“Hammamet” di G. Amelio. Commento di R. Valdrè

Autore: Rossella Valdrè

Titolo: “Hammamet”

Dati sul film: Regia di Gianni Amelio, Italia, 2020, 126’

Genere: drammatico, biografico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Volevo, come penso sia compito del cinema, rappresentare comportamenti, stati d’animo, impulsi, giusti o sbagliati che fossero. Cercando l’evidenza e l’emozione. Ho provato ad avvicinarmi ai personaggi quel tanto che permettesse non a me, ma allo spettatore, di giudicarli. Se avessi voluto fare un film in gloria di Craxi, magari mi sarei concentrato sulla notte di Sigonella, non sulla sua caduta. Ho scelto di metterlo a confronto, nei suoi ultimi mesi di vita, con una figlia appassionata e decisa, che ho chiamato Anita, come Anita Garibaldi”.

Con queste parole Gianni Amelio, nel Post del 8 gennaio, sgombra il campo alle possibili polemiche o fraintendimenti a cui il film, dedicato a uno dei personaggi più controversi della storia politica italiana, potrebbe prestarsi. Non è infatti il politico che interessa al regista, non è la straordinaria vicenda giudiziaria, non sono gli affari sporchi né gli eventuali meriti, non è una ricostruzione storica: no, “Hammamet” si concentra sugli ultimi mesi della vita di Bettino Craxi per restituircene un ritratto desolatamente crepuscolare, intimo, disperante.

Solo in apertura vediamo un Craxi all’apice del potere, in quel 45° Congresso milanese del Partito Socialista di cui è adorato capo indiscusso, in un’Italia dal Pil elevato (“quinta potenza al mondo”), dove tutto sembra possibile, in un clima esaltato ed euforico. Ma quell’apoteosi, come in tutte le grandi biografie di ascesa e caduta, contiene già i germi della futura sconfitta: il compagno tesoriere, che si suiciderà, lo mette in guardia senza essere ascoltato, e i garofani, quel tappeto di garofani simbolo del partito, sono riversi a terra, moribondi. Pochi sono i simboli in “Hammamet” (non è la simbologia tra le cifre preferite del regista) ma questo, in apertura, che lo spettatore coglie solo di sfuggita, sembra racchiudere tutta la parabola politica e umana di Craxi, vincitore ferito, uomo d’azzardi e arroganze, intelligenza e acume, osannato e poi lasciato, come sempre avviene con i facili cambi di carro degli italiani, nella completa solitudine.

Pochissimi, infatti, i personaggi: la figlia che lo segue amorevolmente fino alla fine, il figlio più impegnato a riabilitarne l’immagine in Italia, una moglie assolutamente sullo sfondo, il nipotino, l’unica visita di un ex-democristiano (verosimilmente Fanfani) e il brevissimo, doloroso e intenso incontro con l’amante (la conduttrice Patrizia Caselli che si definì sempre ‘compagna’ e lo raggiunse in quest’esilio finale, interpretata da Claudia Gerini),

Con una scelta a mio avviso un po’ discutibile, il film usa nomi d’invenzione, nonostante la collaborazione e l’assenso dei familiari di Craxi e la messa a disposizione della vera villa di Hammamet; questa lieve miscela di realtà e fiction è inutile per lo spettatore adulto che ricorda quei tempi e conosce quei nomi, e può confondere lo spettatore giovane a cui quell’epoca, quella della Prima Repubblica con cui si chiuse il secolo, deve sembrare – letteralmente – preistoria. Sono passati vent’anni che sembrano cento: la fugace apparizione di un giovane Berlusconi in televisione segna l’avvento di un’altra Repubblica, di un altro mondo e di un altro linguaggio, di una deriva che giunge fino all’attuale volgarità da far apparire Craxi, quest’uomo solitario ma circondato da libri, che insegna la storia di Cartagine al nipotino, quasi un signore d’altri tempi. Figura del tutto inventata è invece il giovane Fausto, immaginario figlio del compagno morto suicida (e simbolo di tutti i suicidi che la vicenda scabrosa portò con sé), creato allo scopo di inserire un interlocutore, qualcuno che dialoghi con Craxi, che ne riprenda le ultime scene di vita; anche questo personaggio non risulterebbe essenziale alla dinamica del film, ma permette a Craxi di raccontarsi.

Raccontare cosa? Il suo rancore, la sua verità: la politica costa, anche una festa di paese costa, tutti hanno preso, non solo noi, ho dato a tutti, tutti mi hanno abbandonato.

