L’incidente di Palermo – quadro 4

 

"1910-1921"  Ricostruzione storica in
quattro quadri

 

Dialoghi fedelmente tratti
dagli
epistolari e dalle biografie

 

Personaggi principali:

 

Sigmund Freud
Sandor Ferenczi
Georg Groddeck


4° QUADRO

 

Abitazione di Freud.  (Bergstrasse, 19 a Vienna – Autunno 1910)

Freud: "Mio caro Sandor, che piacere
vederla! Ci siamo appena lasciati, eppure è come ritrovarla dopo tanto tempo.
Il ritorno ai luoghi quotidiani…" con il braccio, allungando il gesto, indica
la stanza.

"Come
va? Ha ripreso il lavoro?"

Ferenczi: "Non ancora professore, seguendo il
suo saggio consiglio mi godo il dolce far niente. Mi concedo il piacere di
passeggiare con la signora Gizella  mi
abbandono a piccoli e grandi acquisti, converso con i colleghi dandomi un certo
tono… faccio visite importanti, come questa. Insomma, vivo come fossi ospite di
me stesso".

Freud: "La capisco, dottore, la capisco
bene. Io stesso stento a rammentare d’essere la stessa persona che a Siracusa
coglieva papiri, che si incantava alla bellezza del sud, che soffocava avvolto
dallo scirocco… eppure eccomi qui. L’identità è ripristinata".

Ferenczi: "L’identità, si… Io la ritrovo
mettendo in ordine i ricordi. Incorniciando le nostre belle fotografie della
Sicilia… Aspetto di riprovare nostalgia del lavoro e che l’astinenza
dall’assalto della natura e dalla visione dei capolavori d’arte consenta una
nuova riserva di energia. Per il momento è come se fossi un po’ svuotato… non
so ancora cosa farò, né come…".

Poi
cambiando tono, più deciso, quasi caustico: "I bei giorni trascorsi in sua
compagnia, gli stimoli che ho ricevuto influiranno a meraviglia sulla mia
attività".

Il
tono cambia ancora, ora quasi dolente: "Indubbiamente anche la mia evoluzione
intellettuale, la mia educazione psichica trarranno profitto da questo viaggio…
Mi dispiace soltanto che lei non abbia trovato in me il compagno di viaggio che
avrebbe desiderato".

Freud: "Niente affatto. Lei mi deve credere
se le dico che ripensando alla sua compagnia durante il viaggio ho soltanto
sentimenti di cordialità e simpatia…". C’è uno strano sentore di cortesia e di
falsità fra i due. Parole gentili, che trascendono altri pensieri.

Ferenczi: "Sono grato delle sue parole. La mia
speranza è che, malgrado tutto, i nostri rapporti personali e scientifici non
perdano in profondità, a causa di quello che è accaduto…".

Freud: "Ma no, lei esagera…".

Ferenczi: "Non mi consoli. È dal ritorno alla
mia vita normale che ho cominciato a sottoporre ad autoanalisi gli eventi della
nostra convivenza e il modo in cui ho reagito ad essi… Un vaglio autocritico…
L’unica cosa non smentita è la certezza delle mie buone intenzioni; è su questa
certezza che fondo l’aspettativa che lei…, lei vorrà perdonare questo incorreggibile
scimpanzé che tanto spesso veniva meno ai suoi propositi… . Non posso che
ringraziarla di tutto cuore per l’incomodo cui lei si è sottoposto tollerandomi
e  assumendo ancora una volta il ruolo di
guida. Mi duole che lei abbia avuto in un compagno che ha ancora tanto bisogno
di essere plasmato".

Freud: "Mio caro amico non posso che
rassicurarla, non se ne preoccupi, anche se…

Certo,
è vero, spesso sono rimasto dispiaciuto per la sua delusione e forse, si, in
molte circostanze avrei voluto che lei si comportasse in modo differente".

Ferenczi: "Vede, lei infierisce…".

Freud: "E’ lei che invoca la verità, e
questa, chiamata in causa, non può essere negata. E’ la rivelazione che ci
consente di averne ragione, non il diniego. Ero deluso, si!

Avrei
voluto che lei mi si mettesse al fianco come compagno alla pari. Cosa che Lei
non è riuscito a fare. Precipitava nel suo ruolo infantile e devo averla delusa
a mia volta e Lei avrà misurato con stupore quale distanza mi separi
dall’Ideale della Sua immaginazione".

