L’incidente di Palermo – quadro 1

 

 

"1910-1921"  Ricostruzione storica in
quattro quadri

 

Dialoghi fedelmente tratti
dagli
epistolari e dalle biografie

 

Personaggi principali:

 

Sigmund Freud
Sandor Ferenczi
Georg Groddeck
 

 

 

I° QUADRO

 

 

Baden Baden, Natale 1921

Salotto di casa
Groddeck.

Emmy
e Groddeck seduti in un salottino chiacchierano con aria rilassata
attendendo
l’arrivo di Ferenczi.

Emmy: "Da quanto tempo sono sposati
Sandor
e Gizella?"

Groddeck: "Da circa due anni, mi sembra. Si,
giusto un anno dopo il congresso di Budapest".

Emmy: "Ma si dice che Sandor sia ancora
innamorato della figlia di Gizella, … Elma. E’ vero?"

Groddeck: "Non più. Anche se lui è ancora
convinto di esserlo. E’ questa la ragione dei suoi malesseri, credo".

Emmy: "Verrà in visita come paziente o
come
collega?".

Groddeck: "Non è facile prevederlo. – C’è
sempre qualcosa di triste in quell’uomo – sospetto voglia parlarmi di
qualcosa".

Emmy: "Ma cosa? Ha saputo che Freud ha
declinato il nostro invito o spera di incontrarlo?".

Entra
una giovane cameriera: "Desidera il the, dott. Groddeck?".

Groddeck: "Cosa ne dici Emmy? Meglio
attendere
Ferenczi. Più tardi, Greta, grazie".

Greta
esce dalla stanza.

Qualche
momento di silenzio in cui Emmy guarda intensamente Groddeck, poi:

Emmy: "Dovremmo pensare al nostro
matrimonio. Ma tu non ti decidi, vero Georg? Qual è il titolo del tuo
ultimo
lavoro?: ‘Appagamento del desiderio e sofferenze terrene e divine…’.
Nel
dubbio, c’è il rischio di attendere troppo …"

Groddeck: "Ma no, che dici…" risponde
sbrigativamente.
Cambia argomento. "No, Ferenczi non sa dei nostri inviti a Freud. Sai
com’è
suscettibile. Non volevo pensasse ad un ripiego".

Emmy: "Perché pensi che Freud abbia
sempre
rifiutato di venire da noi?".

Groddeck: "E’ così impegnato!… Mi ha
detto: forse
l’anno prossimo".

Emmy: "Quando l’hai visto?"

Groddeck: "Il mese scorso ad un seminario…
Il
suo sguardo. Mi colpisce sempre il suo sguardo. Profondo. Indagatore.
C’è una
tale freddezza nei suoi occhi. Non credo di piacergli".

Emmy: "Non è vero! Lui ti stima. Te lo
ha
pure scritto nella lettera: "Lei è uno splendido analista".

Groddeck continuando il resto della frase:
"E
appartiene ormai, senza rimedio, alla stirpe dei dannati… La stirpe
dannata!…So cosa intende dire Freud. Non sono i pazienti a dannarci,
Emmy, è il
sapere. E’ il comprendere. Vivere e sapere. Sbagliare e sapere. Questo è
dannato, non ti dà requie… Siamo uomini dannati…". La drammaticità
delle parole
sembra smorzarsi in una sorta di confidente intimità fra i due.

Bussano
alla porta. La cameriera apre, saluta. Si sentono le voci. "Buonasera,
il dott.
Groddeck mi sta aspettando". "Buonasera dott. Ferenczi". Mentre
attendono in
piedi, Groddeck tiene con la mano il braccio di Emmy.

Emmy a bassa voce: "Vi lascerò soli,
credo
voglia parlare con te".

Entra
Ferenczi – piuttosto accigliato nel
volto infantile nonostante i 48 anni. Educato, deferente si rivolge
subito a
Groddeck, con una voce un po’ artefatta: "Stimatissimo collega…" poi
con tono
più basso e più autentico, con un lieve inchino: "Professore…" .

Rivolto
verso Emmy: "Lei è sempre splendida, Frau".

Emmy: "Vi lascio. Avrete tante cose da
dirvi. Vi tratterete a Baden Baden, dott. Ferenczi?"

Ferenczi: "Sono solo di passaggio. Vi
ringrazio molto dell’invito e di avermi ricevuto… E’ sempre una gioia
incontrarLa".

