Repubblica.it, 15 agosto 2018 Genova, il crollo del ponte Morandi. Intervista ad A. Lucattini

Repubblica.it

15 agosto 2018

Dossier-Cronaca

Genova, il crollo del ponte Morandi

Intervista ad Adelia Lucattini  di Chiara Nardinocchi

Introduzione: Come sopravvivere al trauma, come dare ascolto da subito a chi direttamente o indirettamente ne sia colpito? Adelia Lucattini, Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, psichiatra ed esperta di psicoanalisi dell’emergenza, nell’intervista di Chiara Nardinocchi, mette a fuoco il complesso problema dello stress traumatico che coinvolge corpo e mente. (Maria Naccari Carlizzi)

 

Intervista ad Adelia Lucattini di Chiara Nardinocchi

Repubblica.it

15 agosto 2018

Dossier-Cronaca

Genova, il crollo del ponte Morandi

Genova, quel disco rotto nella mente di chi è sopravvissuto. La psichiatra: “Non fate domande, saranno loro a raccontare”

di CHIARA NARDINOCCHI

15 agosto 2018

 Le reazioni delle vittime allo shock sono molteplici. È importante non chiedere e stare loro vicini. L’esperta: “Individuare il responsabile è molto importante perché gli effetti di un trauma sono più gravi nel lungo periodo se causato da altri esseri umani” 

ROMA – A poche ore dal crollo del ponte Morandi di Genova, si susseguono i racconti di chi era lì, di chi si è salvato e di quelli che su quel viadotto hanno perso qualcuno. Così mentre si continua a cercare tra le macerie sperando di trovare ancora sopravvissuti, le vittime fanno i conti con ciò che hanno vissuto e che ha segnato per sempre le loro vite.

La psicanalista e psichiatra Adelia Lucattini della Società psicoanalitica italiana si occupa da anni di psicoanalisi dell’emergenza e ha già messo le sue conoscenze a disposizione dei terremotati del Centro Italia dopo il sisma del 2016.

“Le reazioni di fronte a un evento del genere possono essere due. La prima – spiega l’esperta – che è la più comune è di raccontare incessantemente quanto accaduto. È una conseguenza dell’effetto dissociativo, infatti ne parlano come se non fosse successo a loro. Spesso in questi casi, se si fanno domande, le risposte riportano sempre allo stesso racconto, come un disco rotto”. E il disco rotto continua a girare anche di notte. In queste persone infatti è comune sviluppare una forte insonnia perché sognano e si svegliano come se fossero nel mezzo dell’evento traumatico.

A questa fase di negazione e dissociazione di solito ne segue una connotata da forti attacchi di panico. In entrambi gli step è necessario evitare di fare domande dirette su quanto accaduto e lasciare che siano proprio le vittime a parlare.

L’altra reazione, più comune soprattutto nei bambini è lo shock che determina una forte difficoltà di parlare di quanto accaduto. Hanno un’improvvisa dissociazione, una sorta di vuoto di memoria, anche se non sono confusi. Spesso non riescono proprio a raccontare. Anche in questo caso è meglio evitare domande dirette. “Quando le vittime reagiscono così – afferma Lucattini – bisogna stargli vicini, fare domande generiche e parlare soprattutto dello stato fisico. E piano piano questa vicinanza emotiva che però non tocca la ferita, permette alle vittime di parlare di ciò che è successo. A volte ci voglio pochi giorni a volte anche mesi”.

Per chi sopravvive a disastri di questa portata è importante anche sentirsi rappresentati. Dichiarazioni di politici, esperti e autorità possono quindi contribuire anche se in modo marginale a non sentirsi soli e ignorati.

È invece fondamentale parlare delle responsabilità. “Individuare il responsabile, e non il colpevole dato che la colpa è solo un giudizio morale – sottolinea Lucattini – è molto importante perché gli effetti di un trauma sono più gravi nel lungo periodo se causato da altri esseri umani. La mente è quindi maggiormente vulnerabile se il male che riceve è dovuto ad altre persone. Mentre una calamità naturale in assenza di errori umani risulta, anche se con grandi difficoltà, superabile, la ferita diventa più profonda se invece c’è un responsabile che può essere trovato”.

Se è vero che il tempo è sicuramente una delle migliori medicine, è anche fondamentale affidarsi agli esperti che spesso sono già sul campo nelle ore successive alla tragedia. Secondo i parametri internazionali, il tempo medio per la risoluzione del disturbo post traumatico da stress è di circa sei mesi, ma senza trattamento i tempi si allungano. I bambini invece fanno prima perché hanno meno difese quindi se trovano un interlocutore valido, una persona che sappia parlare con loro, riusciranno a superare il trauma in tempi molto più brevi.

(Chiara Nardinocchi, Online Journalist presso “La Repubblica”)

Vai all’articolo