La
conversazione si trasforma in un dialogo serrato, incalzante, quasi aspro.

Ferenczi: "Ideale della mia immaginazione?
Certamente! Lei rappresenta il mio Ideale, Maestro! Dovrei vergognarmene? Ma
non era questo l’ideale che perseguivo in Sicilia. Tra le bellezze del viaggio,
avrei voluto godere della presenza dell’uomo, non di quella dello scienziato.
Avrei voluto il privilegio di un rapporto di confidenza e di amicizia…".

Freud: "Non invochi l’amicizia, Ferenczi.
C’è altro, ben altro di mezzo. Lei avrebbe voluto veleggiare in un inesauribile
fervore intellettuale, mentre io detesto mettermi in posa e mi è difficile
mantenere a lungo il ruolo che lei avrebbe voluto attribuirmi. Al postutto,
eravamo in vacanza!".

Ferenczi: "Oh so bene… quello che dimenticavo
nel mio fervore, sì dite bene fervore, è che Lei non condivideva i miei
intenti: dopo un anno estenuante di lavoro lei non desiderava altro che
trascorrere quattro settimane di meritatissimo riposo immerso nella bellezza ed
in buona compagnia. E’ stato spaventosamente sconsiderato da parte mia rovinare
le Sue ferie con la richiesta di farmi educare da Lei, di farmi mostrare i miei
errori… Ma poi neanche questo volevo. In realtà io desideravo stabilire con Lei
un rapporto paritario, personale, franco e perché no allegro. Perché sa, io
posso anche essere allegro, molto allegro, sfrenatamente allegro. Certo avrei
voluto che lei mi correggesse… a patto però che fossi pure io autorizzato a
dire sempre la verità, anche la più sgradita, proprio come i suoi insegnamenti
indicano, Maestro! Volevo essere riconosciuto da Lei come amico e collega e
invece mi sono sentito, che le devo dire? Forse ingiustamente ricacciato in
quel ruolo infantile di cui lei parla". Si ferma come esausto – poi riprende
stancamente, con voce bassa, lenta: "Maestro, ho atteso questo incontro con non
poca tensione, anzi con angoscia. Mi sono preparato a tutte le eventualità, e
persino a quello che Lei a causa delle delusioni che le ho procurato decidesse
che non valeva più la pena di occuparsi di me. Avevo fatto proponimento di
restarle fedele "eroicamente", nonostante la sua mutata opinione nei miei
confronti. Mi accorgo però che fortunatamente l’eroismo sarebbe superfluo,
poiché ritrovo nel suo accento nell’accogliermi quella cordialità ed amabilità,
e soprattutto quella sincerità, per la quale le sono sempre stato grato".
Sommesso, con amarezza.

"Ho
riflettuto molto sulle mie azioni, mi sono osservato spietatamente, e
certamente mi attribuisco tutte le colpe di quello che è accaduto tra noi.
Tuttavia, tuttavia sento anche che in alcuni punti devo contraddirla, ed è per
me indispensabile far luce su alcuni dati dei fatti!".  Il tono divenuto acceso, una furia repressa
nello sguardo e nelle parole, che si fanno incalzanti.

"Non
è vero che io abbia cercato in lei sempre e soltanto il grande studioso. Non è
neanche possibile immaginare che io sia rimasto deluso dalle sue presunte
debolezze.

Certo
non potevo fare a meno di essere stupito e felice le volte in cui lei è stato
tanto amabile da comunicarmi quello che stava elaborando psicoanaliticamente,
di essere affascinato dalla ricchezza delle sue idee. Ma non mi è mai venuto in
mente di pretendere di più. Anzi sa quali momenti del nostro viaggio mi hanno
lasciato il ricordo più piacevole? Quelli in cui lei mi ha parlato apertamente
della sua personalità e della sua vita!

Lei
non mi delude, come può deludermi? La stimo così tanto che mi farei carico di
ogni sua debolezza. E’ forse proprio per questo che durante il viaggio ho
recitato una parte ridicola, come gli asini siciliani bardati di tutto punto,
per divertirla. Attendendo che Lei facesse il primo passo, per poterle aprire
il mio cuore, per dirle tutto". Scuote la testa, la fronte aggrottata: "Può
darsi è vero che mi sia fatto un’idea esagerata del cameratismo fra due
persone: che si dicono reciprocamente la verità, senza alcuna indulgenza,
sacrificando ogni riguardo. Sono consapevole di quanto siano smisurate le mie
pretese. E penso che per questo lei mi pensa in un ruolo di dipendenza infantile.
Forse ho persino rivestito il ruolo ripugnante dell’incompreso.. Ma lei non è
stato sincero, non è stato leale con me".