Emmy esce dalla stanza.

Un
brevissimo silenzio in cui i due si seggono sui divani.

Groddeck: "Mi dolgo per la morte della sua
mamma, mio caro Ferenczi. Come sta Gizella – e come va, tra voi? E’ una
gran
fortuna avere accanto una tal donna, in un momento così doloroso".

Ferenczi, annuisce come dire "bene" e "si,
lo
so". Non sembra infastidito dalle domande.

E’
come se gli elementi della vita venissero esposti lì davanti a loro.   

Groddeck guarda intensamente Ferenczi: "So
che
ha avuto la cattedra di psicoanalisi all’Università in Ungheria.
Complimenti.
E’ un’ottima cosa per lei e per tutti noi".

Ferenczi: "Temo tuttavia che la Repubblica
del
Soviet possa avere vita breve, non penso che Bela Kurr abbia le
caratteristiche
adeguate a sostenere la situazione. La Comune Ungherese è una speranza
per il
paese, ma so nel mio cuore che non durerà … E ancora una volta nella
mia vita
qualcosa di bello si trasformerà in un problema e un dolore. Ancora una
delusione".

Groddeck: "Lei è pessimista". E dopo un
certo
silenzio. "Mi permetta di guardarle dentro, mio caro dottore. Lo è da
quando è
stato ricoverato a Semmering. E forse lo è da quando Gizella ha preso il
posto
di Elma. Gizella è la sua certezza, ma lei non se ne vuole rendere
conto. Lei
mette sull’altare la fine di un grande amore. Ritiene che la passione se
ne sia
andata con Elma. Ed ha pensato che con la passione fosse sepolta la
gioia di
vivere. Per questo sta tanto male".

Groddeck continua dopo una breve riflessione
guardando fissamente Ferenczi: "Le parlo come analista, la nostra natura
umana
e la stima che ho per lei e l’essere suo medico non sono scindibili.
Lasciamo
alla stanza d’analisi il giusto rigore, ma qui ora ciò che abbiamo
condiviso
nella terapia ci unisce. Ciò che lei ha amato e perduto, risale a molto
prima
di Elma, Sandor. Gizella è un rifugio e io spero che possa essere
sufficiente".

Ferenczi china leggermente la testa mentre
Groddeck continua a guardarlo. Parla dapprima a voce bassa,
dolorosamente: "Non
c’è bisogno che lei mi dica di risalire all’infanzia. La mia infanzia
…, mia
sorella Magda parla sempre in modo idilliaco della nostra infanzia.
C’era un
via vai di ragazzi: 11 figli sono una tribù. Magda descrive la nostra
casa come
aperta e ospitale, piena di gioia e di massima libertà. Ma Magda è una
sognatrice e una idealista. Le è sempre piaciuto avere il negozio di
libri di
nostro padre sopra la testa, al piano di sopra. Ma ha ragione lei,
dottore. Ho
amato e perduto … anche ciò che avrei dovuto avere di diritto. Fin da
quando
ero bambino. Forse, non so, ero troppo esigente, oppure undici figli
sono
troppi da educare senza essere severi. E mia madre lo era, e come.
Troppo poco
amore e troppa severità, ecco cosa ho avuto. Affetto, carezze? Come
l’acqua in
un deserto, nella nostra famiglia! E quanta riservatezza, quanto pudore!
Da una
tal educazione, non poteva che sortirne una vera propensione per
l’ipocrisia.
Salvare le apparenze, nascondere le "cattive abitudini". Ecco cosa è
stata
Elma, una dolce follia e finalmente una rivincita. Ma a che mi è
servito? Le
regole allora, le regole ora. Ho sposato la madre, avendo amato la
figlia…
Come da bambino, eccellente scolaro e segreto onanista. Sempre educato,
obbediente, non ero mai volgare. E quando una sola volta da bimbo osai
snocciolare per gioco a mia madre la lista di tutte le parole oscene che
conoscevo, non vi furono comprensione né sorrisi, ma prediche e
punizioni. Elma
è stata la mia ribellione, e anche questa volta cosa ho ottenuto?
Sermoni moralistici!
… So bene che lei può capirmi, mio caro collega. Noi due condividiamo
il
dolore dell’infanzia". Con intenzione.

Alle
ultime parole, Groddeck, che ha
ascoltato attentamente fa un gesto con la mano come a scartare
l’allusione
implicita nel discorso, non ama la similitudine né l’incursione nella
sua vita
privata: "Non  è con me che dovete
prendervela".

