge la loro differenza (nella sua forma più nobile: la φιλία πρώτη). L’amico presume  il nemico: la sua libertà (senza la quale non esiste una vera amicizia) di contraddire il mio desiderio.

La nostra epocadistrugge l’amicizia. L’inerzia (di origine psichica) che ne deriva, producendo l’afasia di cui parla Maurizio Balsamo, ma possiamo anche chiamarla alessitimia, segnala che viviamo sempre di più in un mondo in cui l’altro ci è estraneo, indifferente. Promuoviamo l’amicizia che, al contrario dell’estraniazione, ama la differenza e non teme il conflitto.