 Lo guarda come un bimbo guarda un padre, in
attesa di responso.

"Se
lei mi avesse sgridato a dovere, anziché chiudersi nel suo eloquente
silenzio…".

Freud: "Avrei dovuto sentirmi lusingato? Ho
un’idea forse leggermente diversa di una amicizia tra uomini. Lei era così
avido di nutrirsi della mia vita e delle mie idee da non accorgersi che il più
delle volte non stavo bene, che soffrivo dei miei disturbi intestinali più di
quanto volessi ammettere. È su questo punto che avrei dovuto e voluto
cominciare a essere sincero, ma lei non mi sembrava abbastanza forte da non
cadere in preda ad eccessive preoccupazioni e forse neanche troppo interessato
alla realtà. Lei perduto nei suoi sogni, e io con i miei disturbi". Cambiando
tono "Ma d’altra parte chi non riesce a padroneggiare il suo Konrad" si tocca
lo stomaco con ambedue le mani "non dovrebbe mettersi in viaggio…".

Avverte
che Ferenczi non si ammorbidisce. Contrae la mascella scrutandolo:

"Perché
mi guarda così? La deludo ancora una volta? La delude che io sia un essere
umano che può avere qualcosa di così semplice come un mal di stomaco?". Come
facesse una concessione: "Verissimo, è stata una debolezza da parte mia, non
sono quel superuomo che Voi avete costruito!". Ma subito dopo riemerge Freud il
Maestro:

"Ma
naturalmente, avevo già capito molto, o gran buona parte, di quello che ora lei
mi confessa e mi toccherà darle qualche spiegazione. Perché non Le ho dato una
lavata di capo, spianando la strada ad una reciproca spiegazione? Perché non
l’ho fermata? Ebbene, non ho potuto farlo, non ho voluto farlo, così come non
mi riesce di farlo con i miei tre figliuoli, perché voglio bene loro e mi
addolora rimproverarli… e ancor di più, voglio che siano loro a prender
coscienza delle cose…".

Ferenczi trionfante esclama: "Ah, Maestro! Voi negate quindi ciò stesso che poi
affermate! Ecco che l’inconscio prevale ancora una volta… si nega fortemente
una verità scomoda. Lei non vuole colleghi, fratelli, ma figliuoli, tutti noi
figli purché adoranti senza alcuna autonomia e che nessuno osi sperare di
superare il padre…".

Freud lo guarda fra l’infastidito e il
sorpreso: "Non dica sciocchezze!" poi più sommessamente: "La sua sensibilità Le
gioca brutti tiri… a volte è così enfatico… e forse possiamo ancora invocare la
psicoanalisi per comprendere la sua emotività…". Parla con tono lievemente
ostentato, come stesse tenendo lezione. "Credo mio caro che si tratta di
proiezione. Lei proietta i suoi sentimenti filiali attribuendo a me la sua
ambivalenza. Conosciamo bene l’atteggiamento infantile del maschio nei
confronti del padre. Una combinazione di rispettosissima sottomissione e di
ribellione violenta. E’ questo che Lei fa: mescola atteggiamenti di devozione
alla più aspra critica. E’ un meccanismo infantile a noi noto quello della
"Carrozza di ritorno" che serve a ritorcere ogni rimprovero che si riceve dal
suo autore senza modificarlo…".