Ferenczi: "Prendermela con voi? Tutt’altro,
mio
caro dottore, fin ora non mi ero mai espresso così apertamente con un
uomo,
nemmeno con Sigmund … tanto meno con Sigmund … da molto, moltissimo
tempo mi
mantengo in un fiero riserbo e li nascondo, i miei sentimenti. Li
nascondo a
tutti. Non è cosa di poco conto che io ora qui mi senta finalmente
placato.
Accolto dalla sua gentilezza e cortesia, caro amico… Caro amico… le
confesso
che rivolgermi a Lei in questa forma  mi
costa un certo sforzo, e neanche dei più lievi".

Groddeck imbarazzato, un po’ infastidito
tenta
ora di cambiare argomento: "Sono onorato della sua stima…ma,
via…spero lei
resterà a Baden Baden qualche giorno, qui Natale è magnifico…  Saremo
lieti di farle da guida…".

Ferenczi come se non ascoltasse: "Si, si, ho
gradito il suo invito…" poi, ansioso ed intenso, come stesse
confidando una
realtà molto più profonda: "la sua lettera mi ha salvato… è arrivata
in un
momento critico. Avevo trascorso una di quelle terribili notti,
numerose,
numerosissime…". Si alza, muove qualche passo come se rivivesse le
sensazioni:
"Mi sveglio senza fiato, con la pelle ghiacciata, con sofferenze
cardiache,
quasi senza polso, oppure a volte il cuore mi scoppia nel petto, sono
assalito
persino dal terrore del buio che avevo da bambino…, vedo arrivare la
fine, ogni
fiducia nell’avvenire è perduta… La sua lettera mi ha salvato, mi ha
stimolato
a nuovo sforzo… eh si, mi ha dato anche la forza di smascherarmi a mia
moglie.
E le ho parlato". Lo sguardo di Groddeck che lo segue con un certo
stupore si
fa duro, un piccolo gesto di fastidio e di disdetta, è in disaccordo con
quanto
ascolta: "Le ho parlato delle mie insoddisfazioni, e del mio amore per
sua
figlia" – è sempre più concitato – "del mio amore represso per Elma.
Avrei
dovuto sposare Elma. Lei doveva essere la mia promessa sposa" ora
agitato e
sarcastico: "a dire il vero lo è stata, fino a che Freud… fino a che
il Maestro
non ha deciso altrimenti".

Groddeck: "Per il suo bene mio caro, per il
suo
bene… forse Freud ha compreso un suo bisogno… restituendole ciò che
lei aveva
perduto… il conforto dell’immago materna. Mi creda, una moglie più
grande di
lei può garantirle giusta comprensione e accoglienza e protezione…

Ferenczi: "Non ho bisogno di protezione!, è
amore che voglio, ho bisogno d’amore. Io soffro di questa terribile
mancanza…
sono orfano". Appare triste. In un crescendo, scandisce: "Io voglio.
L’Es
vuole. Non un consiglio, non una interpretazione analitica, ma una donna
giovane, un bambino, qualcosa di reale…".

Groddeck: "Si calmi, mio caro amico, si
calmi.
Ma come posso aiutarla…" come tra sé e sé "interpretazioni,
psicoanalisi… che
riusciamo a fare qualcosa per curare l’anima è una pietosa
sopravalutazione dei
nostri meriti. Noi siamo strumenti… E’ la vita stessa il miglior
analista!".
Ferenczi si è intanto accasciato sul divano, gli occhi chiusi, la testa
indietro contro schienale, le braccia allargate, una sul bracciolo,
l’altra sul
divano, una gamba stesa sul pavimento, l’altra piegata, ma ascolta
attentamente
le parole di Groddeck, che dopo un attimo di riflessione, continua:
"…le cose
essenziali non possono essere scoperte da analisti troppo convinti, ma
da
coloro che dubitano, come Freud, e te, e me. Noi sappiamo bene che non
vi può
essere alcuna certezza. Questa è la natura della verità! Anche se poi
Freud è
ostacolato dalla sua funesta fede nella necessità assoluta di dare un
nome, di
battezzare… ma lui è il Genio, può far tutto!".