Ma la verità, o meno, del racconto (e qui sta il merito del film), passa sempre più in secondo piano via via che la vicenda procede: non è più la parola, a dominare la scena: è il corpo. Questo corpo ingombrante, di un uomo che fu altissimo e possente, piegato da un diabete che avanza inesorabile, che rischia di perdere le gambe andate in cancrena, sempre più bisognoso dell’altro, ospedalizzato, allettato, in sedia a rotelle, umiliato, vinto. In questo ritratto del declino del corpo di un potente ridotto, di fronte alla morte, a puro corpo come tutti noi, come ogni essere umano, si ritrova la piena qualità intimista e crepuscolare del film.

Uno straordinario Pierfrancesco Favino (le cui incarnazioni alla De Niro abbiamo imparato ad ammirare da Il traditore di Bellocchio), rapisce l’intera attenzione dello spettatore, ci fa entrare senza enfasi nel dolore muto di quel corpo, nell’umiliazione crescente, nei ricordi, le fantasie, i rimpianti. L’interpretazione merita da sola la visione del film.

Ci fu chi ritenne, a suo tempo, che Craxi si lasciò andare in un lento suicidio; avrebbe potuto farsi curare in Italia, sarebbe forse vissuto meglio e più a lungo. Avrebbe potuto aver cura di sé e, invece, lo vediamo avvelenarsi, in molte scene certamente non casuali, mangiando dolci e cibi proibiti. Non sappiamo mai quale misto pulsionale, quale amalgama di emozioni abiti la psiche di un uomo, ma allo psicoanalista non può sembrare solo il palesarsi di una volontà autodistruttiva, che pure certamente esisteva. Quel corpo disfatto, che ha goduto – sesso, potere, cibo, denaro come equivalenti psichici inconsci – è un corpo che ha vissuto al massimo e non si arrende a una vita morigerata, alla privazione, alla rinuncia. Come sarà per Berlusconi (da cui lo splendido affresco di “Loro” di Sorrentino) e per molti imperi che la Storia ha visto nascere e cadere, è proprio nell’ingordigia, nell’assenza di limiti, nell’onnipotenza, nel narcisismo spinto all’eccesso, nell’arroganza, e non solo nei trascorsi politici e nei fatti reali, che l’uomo di potere spesso si consuma. Nel godimento.

Godimento è termine che Freud usò raramente (Genuss), solo in relazione alle perversioni (Freud, 1905); assume invece un importante significato in Lacan, che ne farà uno dei suoi concetti principali, jouissance(Lacan,1972). Benché piacere e godimento vengano spesso confusi, si tratta di due principi del tutto diversi nell’economia psichica: il piacere ha a che fare con la vita, è necessario alla vita, mentre il godimento si situa nell’al di là del piacere, si slega dalla vita e si imparenta, invece, con la pulsione di morte (Freud, 1920). Godimento è il piacere che si esilia dal linguaggio; che non conosce, cioè, più termini umani, limiti, che s’inabissa in se stesso fino al morirne. Gustare una buona cena è un piacere; stordirsi nell’abbuffata è godimento.

Il corpo che abita tutta la scena di “Hammamet” è un corpo che, da solo, racconta una storia: ho goduto e non mi arrendo alla rinuncia, meglio morire che essere morigerati, privati.

La morte del potente, nel momento in cui è ridotta a corpo, diventa la morte di ciascuno; ecco allora l’assoluta necessità di almeno un altro essere al mondo che ci accudisca (la figlia), il ricordo di qualcuno che ci ha amato (l’amante), di qualcuno che ci sopravverrà (il nipote), ecco quelle fantasie che credo sorgano spontanee alla mente del morente, fantasie e reminiscenze infantili, l’incontro col vecchio padre, l’immagine di sé bambino già prepotente e ribelle che rompe i vetri della finestra della scuola.

Non lo inseriamo tra i capolavori, il film di Amelio, ma possiede il grande merito di abbandonare la cronaca e il giudizio, sempre così contaminati dallo spirito del tempo, per soffermarsi sull’essenza dell’uomo in genere, destinato alla morte, e dell’uomo Craxi, sottraendolo alla rimozione collettiva in cui era finito per restituircene un ritratto finale che, forse, valeva la pena conoscere.

 

Bibliografia:

  • Freud S. (1905): Tre saggi sulla teoria sessuale, OSF, 4
  • Freud S. (1920): Al di là del principio di piacere, OSF,9
  • Lacan J. (1972-73): Libro XX. Torino, Einaudi, 2011

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