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3° Colloquio Italo-ellenico. Atene, 13 e 14/09/2025. Report di Chiara Napoli e Andrea Rapisarda

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3° Colloquio Italo-ellenico. Atene, 13 e 14/09/2025. Report di Chiara Napoli e Andrea Rapisarda

Parole chiave: arroganza, mito, tragedia greca

Report 3° Colloquio Italo-ellenico
Atene, 13 e 14 settembre 2025
Chiara Napoli e Andrea Rapisarda

Il terzo incontro psicoanalitico Italo-Ellenico, svoltosi ad Atene dal 13 al 14 settembre, ha rappresentato un momento significativo di dialogo tra le comunità psicoanalitiche italiana e greca. Numerosi analisti dei due Paesi hanno preso parte al convegno, insieme a una significativa presenza di giovani candidati della Società greca. Entrambe le Società erano rappresentate dai rispettivi Presidenti e, per l’Italia, dal Segretario Scientifico.
Fin dalla loro prima edizione, i colloqui Italo-Ellenici si configurano come uno spazio privilegiato di confronto tra tradizioni psicoanalitiche diverse ma profondamente radicate in un comune patrimonio culturale. Il mito, la letteratura e la tragedia dell’antichità classica costituiscono infatti un terreno condiviso che continua a offrire paradigmi fecondi per il pensiero psicoanalitico e strumenti interpretativi per interrogare le trasformazioni della contemporaneità.
Come ricordava Francesco Siracusano, i miti aiutano l’uomo a sottrarsi all’oblio e a recuperare il significato originario delle cose; il loro studio diviene così una via privilegiata per accedere ai nuclei simbolici più profondi dell’esperienza umana.
Il tema scelto per questa edizione del convegno è stato quello classico dell’ύβρις — la tracotanza, il superamento del limite — declinato dai diversi relatori attraverso una pluralità di riferimenti letterari, mitologici e psicoanalitici. In questa prospettiva il convegno di Atene ha cercato di costruire un ponte tra la riflessione sulla tradizione classica e le questioni che attraversano il presente. La rilettura della tragedia antica ha offerto l’occasione per interrogare l’Atene del periodo classico e il suo complesso passaggio culturale, segnato dallo spostamento della dimensione normativa dal piano divino.
In tutti gli interventi, difatti, è emersa la tensione tra la spinta umana a oltrepassare i confini e la necessità di un principio regolativo capace di contenere l’eccesso.

Ronny Jaffé, Presidente della SPI, ha richiamato — attraverso un percorso che da Ovidio e Shakespeare giunge fino alla contemporaneità — la necessità di ristabilire un ordine etico nel rapporto tra l’uomo, la natura e se stesso. Riprendendo il pensiero di Bion, egli ha sottolineato come l’arroganza possa assumere forme differenti a seconda del predominio degli istinti di vita o di morte: nel primo caso essa si esprime come orgoglio e rispetto di sé, nel secondo si trasforma in superbia e distruttività. Il Presidente della Società greca, Vartzopoulos, ha invece evidenziato la funzione regolatoria del concetto di hybris nella società omerica, mettendone in luce il legame con la tensione tra il desiderio umano di conoscenza e il limite imposto dall’ordine simbolico, come esemplificato nel mito di Edipo.
Diversi contributi hanno esplorato le implicazioni psichiche del superamento del limite. Tzervis ha associato l’ύβρις alla “cecità mentale”, ossia alla perdita della capacità di simbolizzazione quando l’eccesso pulsionale non trova adeguato contenimento. Savvopoulos, attraverso il mito delle Baccanti di Euripide, ha invece evidenziato la funzione dei rituali come dispositivi sociali capaci di trasformare fantasie primitive e prevenire l’agito violento.
Altri interventi hanno approfondito il rapporto tra ύβρις e pulsionalità distruttiva. Calvi ha analizzato la forza di Thanatos nelle figure tragiche e nella clinica freudiana dell’isteria, soffermandosi sulla figura di Fedra come rappresentazione di una vergogna trasgenerazionale che non riesce a trasformarsi in senso di colpa. Il tema del limite e della funzione contenitiva è stato ripreso anche da Massimo De Mari, che ha riflettuto sul progressivo indebolimento della funzione paterna nella società contemporanea e sul possibile ruolo simbolico dell’analista nel sostenere i processi di differenziazione e autonomia.
La dimensione sociale e politica del tema è stata affrontata da Gorinis attraverso la tragedia sofoclea Aiace, utilizzata come lente interpretativa per leggere la fragilità dei valori democratici e il rischio rappresentato da forme di leadership populista e autoritaria. Anastasi, riprendendo il mito di Prometeo, ha messo in luce la duplice valenza dell’ύβρις: distruttiva quando alimenta violenza e sopraffazione, ma anche generativa quando diviene spinta alla conoscenza e al cambiamento.

