L’incidente di Palermo – quadro 2

 

"1910-1921"  Ricostruzione storica in
quattro quadri

 

Dialoghi fedelmente tratti
dagli
epistolari e dalle biografie

 

Personaggi principali:

 

Sigmund Freud
Sandor Ferenczi
Georg Groddeck

 

 

2° QUADRO

 

Hotel de France

Palermo

Una
sera di settembre del 1910.

Stanza
d’albergo.

Damasco
rosso alle pareti, arredamento fitto, tappeti, nonostante sia estate,
pesanti
tendaggi. Un letto compostissimo appena visibile in una stanza
adiacente. La
luce è centrata su un tavolino pieno di libri, fogli, penne. Due comode
sedie.

Entrano
nella stanza prima Freud mentre Ferenczi tiene, proteso dietro di lui
con il
braccio teso, la porta aperta. Hanno un’aria distesa, soddisfatta,
sorridente.

 

Ferenczi: "Davvero una cena ottima. Si
mangia
bene in Sicilia". Freud muovendosi per la stanza con rilassatezza,
risponde con
un lieve inchino della testa, andando verso un mobile ne apre le ante,
prende
una bottiglia di un digestivo siciliano e due bicchieri.

Ferenczi si guarda attorno: "E’ identico al
mio appartamento", – poi più piano – "è una buona sistemazione" – si
allontana
dalla sedia, si sposta verso la finestra guarda fuori – "ed è in bella
posizione. La sera scende con dolcezza in questa città, sembra che i
colori non
svaniscano mai del tutto, lasciandosi carezzare dall’ombra..".

Freud mescendo il denso liquore continua
il
discorso condividendone il senso con un lieve sorriso: "E’ un’estate
così piena
e non troppo torrida… l’arrivo è stato indimenticabile… quel mare
tranquillo e
azzurro. La zona portuale se pur non bella tuttavia con un suo fascino,
come
stesse per svelare segreti… e le strade: da corso Vittorio Emanuele al
Duomo
Normanno tutto diventa sempre più grandioso e magnifico. Il sontuoso
Palazzo
Reale e persino queste nostre stanze confortevoli e fresche in piena
estate
eppur già tutto predisposto per i soggiorni invernali: tappeti, tendaggi
pesanti… mi piace Palermo, è una città elegante, pulita, ricca di
edifici e
dotata di tutto quanto si possa pretendere, quasi come Firenze. Non è
vero?",
chiede a Ferenczi porgendogli il piccolo bicchiere di rosolio, il vetro
decorato da motivi floreali.

Ferenczi: "Ed è molto meno costosa, 3
camere  e un bagno per 14 lire…". Poggia
il bicchiere sul tavolo.

Freud: "… penso che domani mi compererò
un
contenitore per le mie cravatte" – in un gesto elegante, indica qualcosa
fuori
dalla finestra  –  "guardi quel giardino, non
ho mai visto una
luce della notte così dorata… c’è una magnificenza suadente che sembra
servire
il  nostro benessere senza alcuno sforzo.
È un incantamento. Credo mio caro che non lavoreremo molto né
conosceremo molto
della Sicilia, ma spenderemo più di quanto avremo voluto e appagheremo
ogni
nostro desiderio di sud e di sole. Persino quel 
filo di pioggia, non ci bagna neanche, anzi rinfresca in modo
molto
piacevole. Il temuto scirocco non si è fatto sentire… gli splendori
dei musei,
le dovizie di piacevolezze, il profumo dei pini nei parchi tutto sembra
concorrere ad un’opera di seduzione meditata, assediante. Tutto
contraddice
l’idea di una Sicilia di selvaggi e irta di straordinari pericoli…
Palermo è di
una inaudita bellezza e mi dispiace non potere condividere tutto questo
con
Marta". Porta le mani al panciotto, con espressione di soddisfatta
sazietà, con
un tono diverso, quasi gioioso: "Qualunque cosa ci riservi il futuro,
abbiamo
già avuto e consumato la nostra parte. Un tale splendore di colori,
profumi,
vedute – e benessere, non li ho mai avuti tutti in una volta. E’ uno
scenario
magico: si ha la sensazione che alla nostra partenza verrà messo
sottochiave
per essere riaperto poi per altri viaggiatori." Si sposta al centro
della
stanza, dà nuovo ordine agli oggetti sul tavolino:

"Per
potere godere a pieno di tutto non avrei dovuto diventare psichiatra e, a
quanto dicono molti, il nuovo profeta di un nuovo indirizzo in
psicologia bensì
un mercante o un artigiano di qualcosa di generale utilità come fibbie
di
scarpe, fiammiferi, carta igienica…".