Ferenczi rialzando la testa : " Può
far tutto… Eh si, che può far tutto…"

Groddeck: "…anche tu sei un genio, ma per
tua
sfortuna sei portato ad avere sentimenti… e non ti accorgi che il
grande
cappello che cinge la sua dannata testa fa sì soprattutto che niente vi
esca e
niente vi entri, solo regole per noi bambini che giochiamo il suo
giuoco… e
così, poi tu pensi che il transfert paterno sia necessario per la
riuscita
dell’analisi". Afferma con decisione: "Io grazie a Dio, me ne salvo.
Sono fuori
da questi giochi maschili. Sono materno, fin troppo materno, incline ad
accogliere, a lasciar crescere: sono stato sempre così. Da bambini
giocavamo a
Madre e Figlio con mia sorella maggiore, e…" – conclude esultante –
"io
facevo sempre la Madre".

Ferenczi quasi borbottando fra sé e sé: 
"Non credo ci si possa salvare. … Si  rivolge a
Groddeck un po’ amaramente: "Non ti
illudere, non ti libererai mai del padre… come non me ne sono liberato
io, in
tutti questi anni".  Tace come
riflettendo tra sé, poi: "Mi è di conforto parlare con te, caro amico.
Con lui,
Freud, il grande Maestro, non ho mai potuto aprire il mio cuore. Mi ha
analizzato a due riprese, per anni abbiamo viaggiato insieme d’estate –
ma non
mi sono mai confidato a lui in tutta libertà: era troppo grande per me,
provavo
troppo "rispetto", "troppo pudore". Assomigliava troppo a un padre. Con
che
risultato poi…sa quale è il più gravoso dei miei disturbi?
L’inibizione al
lavoro, alle idee… vietato superare il padre!! Quando voglio scrivere
vengo
preso da dolori alla schiena, temo a causa dell’aorta, probabilmente
dilatata…
l’artrite mi fa gonfiare il polso destro. Vietato superare il padre" –
ripete
tra sé e sé – … ruota la mano e il polso, puntandovi lo sguardo con
una sorta
di stupore: "In questo momento non ho alcun dolore, l’articolazione è
libera".

Groddeck:  "Sei adirato con
Freud, non con me".

Ferenczi: "Già! Me lo dice anche lui". Si
alza,
passeggia per la stanza nervosamente. "Quando dedica un po’ del suo
prezioso
tempo alla mia situazione, ripropone sempre la sua opinione – del mio
odio nei
suoi confronti, l’odio verso di lui che, esattamente come a suo tempo
mio
padre, pone ostacoli al mio piacere, avendo impedito il mio matrimonio
con la
più giovane, facendone la mia figliastra!…

Le
scene notturne di morte, il senso di congelamento, i rantoli esprimono a
suo
dire le mie intenzioni omicide nei suoi confronti…Non ho mai sentito
di una
verità negata così bene da una affermazione…"

Groddeck: "Che intendi?". Poi, dopo un breve
silenzio: "Freud ha ragione. Non l’hai mai perdonato, eppur lo ami
ancora; è il
tuo Maestro. E’ il nostro Maestro".

Ferenczi, accorato: "Oh Georg, Georg.
Io lo odio. Lo odio e lo amo, ma non per Elma o
Gizella, loro sono un pretesto per dare corpo all’odio. Il loro
bellissimo
corpo… Ma sono ombre, tutte loro, le mie Elma e Gizella, le tue Elsa
ed Emmy e
le sue, le sue, non è da meno lui: Martha e Minna…".

Groddeck interrompendo bruscamente:
"Pettegolezzi, solo pettegolezzi…".

Ferenczi: "Certo, pettegolezzi, non importa.
Pensaci bene – loro in fondo non importano – ci sono sempre – le amiamo – 
ci riempiono la vita. Sono come i versi delle
cinciallegre, che riempiono il silenzio. Ma la nostra anima brama colui
che ci
dà vita. Il soffio vitale.

E’
l’approvazione che cerchiamo veramente. L’approvazione del padre o di
chi ci è
maestro. Questo ci fa sentire uomini. Lo specchio in cui ci
riconosciamo,
l’altro se stesso che ci dà definizione".

"La
tenerezza del padre è la prima cosa che perdiamo ed è ciò che ci resterà
sempre
nel cuore, come anelito, come sommo desiderio. L’uomo è legato all’uomo.

Ma
poi di tutto questo, cosa emerge? La premura, lo sforzo di rendersi
utili. Come
nei nostri viaggi. Non capivo mai cosa realmente desiderasse. Qualunque
cosa
facessi ne sembrava infastidito. E quello che accadde in Sicilia,
poi…".

