Il secolo XIX 1 settembre 2018. Un ponte fa storia, non sia solo megalomane di C. Schinaia

Il Secolo XIX  1 settembre 2018 

Un ponte fa storia, non sia solo megalomane

di Cosimo Schinaia

Introduzione: Cosa rappresenta un ponte, come s’inserisce nel tessuto emotivo, ambientale e socioculturale di una città? Cosa e come collega: luoghi, tempi, affetti?

Qual è il mandato transgenerazionale che, dopo una tragedia  come quella del crollo del Morandi a Genova, il ponte può trasmettere alle generazioni successive?

Cosimo Schinaia, psichiatra e  Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, genovese d’adozione, esperto del settore in quanto autore di “Interno Esterno. Sguardi psicoanalitici su architettura e urbanistica”, a 15 giorni dall’immane disastro che ha coinvolto Genova e i genovesi, sottolinea l’importanza della ” mission umana” del ponte.  (Maria Naccari Carlizzi).

 

Il Secolo XIX  1 settembre 2018 

Un ponte fa storia, non sia solo megalomane 

Cosimo Schinaia 

I ponti proprio per la loro centralità comunicativa sono da sempre tra i bersagli bellici più colpiti. Per la stessa ragione, però, sono anche una delle opere che primariamente vengono ricostruite nella fase postbellica per provare a ricucire la continuità del dialogo fra le generazioni, lacerata dalle guerre. Nell’aprile 1945 Pietro Calamandrei, capogruppo del Partito d’Azione all’Assemblea Costituente, fondò la rivista di politica, economia e cultura “Il Ponte”, pensando alla ricostruzione del ponte a Santa Trinità di Firenze, fatto saltare dai nazisti e tornato al suo posto nel 1958. Il nome della rivista ha voluto rappresentare il bisogno di ricostruire la democrazia in Italia dopo il periodo fascista.

Il ponte di Mostar sul fiume Narenta in Bosnia ed Erzegovina ha sancito per secoli l’unione etnico-religiosa di due parti della stessa città, quella cristiana e quella musulmana. Dopo la sua distruzione nel 1993 durante la guerra nei Balcani, è stato ricostruito (e reso fruibile nel 2004) a partire dalle due parti monche, con materiali nuovi come il vetro e l’acciaio a significare la spinta verso il futuro, ma conservando le stesse sembianze originarie, come memento della tragedia distruttrice.

 

Lo sguardo nel mondo 

Il ponte di Glienecke (Glienicker Brücke), che collega Potsdam a Berlino, attraversando il fiume Havel nei pressi di Klein Glienicke, durante la guerra fredda veniva chiamato “il ponte delle spie”, essendo stato al centro di scambi diplomatici tra il patto di Varsavia e la Nato, che lo utilizzarono come punto di scambio delle rispettive spie prigioniere. Successivamente è diventato “il ponte dell’Unità”, in contrasto con le sua funzione originaria, essendo stato per quasi mezzo secolo un punto caldo di divisione e di tensione. “Qui Germania ed Europa sono state divise fino al 10 novembre 1989 alle 18”. È questo il testo dell’incisione che compare su un cartello sul ponte.

Scrive Ivo Andrić nel racconto “I ponti”: “I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni”- 

Dietro la bulimia comunicativa, attorno a soluzioni ardite, si perde la vera mission

Claudio Magris, insieme ad altri intellettuali, in occasione del 50* anniversario del Consiglio d’Europa, celebra il Ponte d’Europa sul Reno, che collega la città francese di Strasburgo e quella tedesca di Kehl,  come metafora dell’incontro tra diversi: “Un ponte non appartiene a nessuno come le stagioni o un vento; non è fatto solo delle sue pietre e delle sue arcate ma anche dell’acqua che gli scorre sotto, e dei suoi riflessi diversi nel trasecolare delle ore, della luce, dell’aria contro cui si staglia, delle rive su cui si posa; non è né di chi sta da una parte né di chi sta dall’altra”.

Lo storico Jean-Pierre Vernant nella stessa occasione scrive: “Passare un ponte è lasciare lo spazio intimo e familiare ove si è a casa propria per penetrare in un orizzonte differente, uno spazio estraneo, incognito. Per essere se stessi bisogna riconoscersi nello straniero, proiettarsi attraverso e dentro di lui. Restare chiusi nella propria identità è una perdita, un cessare di essere. Ci si conosce, ci si costruisce attraverso i contatti, gli scambi, i traffici”.

 

Dai social alla realtà 

   Il disastro per la caduta del ponte Morandi a Genova riporta al senso connettivo e comunicativo che il ponte ha e alla necessità di una sua rapida ricostruzione, ma in aggiunta credo che dovremmo riflettere con più attenzione anche sulla sempre maggiore costruzione di ponti megalomanici, definiti avveniristici, ma talvolta inutili, se non dannosi. C’è non solo nei social, bensì a tutti i livelli una tendenza all’iperconnessione che, andando ben oltre l’utilità per il trasporto delle merci e delle persone e per favorire una migliore comunicazione, ha un banale significato rappresentativo più che funzionale.

Talvolta l’impulso facilitatorio sembra togliere spazio alle normali e talvolta auspicabili impervietà del territorio, ai suoi panorami non piatti, alle discese, alle risalite, alle curve.

Non propongo alcunché di nostalgico, ma solo il tentativo di capire cosa ci sia dietro questa bulimia comunicativa che propone soluzioni sempre più ingegneristicamente e architettonicamente ardite per il guadagno talvolta solo di poco tempo e non tiene conto del tempo della vita delle persone, della salubrità ambientale, della bellezza del territorio.