Guarda
finalmente Ferenczi, brevemente. Distoglie subito lo sguardo,
rivolgendolo alle
pareti della stanza come soprapensiero. Con un sorriso, conclude, prima
lievemente poi ispirato: "Ma per cambiare mestiere è oramai troppo tardi
e
quindi continuo a godermela nel mio modo, anche se tanta bellezza ti
lascia un
rammarico dentro, come se loro sapessero i musei, i cieli, i fiori che
stai
perdendo della vita qualcosa di prezioso". Prosegue con tono più
pratico:
"Tanto per non suscitare l’invidia degli dei, direi che l’unico problema
sono
gli acquisti, non c’è molto da portare, visto che pietre e muli sono
esclusi.
Forse solo Robert ha espresso un desiderio concreto adatto alla regione,
e lui
potrà avere lo zolfo che si aspetta".

Ferenczi: "Sono davvero felice che il nostro
viaggio Le sia di gradimento. Da parte mia temo che finora l’incertezza
mi
abbia impedito di abbandonarmi ad uno stato d’animo di pienezza".
Sebbene
compiacente, sembra che il tono elegiaco di Freud lo infastidisca, quasi
insofferente al piacere dell’altro; conclude con una certa tensione:
"Forse
dovrei occuparmi più seriamente della scaletta di viaggio e
dell’organizzazione".

Freud non sembra accorgersi delle
emozioni
del suo interlocutore e del cambiamento di atmosfera: "Sono davvero
felice di
avere un amico ed un compagno di viaggio come voi, ma, dato che siete
voi
stesso a dirlo, forse sarebbe meglio dedicare al viaggio la nostra
attenzione,
siamo qui per conoscere la Sicilia".

Ferenczi, all’erta: "Perché mi dite
questo?"

Freud sorridendo, ma in realtà molto
serio,
ed è chiaro che vi è implicito un rimprovero: "Lei ha un compito
importante, a
lei ho affidato il nostro orientamento spaziale e temporale".

Ferenczi sempre più teso, risponde
circospetto: "Compito che ho assunto in pieno. Anche sul piano
metaforico… è
per me una gioia pensare di esplorare con lei in lungo e in largo questa
magnifica terra e" – dopo una pausa intenzionale, aggiunge – "al
contempo il
mondo delle idee…".

Freud, non celando il proprio fastidio:
"Ecco! Ci risiamo! Lei si perde in elucubrazioni mentre io mi preoccupo
del
piano pratico… Credo proprio che a volte lei esageri, mio caro. Lei
vuole parlare
di noi, mi chiede delle mie notti, mi racconta i suoi sogni, sogni in
cui
addirittura mi vede nudo! Eppure lei deve aver certamente notato e
compreso che
io non sento più alcun bisogno di aprirmi completamente con gli altri e
ne ha
correttamente individuato l’origine traumatica. Perché allora insiste
tanto?
Dopo la delusione che mi ha arrecato proprio colui che consideravo
l’amico più
caro, Fliess, ogni esigenza di afflato sentimentale in me si è
spenta…. dei
miei pensieri. Lei insiste per lavorare insieme… e tutto questo la
rende
trasognato, inibito. Forse siete contagiato dalla drammaticità di questa
terra…
mi assediate come il padre di Annibale assediò Panormos. E siete pieno
di
quella passione che Amilcare fece giurare al figlio contro i Romani".

Ferenczi: "Odio verso i Romani… E’ strano
che
parliate di odio…". C’è una nuova intensità tra i due, come stessero
misurandosi, anche se forse Freud, già pentito del proprio impeto, tenti
ora di
alleggerire l’atmosfera.

Freud: "E di passione… nei prossimi
giorni
saremo fra le rovine di Segesta e Selinunte, questa terra conserva l’eco
di
grandiosità tragiche… sembra che voi ne siate influenzato… a volte
siete
corrucciato come un antico eroe…" poi cambiando rapidamente argomento:
"Il
viaggio volge al termine e i giorni trascorrono troppo in fretta".