Ferenczi: "Ah, La colgo in fallo Maestro!
Questo è proprio il tema del lavoro che scriveva a Palermo! E questo è proprio
il nocciolo della questione! Lei avrebbe voluto che io scrivessi sotto
dettatura i suoi pensieri come ora pretende che io accetti il suo punto di vista…
e lei mi parla di sottomissione? Sa cosa le dico? È un circolo vizioso che
insorge da una realtà incontestabile, lei vuole essere il padre e vuole solo
essere adorato dai suoi figli, ma non tollera di essere emulato, e io si, le
vorrei essere figlio, e vorrei essere amato da Lei, e stimato e accolto… e
forse quello che ci lega è un tormento. Il tormento degli uomini: il padre
amato è per ciò stesso perduto e il figlio, il figlio che vorresti amare, è
nell’inconscio un ineludibile usurpatore, un nemico… l’uomo vede allo specchio
la propria fragilità e l’unica via d’uscita è simulare una forza e una potenza
che neghi l’ambivalenza ed il timore. Padri e figli sono condannati alla
finzione. E sa cosa le dico ancora, forse c’è un’altra verità che tutta la nostra
foga tenta di celare: il desiderio! Il tabù: desiderare il padre e perché no
guardare con ambiguità le teneri forme del bimbo. Ha davvero ragione Lei, un
amore controverso, quello tra padre e figlio". E’ chiaro ora che Ferenczi
oscilla fra pensiero affettivo e pensiero teorico: "Forse ci avvicinavamo ad
una ardente verità nelle calde ore siciliane. Sprofondavamo nell’indagare il
cuore delle emozioni più nascoste. E tentavamo di parlarne, proprio come lei ci
ha insegnato, indagando il profondo. Ma nella difficoltà, ci arenavamo sul più
innocuo livello della paternità e dell’amore filiale. Non abbiamo poi ambedue
scritto sulla omosessualità? Se due uomini si guardano l’anima, non è poi a
questo che giunge l’innominabile origine del desiderio, al più semplice e
fondamentale dei legami?".

E’
straordinaria la trasformazione, i due uomini sono ora due teorici
profondamente immersi nello scrutare le istanze psichiche.

Freud scuotendo la testa: "Non dimentichi il processo evolutivo. Lei parla di un aspetto
primitivo destinato a sciogliersi e maturare. E spesso proprio attraverso il
dolore. È la mancata elaborazione di un elemento naturale che porta alla
sofferenza, pervenendo all’estremo alla tragicità delle perversioni. Ma forse
quello che lei dice è vero. Noi in Sicilia guardavamo il fiume alla foce.
Nell’uomo adulto gran parte dell’investimento omosessuale è stato ritirato e il
destino dell’amore verso il padre è similare, la sua forza deve essere ridotta
perché l’Io sopravviva".

Ferenczi: "Forse questo è il problema, negare,
ritirare, difendersi. Non è questa la sua lezione, maestro? E io le sono grato
proprio per questo. Già durante il viaggio, ma ancor più dopo il ritorno a casa
ho fatto la mia autoanalisi come ogni psicoanalista dovrebbe: ho analizzato il
mio modo d’agire e ho individuato le matrici del mio atteggiamento infantile,
ho fatto luce senza pietà sulle più antiche componenti pulsionali omosessuali
infantili. Credo di averne tratto qualche insegnamento scientifico e anche
grande beneficio personale se da questo deriva oggi la mia grande
sopravvalutazione sessuale della donna. Non è quindi l’omosessualità il
problema ultimo, ma i suoi derivati. Chi non ne ha paura, potrà elaborarne i
frutti, un grande amore per la propria donna e una capacità affettiva profonda
e leale verso l’amico. Chi ne ha paura, soggiace ad un triste destino… questa è
l’interpretazione del sogno che le narrai durante il viaggio. Quello in cui la
vedevo nudo davanti a me, senza provare alcuna eccitazione né conscia né
inconscia: la componente omosessuale dell’amore verso il padre trasformata in
una forte aspirazione a un’assoluta sincerità reciproca…".

Freud con un bagliore nello sguardo. I due
sono di nuovo sopraffatti dalla loro condizione umana: "Dite piuttosto che
avreste voluto spogliarmi di tutto… Avreste voluto vedermi infine denudato di
ogni cosa. Questo è stato infine ciò che accadde quella sera a Palermo. Lei
presume, è evidente, che io nasconda grandi segreti e ha una avida curiosità al
riguardo… una avidità inesauribile, nonostante io le abbia comunicato tutto sul
piano scientifico… e ben poco le ho nascosto sul piano personale… le ho
raccontato come i miei sogni in quei giorni riguardassero tutta la mia vicenda
con Fliess, ed è necessario ammetterlo, voi eravate terribilmente geloso o
meglio terribilmente invidioso, e ottenere la mia simpatia al riguardo era
piuttosto difficile… Lei capirà, meglio considerando le cose, che fra noi non
v’è poi grande bisogno di una resa dei conti…" 
come avesse concluso con una precisa constatazione. Poi con tono lieve,
con voluta nonchalance sferra l’ultimo colpo: "A proposito, non le ho ancora
detto che ho rielaborato il lavoro che stavo scrivendo a Palermo, il caso
Schreber. Vi ho trovato conferma degli assunti sulla paranoia e svariati spunti
per fondate interpretazioni… che cosa pensa se le dico che il vecchio padre di
Schreber come medico faceva miracoli ma che in famiglia era un tiranno, che si
scagliava "ruggendo" contro il figlio e lo capiva ben poco…".

