Primo amore

Matteo Garrone, I, 2004, 100 min

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Commento di Franco De Masi


Il fascino perverso della distruttività

"Primo amore" non è un film facile da accettare e da metabolizzare. Il titolo suona quasi ironico: di amore non ce n’è molto.
Vittorio è alla ricerca di una donna, o, come dice lui, di un corpo e di una testa, nell’ordine. Egli vuole modellare a suo piacimento il corpo della compagna. Solo quando avrà perso almeno 10 kg potranno cominciare a vivere. Ma pian piano la ragazza, Sonia, appassisce e alla fine si ribella in modo violento.
L’atmosfera del film è claustrofobica, ben rappresentata dal laboratorio di orafo del protagonista chiuso da inferriate.
La vicenda è tratta dal libro autobiografico di Marco Marcolini Il cacciatore di anoressiche che narra un fatto realmente avvenuto con esiti giudiziari importanti, ma se ne distacca per la profondità dell’indagine della posizione drammatica dei due protagonisti.

Cercherò di esaminare il film soffermandomi su alcuni punti chiave della narrazione filmica, punti che continuamente si intersecano e si sovrappongono: il rapporto sadomasochistico, la follia a due, l’anoressia e l’anelito alla purezza.

1) Il film apparentemente parla del rapporto sadomasochistico in cui il ruolo del sadico è personificato dal protagonista maschile e il ruolo masochistico dalla donna. Come si vede il sadomasochismo non si fonda sulla volontà di fare male all’altro, ma piuttosto sul desiderio di dominarlo completamente. La sofferenza e il danno subito e accettato dal partner masochista sono una conseguenza della sete di dominio e di potere e non costituiscono uno scopo primario. Nel corso del film si vedrà che il ruolo di chi detiene il potere non è fisso, ma spesso finisce per ribaltarsi. Chi domina chi non è chiaro. Al centro della vicenda anche il dominatore Vittorio confessa che dipende da Sonia e non può vivere senza la sua vittima. Uno psicoanalista francese Victor Smirnoff ha scritto un lavoro su questo tema ed ha sostenuto che il masochista, nonostante si ponga come elemento passivo della coppia, ha un ruolo attivo. Esiste un contratto che entrambi devono rispettare e che li lega e li condiziona entrambi. Anche il masochista esercita un potere sul sadico che, a sua volta, dipende da lui.

2) Il racconto mostra una progressiva vicenda di regressione dei due protagonisti che peggiorano continuamente la loro relazione con il mondo. Si tratta di una specie di follia a due che conquista la mente di entrambi illudendoli che il rapporto a due può soddisfare le loro esigenze di sentirsi speciali rispetto al resto del mondo. Non a caso essi scelgono di andare ad abitare in una casa che è legata alla vicenda e alla morte di Giulietta e Romeo. In realtà essi perdono progressivamente la loro parte sana e vivono sempre di più dentro l’illusione di auto sufficienza che si avvicina a un delirio condiviso. La ragazza perde il lavoro sia nella boutique sia nell’accademia. Lui si disinteressa sempre di più al laboratorio di orafo fino a che viene abbandonato dai collaboratori. Ma entrambi sembrano lontani dal reagire a questi avvenimenti con angoscia. Al contrario Vittorio, in modo particolare, sembra essersi liberato da un grande peso per tornare a un sogno adolescenziale che si intravvede aver dovuto abbandonare.
Questo film ci parla, dunque, di un delirio a due e descrive con coerenza il conseguente e inevitabile sviluppo patologico verso la conclamata follia.

Ho detto prima che l’asse su cui si basa la vicenda è quella del rapporto tra vittima e carnefice. La ragazza si offre in modo sacrificale al suo dominatore che attraverso il controllo sul corpo cerca di dominare anche la sua mente. Per questo il film può ricordare, in modo lontano se si vuole, un’altra vicenda sado-masochistica quella descritta nel Portiere di Notte da Liliana Cavani.