Attraverso l’Odissea, Malidelis ha infine proposto una lettura dell’esperienza analitica come viaggio interiore, nel quale la solitudine — dimensione costitutiva dell’esistenza umana — può trasformarsi in uno spazio di elaborazione e di scoperta della soggettività.
Tzavaras, nel suo intervento “Da Prometeo ad Aiace”, rilegge le tragedie del V secolo a.C. evidenziando come l’ύβρις esprima la tensione costante tra umano e divino. Da un lato appare come una forma di rivolta dell’eroe contro limiti e autorità esterne; dall’altro rimanda a dinamiche intrapsichiche segnate da passioni impulsive, follia e dalla pressione di un Super-Io persecutorio. In questa prospettiva, la tragedia diventa anche uno strumento di comprensione psicoanalitica della natura umana.
Thanopulos pone al centro della riflessione il rapporto con l’alterità. L’Ideale dell’Io può rappresentare una spinta creativa che orienta l’essere umano nel tempo e nella storia, ma può assumere anche una forma distruttiva quando nega la mancanza e il desiderio. In questo caso prevale la logica del bisogno e del “diritto del più forte”, origine dell’ύβρις; quando invece si afferma la logica del desiderio, la legge tende ad avvicinarsi alla giustizia.
Luisa Masina richiama una rappresentazione diffusa in molte culture: l’idea che una fortuna straordinaria degli esseri umani possa suscitare una sorta di ostilità divina. Il superamento, anche involontario, di un limite richiederebbe quindi il ristabilimento di un equilibrio, spesso attraverso una privazione o un sacrificio simbolico.
Infine Alexandridis sottolinea il carattere senza tempo dei miti, che permettono di riconoscere nelle loro dinamiche sia i conflitti dei pazienti sia fenomeni sociali contemporanei. L’ύβρις emerge allora come ignoranza dell’Ego rispetto ai dettami del Super-Io e ai tabù fondamentali, ma anche come arroganza della ragione quando rifiuta di confrontarsi con l’assurdo e con la complessità dell’identità psichica.
Nel complesso, il convegno di Atene è stato attraversato da una costante ricerca di senso, nella quale il mito e la tragedia si sono rivelati ancora una volta strumenti privilegiati di elaborazione simbolica. Non a caso T. S. Eliot, citando Joyce, parlava del “metodo mitico” come di una modalità capace di restituire ordine e rappresentabilità laddove la realtà contemporanea appare frammentata e difficilmente pensabile.

In un tempo segnato da rapide trasformazioni e da un rischio crescente di impoverimento dei significati, il dialogo tra psicoanalisi e cultura classica continua dunque a offrire uno spazio prezioso per interrogare il rapporto tra esperienza psichica, dimensione simbolica e vita collettiva. In questa prospettiva, i colloqui Italo-Ellenici si confermano come un luogo fertile di riflessione condivisa, destinato a proseguire con il quarto incontro, che sarà ospitato dalla città di Napoli dal 18 al 20 Settembre 2026.


3° Colloquio Italo-ellenico. Atene, 13 e 14/09/2025. Report di Chiara Napoli e Andrea Rapisarda Monica Castellini

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