Groddeck che ascoltava un po’ annoiato, si
risveglia: "In Sicilia?…."

Ferenczi: "Oh! E’ in Sicilia che è cambiata
la
mia vita Georg, che sono finalmente cresciuto … e le mie ossa hanno
cominciato
a dolere … Fu una sofferenza così grande da rivelarmi come avrei
dovuto vivere
da allora in poi. Il vecchio Sandor 
moriva…". C’è un’amarezza profonda nella voce, un dolore
definitivo.

Groddeck: "Mi incuriosisci, Sandor. Fu nel
1910, undici anni fa mi pare. L’anno dopo il viaggio in America … non
mi sembra
… ma che intendi dire? Cosa accadde?"

Ferenczi
si risiede componendosi. Si aggiusta i capelli con le mani. Sembra
all’improvviso più calmo, distaccato. Comincia a ricordare, con tono
lieve.

Ferenczi: "…e pensare che il viaggio era
cominciato con i migliori auspici… Nei primi mesi di quell’estate,
Freud era
stato contattato da Gustav Mahler che gli aveva telefonato mentre Freud
era in
vacanza nel baltico. Era stato un collega viennese a suggerirgli di
chiedere il
suo parere, sai chi? Nepallekk, il cugino di Alma".

Groddeck: "Quel Gustav Mahler?"

Ferenczi: "Eh, già! Mahler gli ha telefonato
dal Tirolo e gli ha chiesto un appuntamento. Tu sai quanto Freud non ami
interrompere le sue vacanze, ma sai anche quanto sia ambizioso. Di certo
non si
sottrasse ad un uomo famoso come il grande compositore. Rispose con un 
telegramma fissandogli l’appuntamento. Mahler
lamentava difficoltà nei rapporti con la moglie ma il suo vero problema
era la
sua struttura ossessiva, così rispose disdicendo l’impegno. Poco dopo
però
avanzò nuove richieste, con la stessa procedura e il tutto si ripeté più
volte.
L’ultima possibilità scadeva alle soglie del nostro viaggio, alla fine
d’agosto. Fu l’idea di perdere l’occasione che spinse Mahler a
decidersi, come
sempre accade nella folie de doute. Così si incontrarono a Leida, in
albergo
prima e poi passeggiarono per 4 ore per le strade della città…

Fu
lo stesso Freud a raccontarmi tutto. Era così eccitato per il suo ultimo
miracolo psicoanalitico, che ne parlò per gran parte del viaggio…

Era
entusiasta di Mahler, mi disse che non aveva mai incontrato nessuno che
capisse
così prontamente la psicoanalisi, pur non avendo nessuna precedente
conoscenza.
Ne parlò con tali entusiastici accenti da infastidirmi, da rendermi
geloso… Ma
dovette essere davvero interessante … Freud ha taciuto con me sui
particolari,
ma qualcosa deve avere illuminato Mahler perché sembra che lui disse di
aver
compreso all’improvviso perché sentiva che la sua musica non toccasse
mai
davvero altezze sublimi.

Freud ne era
estremamente compiaciuto,
ancora una volta il padre! Sa che il padre del compositore era una
persona
violenta? Era brutale soprattutto con la moglie e da bambino Mahler
assisteva a
scene strazianti. In una di queste, che fu tanto terribile da divenire
intollerabile, il piccolo non poté resistere alla pena e fuggì da casa
correndo
fuori per strada proprio nel momento in cui una pianola strimpellava
un’aria
viennese molto popolare. Da allora il grande compositore nello scrivere
le sue
arie più serie dove inserirvi inevitabilmente una frase musicale allegra
e
semplice…". Rifletté qualche secondo, poi con aria ironica aggiunse:
"Te li
immagini Georg, ispirati l’uno dall’altro, i due dei a gloriarsi a
vicenda.
Freud ha concluso l’incontro con uno dei suoi giochi di prestigio –
altera la voce
rifacendo il verso sardonicamente – ‹‹Come mai sua moglie non si chiama
Maria?
Deduco dalla nostra conversazione che questo fosse il nome di sua
madre!..››."

Groddeck ridacchia, complice: "Voi a
comprenderne la logica …"

Ferenczi: "Eh già, ma fatto sta che Mahler
quasi si inginocchiò, perché" sottolinea con intenzione le parole con
una voce
quasi in falsetto, artefatta. "il vero nome della moglie Alma è appunto
Alma
Maria, e lui nell’intimità la chiama proprio Maria …".