Ferenczi: "In fretta si, è questo il motivo
per
cui insisto. Non avrò mai più una tale occasione. Lavorare insieme,
discutere
con lei del nostro lavoro è per me più importante di ogni altra cosa…
Io so
bene che voi state riflettendo sulle implicazioni della omosessualità
latente,
delle disarmonie su cui si fonda il delirio, e io stesso ho scritto di
questo
argomento, del nucleo segreto della formazione dell’identità maschile…
potrei
persino osare di sperare di aiutarvi…". Sembra esaltarsi via via che
parla.

Freud guardando dalla finestra: "Avete
notato? C’è uno strano sentore nell’aria: qualcosa di opprimente. Tutto è
attutito, un po’ perturbante. Forse sono i primi cenni del tanto temuto
scirocco…", poi rivolgendosi a Ferenczi, rassegnato: "…siete tenace
come un
mastino, mio caro amico. Per voi lavorare con me è più importante del
nostro
stesso rapporto… sia come volete, lavoriamo".

Si
volge verso il tavolo, prende il quaderno e lo porge a Ferenczi che lo
tiene in
mano con esitazione, e con evidente commozione apre le pagine con una
espressione di adorazione, legge prima con pudore poi si immerge
avidamente
nello scritto dimentico di ogni cosa.

Freud lo guarda con una certa tristezza,
poi si riscuote e comincia a parlare: "Dunque come vedete sono giunto ad
un
momento importante. Potremo avere ragione delle allucinazioni di
Schreber:
soggiacere al padre sottraendo il piacere alla donna, identificandosi
con la
donna. Stiamo per svelare il segreto della paranoia. E dobbiamo
sottolineare la
nostra ipotesi che formazioni mentali tanto inconsuete e lontane dal
nostro
comune modo di essere traggono origine dai più comuni e comprensibili
impulsi
della vita psichica…".

Ferenczi annuendo: "Il delirio è
comprensibile…"

Freud: "Se si sa ascoltare e cercare… e
per
stessa concessione della malattia: l’indagine psicoanalitica della
paranoia
sarebbe impossibile se i malati non possedessero la prerogativa di
tradire, sia
pure in una forma deformata, proprio ciò che altri tengono celato come
segreto.
È nella proiezione del loro delirio che riusciamo a leggerne l’anima".

Ferenczi ascolta rapito ed è chiaro,
dall’atteggiamento, e dal suo leggero agitarsi sulla sedia che sta per
intervenire. Ma Freud lo precede, con la mano indica il quaderno.

Immerso
nel proprio pensiero, porge la penna a Ferenczi che lo guarda perplesso,
con
sguardo interrogativo.

Freud: "Ecco riprenda da qui, quando
Schreber dice ‹sono stato malato di nervi due volte…› No, un po’ più
avanti,
leggete le ultime parole".

Ferenczi parlotta avvicinando il quaderno:
"…presidente di Corte d’Appello a Dresda".

Freud: "Ecco, e" poi chiudendo gli occhi
assorto dice rapidamente "dunque, scrivete: la prima malattia del dott.
Schreber si manifestò nell’autunno del 1884 e…" vedendo che l’altro
resta
immobile il volto proteso verso di lui, sospendendo la dettatura,
domanda:
"Parlo troppo velocemente per voi? Cercherò di rallentare…".

Ferenczi scatta in piedi, scostando da sé
il
quaderno. Con strana voce di gola, contratta, quasi balbettando: "Questo
intendete? Che io scriva ciò che voi mi dettate? Non è esattamente ciò
che
pensavo… collaborare al vostro lavoro". Poi alterandosi sempre di più,
battendo
ripetutamente la mano con le dita contro il proprio petto: "Voi volete
che io
scriva sotto dettatura?" Alza il viso verso Freud, avvicinandosi a lui,
quasi
minaccioso: "Io voglio… voglio…".

Fronteggia
Freud con sguardo acceso. I due restano immobili per qualche secondo,
poi Freud
lo guarda gelidamente e gelida e fermissima è la sua voce, quando quasi
sprezzante: "Dunque è così?" scandisce. E aggiunge con un certo
disprezzo, ma
anche con remoto dolore: "Volete appropriarvi apertamente proprio di
tutto…".

Ferenczi
si accascia sulla sedia prendendosi la testa fra le mani. Freud resta in
piedi
guardandolo, con fermezza, dall’alto in basso.