Ferdinando Camon

A parte alcuni scrittori che sono stati o sono miei amici (Pasolini, Ottieri, Volponi, Bertolucci, Zanzotto…), gli altri si tengono lontani dalla psicanalisi. Han l’impressione che fare l’analisi significhi morire e rinascere, ma rinascere senza poesia e senza scrittura.
Musatti mi spiegò questa resistenza così: "Prima della prima seduta, mi piace domandare a chi viene qui: se io avessi un pulsante sul tavolo, e premendo questo bottone lei potesse alzarsi senza sofferenze, e senza le cause delle sofferenze, i ricordi, i segreti, i tabù: se bastasse premere questo bottone per alzarsi diverso e irriconoscibile, lei lo premerebbe?". Mi diceva Musatti che tutti, onestamente, rispondevano di no. Premere il bottone è pericoloso come morire. Chi è in nevrosi non vuole perdere la nevrosi. Se volesse perderla, non l’avrebbe. Non va in analisi perché vuol guarire, ma perché non riesce a volerlo. Devo a Musatti un’altra spiegazione preliminare: l’analisi sta all’individuo come la guerra civile sta allo stato. Se lo stato vuol combattere i guerriglieri non può dire: li affronterò a Milano e a Roma, ma non a Venezia e a Trieste, perché allora i guerriglieri si rifugeranno tutti a Venezia e a Trieste, e quelle città, che lo stato voleva preservare intatte, dovrà raderle al suolo. Così uno non può dire: parlerò di tutto, tranne di mia madre e della mia scrittura: perché queste diventeranno le uniche cose di cui dovrà parlare, tutti i sintomi di cui soffre si trasferiranno e si riprodurranno in quelle isole protette, e lui dovrà bombardarle e bruciarle. Pasolini resisté poche sedute, poi urtò contro il problema dell’omosessualità: Musatti lo portava ad affrontare l’omosessualità come cultura, Pasolini voleva lasciarla da parte come natura, e alla fine, piuttosto di entrare in crisi, si ritirò.
La sua analisi finì e con essa, ne sono convinto, cominciò a finire la sua vita. Pasolini è stato tre volte mio padre. Prefatore del mio primo romanzo, della mia prima raccolta di poesie, e critico del mio primo libro di critica.
Ho imparato subito, da Musatti, che la seduta è indicibile. Musatti lo spiegava così: "Spesso, a metà seduta, sorrido pensando: Se entrasse qui un carabiniere, e sentisse quel che ci diciamo, ci porterebbe in prigione tutt’e due, per associazione a delinquere". "Carabiniere" vuol dire "stato". Mi son fatto l’idea che "analisi" e "stato" sian due contrari.
L’analisi è sovversiva, la guarigione avviene attraverso la sovversione.
Ho cercato di raccontare questa indicibilità in un romanzo, "La malattia chiamata uomo", che non è un diario dell’analisi, ma sta a monte e a valle dell’analisi. Era l’analisi di un uomo.
Le donne ne furono molto incuriosite. Credo di aver avuto, allora, in sei mesi, una ventina di interviste, tutte con donne-giornaliste. Italiane, francesi. Venivano con quaderno e biro, per proseguire la lettura oltre la fine del libro, assistere a una seduta in più, di un maschio, ed essere loro le analiste.
Questo privilegio lo pagavano confessando le loro analisi. Per sei mesi sono stato immerso in un lungo bagno di analisi femminili. Ne sono uscito raccontandole: è nato così il romanzo "La donna dei fili", in cui cerco a mia volta di guidare l’analisi di una donna. L’analisi è un tentativo di conoscenza totale. Una donna non la conosci quando ci vivi insieme, o ci fai l’amore, o sei il suo confessore. La conosci quando la conosci là dove neanche lei si conosce. Nelle sue fantasie, le manie, i disturbi, i sogni.
Nella società questa rivelazione è sentita come una morte. Uno dei momenti più angosciosi della mia attività di scrittore, è stato quando una donna della mia città, letto il libro, mi mandò un quaderno di osservazioni che partivano da questa premessa: "E’ la mia storia, mi sento rivelata, e non mi resta che uccidermi". Ho risposto pubblicando il suo quaderno in appendice alle edizioni tascabili del libro, analizzando le sue frasi una per una. Spero che la donna lo abbia letto. Tra analisi e letteratura c’è una fraternità che diventa rivalità. Mi son chiesto spesso perché. La mia risposta è che tra le tante parole la parola che ha maggior effetto terapeutico è quella dotata di un maggior quoziente estetico. Un problema lo ripeti in analisi cento volte, ma a un certo punto smetti, perché non puoi dirlo meglio di come l’hai detto l’ultima volta: anche se scrivi un romanzo succede così. Smetti di riscrivere la stessa scena quando finalmente l’hai espressa, ed espressione è l’esatto contrario di repressione. L’analisi è un allenamento all’espressione, esattamente come la letteratura. Chi passa la vita a scrivere, cioè a esprimere, non può convivere con la repressione. Perciò giudico mortale (letteralmente) l’atto con cui Pasolini decise di troncare il rapporto con Musatti. Oso pensare che, se l’avesse continuato, sarebbe ancora vivo. E oggi, forse, sarebbe qui.

Ferdinando Camon