Groddeck fra il serio e il faceto: "E così
il
cerchio della madre dominante è concluso…".

Ferenczi: "Sembra però che l’effetto sia
stato
positivo, si dice che Mahler vantasse la potenza ritrovata e l’idillio
ripristinato con la moglie…".

Groddeck: "già, per un solo anno. Non gli
portò
certo fortuna Freud. E’ morto dopo un anno di idillio … è Alma che è
sorta a
nuova vita."

Ferenczi: "Forse sono loro le più forti".

Groddeck: "Non ne ho alcun dubbio! Ma, mi
parli
del viaggio in Sicilia. Ha a che fare con tutto questo?".

Ferenczi: "Era felice come un bambino. La
mattina dopo l’incontro con Mahler non faceva altro che ricordare
particolari,
avrebbe voluto scriverne delle note. Ed io, io ero estasiato. Finalmente
con il
mio Maestro, a parlare di lavoro con lui. Lo ascoltavo, come dire,
attendendo
che fosse il mio turno …".

Groddeck: 
"E?"

Ferenczi: "E niente. Non riesco a ricordare
quando le cose cominciarono a non andare bene. Comunque giunti in
Sicilia fu
chiaro che non volevamo la stessa cosa. Più gli ero vicino, più gli
facevo
domande, più sembrava infastidito… Se penso a quei giorni, prima
dell’incidente…".

Groddeck aggrottando la fronte: "Quale
incidente?"

Ferenczi continua, come non avesse udito
l’interruzione, intento nel ricordo: "Noi due camminare nel caldo della
città
offuscati dai colori e dagli odori accerchiati da tutto quello
splendore,
assediati e sfibrati da quella opulenta bellezza… Freud sempre in
giacca e
cappello con quel fazzoletto bianco a tergersi la fronte. Dritto come un
fuso e
io accanto appena mezzo passo indietro, chino verso di lui, adorante
lacchè, ma
se inavvertitamente lo toccavo, si sottraeva, a volte allungava il passo
come
per una fretta improvvisa. Un monumento da vedere, un museo da visitare,
fuggiva da me credo, come gli stessi divenendo intollerabile…".

Groddeck: "Hai sempre una percezione
drammatica
delle cose, Sandor. Vedi ombre. Ecco, mi sembra che esageri".

Ferenczi: "Ogni cosa era esagerata in quei
giorni. Se Napoli gli era apparsa infernale, di una infernale bellezza,
Palermo
sembrava una dea avida, una donna dalle mille braccia, ad accendere i
sensi e …
la crudeltà. Mi sembrava che lui fosse instabile, ora allegro e sereno,
ora
severo e intransigente, e soprattutto respingente".

Groddeck: "Decisamente, sembra che tu sogni
un
tuo incubo Sandor …".

Ferenczi: "Certo, fu un incubo! O meglio una
realtà terribilmente reale, ciò che accadde quella sera! E pensare che
non
volevo altro che il suo piacere: "La prego di disporre pure di me come
meglio
crede" gli avevo scritto. Il viaggio contava assai meno della
possibilità di
stare con lui. Comunque organizzai la cosa nei migliori dei modi. Dai
depliants
alle guide. Orari, biglietti, alberghi, ogni cosa. Gli scrissi persino
chiedendogli del vestiario, se lui avrebbe portato lo smoking o il frac
per
orientarmi di conseguenza. Sai come mi rispose?" imitando Freud con
sarcasmo
"Per conto mio smoking e frac sono esclusi. Evidentemente sono per lei
una
reminiscenza americana…".

Groddeck ridacchia.

Ferenczi: "Ridi, ridi. Avrei dovuto capire
subito qual era il clima. A ripensarci ora, ero patetico". Dopo un
attimo di
silenzio, aggiunge quasi con caparbietà. "Do tutto di me ma voglio
altrettanto."

Groddeck: "Rischia di sembrare molto
infantile…".

Ferenczi: "Ecco! Questo mi ha detto quella
sera
prima che, prima che …" ha la voce rotta.

Groddeck: "Ma, cosa successe?".

Ferenczi: "Quella sera a Palermo, decidemmo
di
vederci in camera di Freud dopo cena. Sai, 
alloggiavamo all’Hotel de France".