Ferenczi scuotendo la testa, come fosse
esausto: "Cosa ne penso? Beh lei
certamente non ruggisce, ma per il resto… sono geloso, invidioso, lei dice, e
nel dirlo mi uccide ancora una volta". E’ di nuovo adirato, ma come fosse sul
punto di piangere: "Come ha potuto dirmi quella maledetta sera che volevo
appropriarmi di tutto, come potete ripeterlo ancora oggi? Ma di cosa dovrei
appropriarmi, della vostra fama, del vostro genio? E come potrei mai… sa quali
momenti del nostro viaggio mi hanno lasciato il ricordo più piacevole? Quelli
in cui lei mi ha parlato apertamente della sua vita. Le volte in cui mi ha
parlato di Lei. E’ stato allora e non durante le conversazioni scientifiche che
mi sono sentito liberato dalle inibizioni, mi sono sentito "compagno a pieno
titolo" come lei ora dice che avrebbe desiderato,  e come io sarei stato felice di essere
sempre.

Quello
di cui non mi accorgevo, accecato dal mio egocentrismo è che Lei non
condivideva questi intenti: pensava a Fliess, lei dice. Forse la sottile linea
omosessuale, che ogni uomo si porta dentro residuo dell’infanzia, esita nel suo
aspetto masochista, è più attratta dal dolore che meglio ne caratterizza la
profonda natura di perdita. Pensava a Fliess e alla delusione che lui le ha
arrecato, mentre c’ero io che non chiedevo di meglio che assecondarla. Forse
l’amicizia sincera e profonda è così difficile perché allude al desiderio
infantile, al terribile desiderio del padre, e la delusione, la freddezza,
persino la guerra sono più rassicuranti, perché sconfermano tale desiderio".
Alza il viso, con un residuo di fierezza: "Ma sa che le dico? Io mi sento forte
perché non ho paura di tutto questo. E dall’antica omosessualità delle mie
storie di bambino, ed è chiaro che parlo di un mondo antico che non mi
appartiene più, emerga pure l’ideale che ora perseguo: godere della presenza
dell’uomo oltre che dello scienziato, in un rapporto di confidenza e di
amicizia. So bene che queste frasi suonano pompose, poetiche. Lei forse si
chiede il perché della mia enfasi, di quello che chiama "il mio animo tragico".
Da anni io mi occupo esclusivamente dei prodotti del suo intelletto, e sempre
dietro ogni frase della Sua opera ho avvertito anche l’uomo. Che le piaccia o
no, lei è indubbiamente uno dei più grandi maestri dell’umanità e deve
rassegnarsi al fatto che i suoi discepoli, se non altro intellettualmente,
stabiliscano con lei un rapporto personale".

Freud lo guarda con uno strano sguardo,
d’interrogazione, d’attesa, d’intuizioni definitive: "Detto in tal modo, sembra
una condanna. Divorato dai figli". Tace qualche secondo, a testa china. Poi
rialzando lo sguardo verso Ferenczi, con tono diverso, consapevole, quasi
tenero: "Lei presume che io nasconda chissà quali grandi segreti ed è roso da
una grande curiosità… dall’avidità direi, non mi guardi così, avidità, invidia,
desiderio, amore… Questo è il nostro legame. E non è di questo che ci occupiamo
nel nostro lavoro? Non è questo che interpretiamo e sveliamo? Ed eccoci qui a
divenire noi stessi i sacerdoti del dolore, a rappresentare l’eterna scena del
mondo. Siamo destinati, mio povero amico a portare il peso delle nostre anime…
Infine sarà il futuro a decidere, sarà l’avvenire a dare conferma di noi"
allarga le braccia ad indicare ogni cosa: "di tutto questo, di ogni cosa. Se
sia stato il nostro, un lungo sogno, forse anche un delirio, o la più profonda
delle verità…".

 

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