A differenza della protagonista del film di Liliana Cavani che è coerente con il progetto di autoannullamento, il masochismo di Sonia non sembra del tutto puro e conseguente. Se il masochismo rappresenta una delle facce più pericolose della perversione cioè il piacere che si trae dalla scomparsa del sé, il desiderio della protagonista sembra molto oscillante.
Sin dall’inizio lei rompe il contratto, si sottrae al programma anoressico e tradisce il patto sadomasochistico. Nella perversione sado-masochistica la dinamica dell’autoannullamento nasce dal piacere di soddisfare il domino del master. Il piacere del masochista deriva dal sentire che l’altro prova tutto il piacere. Qui la situazione è più complessa. La ragazza sembra più attirata da un piacere di tipo narcisistico. All’inizio sembra disturbata dal fatto che l’uomo non la consideri troppo magra, vuole essere ammirata per le fattezze del suo corpo magro, si sente lusingata dall’acquisto di una casa isolata e romantica in cui andranno ad abitare, ma non sembra avere una decisa propensione verso l’autoannullamento e la morte. Questo è chiaro nella scena della piscina in cui Sonia si confronta con una donna più esile che lei vuole imitare mentre Vittorio sembra del tutto assente e concentrato su altro.
Basta ricordare come lei guarda i suoi stessi ritratti fatti dagli allievi. Nella scena del ballo, quando Vittorio litiga con il proprietario e caccia il medico che vorrebbe soccorrere la donna, è lei che si getta al suo collo, lo bacia e lo abbraccia, confondendo la possessività distruttiva di Vittorio come un atto di amore di cui lei può godere e compiacersi.
I due protagonisti, in apparenze simili nel loro scopo e intimamente integrati, non si incontrano mai. Nella scena della gita in barca essi sono ripresi sfuocati come due teschi in cui si dicono di essere molto lontani: lei indietro a 50 kili, lui molto più avanti verso i 40 cioè verso l’estasi della distruzione.

3) Per questo motivo il film si può leggere all’interno di una dinamica sadomasochista, ma che lascia trasparire uno sviluppo più sotterraneamente folle e distruttivo quello legato al bisogno di purezza.
In questo senso si può dire che tra i due l’uomo è portatore di un ideale anoressico, quello che conduce verso la morte e l’autodistruzione.

Le anoressiche non credono di dover morire. Esse hanno idealizzato la morte che non compare come tale ai loro occhi. La pericolosità della scelta anoressica consiste proprio nel fatto che la morte non suscita angoscia, ma è concepita e idealizzata come un’ascesa verso una condizione di superiorità spirituale, di totale indipendenza dai bisogni terreni inclusi quelli dell’alimentazione.
Vittorio ha un’ideale anoressico nella mente, solo che non lo vive in prima persona, ma lo proietta nella sua partner. Se volessimo riunire questi due ruoli, che nel film sono divisi in due persone, dovremmo dire che l’uomo rappresenta il Super-io anoressico che colpisce e attacca l’Io ogni volta che questo trasgredisce. Memorabile la scena del pianto sconfortato quando Sonia vuole vestire un abito più arioso e femminile e Vittorio la costringe a infilare un vestito nero troppo attillato e costrittivo.
Questo rapporto aggressivo tra Super-io patologico e Io, che rimane attaccato alla vita, raggiunge il suo acme quando la protagonista, in preda a un attacco bulimico, si getta nella cucina del ristorante arraffando tutto il cibo possibile. Di qui la punizione della donna, l’essere spogliata di tutti i vestiti come segno della perdita di tutta la dignità.

4) Dicevo della purezza che domina la vicenda patologica.
Nella clinica psicoanalitica, cioè quando noi incontriamo il paziente nel nostro studio, la distruttività non si presenta mai come violenza o desiderio rabbioso di distruggere, ma, come aveva detto Freud, la pulsione verso la morte è nascosta e silente. Un esempio di questo tipo lo ricavo da un sogno di una paziente in analisi, una donna traumatizzata nell’infanzia che, in un periodo molto difficile della sua vita, sognò di volare su una paesino a picco sul mare blu di un’isola, un bellissimo paesaggio mediterraneo e di desiderare di tuffarsi in quel mare. Solo a fatica riuscii a capire che la paziente stava idealizzando il suo desiderio di morte. Dalle associazioni emerse che l’isola ricordava Cefalonia dove il padre, ufficiale italiano, era stato fucilato e gettato in mare con altri commilitoni dalle truppe tedesche.

