L’incidente di Palermo – quadro 3

 

"1910-1921"  Ricostruzione storica in
quattro quadri

 

Dialoghi fedelmente tratti
dagli
epistolari e dalle biografie

 

Personaggi principali:

 

Sigmund Freud
Sandor Ferenczi
Georg Groddeck

 

3° QUADRO

 

1921 – Salotto di
Groddeck

Ferenczi
capelli scomposti è seduto sul divano con la testa fra le mani, nella
medesima
posizione della scena precedente.

Groddeck al contrario è compostissimo,
quasi
immobile sulla poltrona, il braccio poggiato sul bracciolo. Sembra
perplesso.
Parla, ritornando al "Lei", con tono circospetto: "Via. Non mi sembra
che sia
accaduto niente di così terribile. Solo un equivoco… Lei esagera".

Ferenczi alzando la testa dalle mani,
sguardo
selvaggio, un po’ folle: "Non difendetelo! Mi ha trattato come uno
scolaretto,
un servo di scena! Dunque, scrivete…" scimmiottando la voce "visto che
insistete, visto che non demordete, un piccolo contentino, l’elemosina
all’affamato. Non mi sono mai sentito così umiliato in vita mia. Non mi
sono
sentito mai così reietto, così rifiutato. Da quel momento lui lavorò da
solo
tutte le sere. A me fu concesso il lavoro di correzione. Ma ci pensate
che
umiliazione? Quella sera è impressa nella mia mente, un dolore immenso,
una
terribile ferita. Ha segnato la fine della mia ingenuità e della mia
dedizione…no, non l’ho mai più dimenticato quel viaggio. Ci sono
eventi che
aprono per sempre gli occhi sulla realtà delle persone…".

Groddeck: "Insisto, lei esagera. Freud è un
uomo particolare, lei lo sa. Sembra che non viva altro che per la
psicoanalisi,
e in nome di questa sacrifica molte relazioni – pensi a Fliess, a
Jung… Ma
tiene ai suoi allievi".

Ferenczi: "Mi creda, sono stato io a tenere
ed a
voler salvare il rapporto: ho lasciato che Freud governasse la mia vita
sentimentale. Faccio miei i suoi principi scientifici, e lo proteggo
persino da
se stesso. Non lo perdono, ma lo proteggo: il mondo intero è contro di
lui, nelle
riviste mediche infuria una vera e propria battaglia contro di lui,
contro
tutta la corrente psicoanalitica".

Groddeck: "Perché lo temono – perché lo
invidiano e lo temono ad un tempo. I geni vengono messi alla gogna –
Galileo
andò in carcere per avere sovvertito le leggi dell’universo – Freud ha
messo a
nudo i segreti dell’anima, come vuole che reagisca chi ne ha terrore? È
la
resistenza, mio caro dottore. Anche lei, come vede, soffre della
verità".

Ferenczi: "Verità, verità? Cosa vuol dire
Groddeck? Anche Freud mi parlò di verità e di invidia. ‘Vuole proprio
appropriarsi di tutto’ mi disse. E questo cosa significa? Che io sono un
ladro,
un ‘ladro d’anime’? Come diceva il suo Schreber? Occorre essere in due,
mio
caro, per perpetrare un delitto. Io penso piuttosto che sia lui ad
appropriarsi
di tutto. Noi, noi siamo i derubati. Tu sei derubato: non è forse tuo il
concetto dell’Es? Lui ti citerà appena, e resterà per sempre lo
scopritore
delle istanze psichiche".

Groddeck: "Forse è qualcosa che gli
dobbiamo.
Forse le nostre idee resterebbero orfane se lui non le raccogliesse e
valorizzasse. Non dimenticherò mai cosa provai nel leggere
l’interpretazioni
dei sogni: mi si rivelò un universo nascosto. E servì moltissimo alla
mia
esperienza di medico. Quale emozione quando l’ho incontrato al Congresso
dell’Aja! Speravo che la mia relazione gli fosse piaciuta".

Ferenczi: "Ah, si: sulla psicoanalisi
dell’organico dell’uomo" sardonico. "Sono il tuo paziente ideale, caro
amico,
terribilmente psicoanalista e terribilmente organico. Da anni soffro
indicibilmente, a volte son certo di essere prossimo alla morte per
chissà
quale malattia a volte sento che è la mia anima che soffre. Che soffre
per
tutte le mie perdite: mio padre di cui ero il prediletto mi ha
abbandonato
quando ero appena ragazzo. Avevo 15 anni quando morì. E ora Freud. Come
scienziato lo ammiro infinitamente e vorrei ancora essere amato da lui,
essere
il suo prediletto. Ma in fondo al mio cuore è come se fosse morto. È
morto
quella sera a Palermo, ed è morta una parte della mia anima".

Groddeck: "Ma via, avete un ottimo rapporto e
lui vi stima. Sembra che abbiate chiarito ogni cosa".

Ferenczi: "Oh si! Abbiamo chiarito ogni
cosa. Lo
odiavo, soffrivo, ma proprio per questo non potevo stare lontano da lui.
Andai
a trovarlo a Vienna quell’autunno. Andai appositamente, anche se
inventai non
so quale circostanza di viaggio… e parlammo, parlammo di ogni cosa.
Non so cosa
mi diede più dolore: la violenza delle nostre emozioni a Palermo o la
chiarezza
di ogni verità a Vienna. Non è vero che la verità è terapeutica, se
suscita un
così grande dolore. Forse è meglio un amore anche se finto, che quella
sensazione di lontananza e di distacco che accompagna sempre la
rivelazione
della cosiddetta "verità".

Groddeck: "Ah, parlaste dunque…".