Qui la distruttività, la corsa verso la morte è rappresentata nel film dalla metafora dell’oro. E questo, mi sembra, una bella metafora che innalza il film molto al di sopra della vicenda reale documentata dal racconto autobiografico e purtroppo banale ( la banalità del male!) di Marcolini.
Lo stesso protagonista manipola nel corso del film questo metallo duro e freddo oppure ne brucia le impurità quando dopo averne raschiato tutte le tracce ne ottiene l’essenza. Questo avviene quando è costretto a lasciare il laboratorio di orafo che pure è stato del padre. Nessun rimpianto, nessun dolore. La freddezza pervade tutto il film che è girato in modo molto rigoroso. Lo stesso avviene per la nudità che non suscita mai desiderio, ma è raffigurata in modo freddo e impersonale. Non c’è mai uno slittamento verso l’Eros. Vittorio non cerca la vita, cerca la fissità del tempo e la perfezione (lo stesso tema è presente anche nella vicenda dell’Imbalsamatore, il film di Garrone che precede questo)

Allora che cos’è il nucleo puro e perfetto? LE OSSA, che compaiono già all’inizio nella scena di Sonia che posa nella sala di pittura. Dietro di lei c’è uno scheletro.
L’idea dominante di Vittorio è che le scorie del corpo devono essere eliminate, perché superflue e transeunti. La meta è quella della scarnificazione che, assottigliando e togliendo, faccia emergere lo scheletro. Nel film spesso la macchina da presa si sofferma sulle costole, sulle vertebre e mostra come Vittorio le guarda con soddisfazione oppure le manipola e le accarezza, come quando fa il bagno a Sonia.
Dunque l’oro puro è identificato con le ossa. Sarebbero queste il materiale prezioso che si dovrebbe estrarre dal corpo e dalle superflue e impure presenze della carne e dei muscoli. Il vuoto, l’assenza e la morte vengono idealizzati.

Questa forza distruttiva che tutto cancella in virtù dell’esigenza di purezza è rappresentata dall’enorme bocca infuocata rappresentata dal forno in cui le impurità bruciano per lasciare un nucleo di oro puro destinato a durare nell’immortalità.
In alcune scene memorabili come l’ultima compare ancora il forno, questa bocca distruggitrice che non può che ricordare i forni crematori in cui i nazisti bruciavano i cadaveri e ne estraevano l’oro delle protesi dentarie. Nelle ultime scene Sonia è nuda, umiliata dall’essere senza difese totalmente in potere del suo torturatore da cui non ha più scampo perché lei stessa ha distrutto la sua vitalità; lei non è altro che un corpo nudo e denutrito dei lager.
Si salverà, piena di colpa e di angoscia solo con un gesto drammatico.

Le ultime parole di Vittorio: "Ci siamo illusi di potercela fare, la testa sempre insieme con il corpo. Era il tuo corpo che voleva mangiare non la tua testa. Mio padre mi diceva: "Se riesci ad alzare il lingotto senza spostarlo è tuo" e io non ci riuscivo, non capivo una cosa così piccola e così pesante. Togliere tutto, Sonia, bruciare tutto, fondere le ceneri. Alla fine resta solo quello che conta veramente."

L’ultimo richiamo al monito del padre che Vittorio ricorda quando è ferito a morte fanno pensare che questi, orafo anche egli, deve avere avuto un ruolo forse inconsapevole nello spingere il figlio verso la freddezza e la distruzione del mondo emotivo di cui Vittorio è diventato il più convinto e conseguente attore e protagonista.


Presentato alla Rassegna "Cinema della follia o follia del cinema?" organizzato dalla Cineteca Nazionale e dal Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti

6 ottobre 2010