Seconda settimana

In treatment – seconda stagione –    2°  settimana

 

Elena Riva

 “Che terapeuta è Giovanni Mari?”, ci chiediamo osservandolo al lavoro; é uno psicoanalista della SPI, ma questo non basta a definirlo, oggi che le ortodossie di scuola sono superate e della psicoanalisi si parla al plurale. Guardandolo all’opera con i suoi pazienti e confrontandolo con Anna, la collega più esperta – terapeuta, supervisore e didatta – cui si é rivolto per affrontare la sua crisi personale e professionale, proviamo a capire come il dott. Mari interpreti il proprio ruolo.

Anna e Giovanni rappresentano due diverse generazioni di analisti e s’ispirano a due diversi modelli teorico-clinici.

Anna appare sempre imperturbabile, ha toni e modi pacati, qualche volta monocordi: interpreta in modo esemplare il ruolo di analista neutrale; al contrario, il volto di Giovanni trasuda emozioni anche quando non le esprime con le parole, il che, peraltro, fa spesso e volentieri; non solo il suo corpo e la sua voce, anche l’ambiente del suo studio parla di lui.

Anna è un’analista classica freudiana che fa riferimento alla teoria pulsionale, Giovanni un analista relazionale in odore d’intersoggettivismo. La sua attenzione é soprattutto rivolta a quanto avviene fra lui e il paziente.

Anna e Giovanni hanno una diversa gestione delle regole e delle infrazioni del setting: quando lui le parla emozionato dell’incontro con Mara, la fidanzatina dell’adolescenza, sul pianerottolo, Anna lo zittisce: “Non parlo dei miei pazienti”; quando Elisa chiede a Giovanni di telefonare all’ex-fidanzato, con cui si era interrotta una chiamata per via del cellulare scarico, Giovanni prima la interroga su ciò che prova al riguardo, poi le consente di richiamare, accettando in seduta l’ingombrante presenza del cellulare, che spesso i pazienti del secondo millennio c’impongono.

Anna cerca di aiutare Giovanni riportandolo al passato, alle origini della sua rabbia e della sua onnipotenza salvifica, e lo fa utilizzando un sogno, la via regia per l’inconscio e scavando nei ricordi per riportarlo sulla scena del trauma (il tentato suicidio della madre) e dei sentimenti allora rimossi. Giovanni si concentra, invece, sul presente e sulle relazioni attuali dei suoi pazienti, dentro e fuori dalla stanza d’analisi, si limita a qualche incursione nel passato e adotta un setting flessibile (a volte molto flessibile…).

Nell’ultimo incontro il tema della responsabilità è stato oggetto di un’accesa discussione con Anna, che ha rammentato a Giovanni che non ha alcun diritto di intervenire in modo diretto nella vita dei suoi pazienti sostituendosi e decidendo per loro. Il tema della responsabilità è al centro dei pensieri di Mari: concretizzato dalle conseguenze giudiziarie della morte di Dario; evocato dall’accusa di Irene di essere causa della sua infelicità; presentificato dal dilemma proposto da Elisa, che nega la malattia e rifiuta d’intraprendere le cure necessarie o di rivelare il suo stato a chi le é più vicino; attualizzato anche dalle vicende personali della recente separazione e dai suoi travagli.

La discussione con Anna aiuta Giovanni, che questa settimana sembra meno tormentato e più a suo agio nel proprio ruolo.

Più ancora dei diversi modelli, sono le diverse caratteristiche de loro pazienti a imporre ai due psicoterapeuti un diverso modo di lavorare. Lei è un’analista didatta, che probabilmente incontra soprattutto adulti nevrotici, mentre nello studio di Mari (come nei nostri…) si alternano pazienti che agiscono la loro sofferenza piuttosto simbolizzarla, adolescenti e genitori in crisi, coppie in conflitto. Giovanni conduce consultazioni e psicoterapie, ma, pur essendo uno psicoanalista, non vediamo il lettino nell’arredamento del suo studio.

I pazienti del dott. Mari hanno in comune la difficoltà a fidarsi e affidarsi, sono in balia del conflitto fra il desiderio di chiedere aiuto e l’impossibilità di accettarlo, e tendono a evitare la dipendenza funzionale che ogni trattamento richiede; per questo stentano ad accettare la cornice contrattuale del trattamento.

Forzato dalle esigenze della fiction, Giovanni si è trovato a incontrare, la scorsa settimana, molti pazienti nuovi. Che fatica dott. Mari, per fortuna da noi se ne presenta uno alla volta! Abbiamo visto pazienti entrare e uscire dal suo studio di propria iniziativa, neppure una seduta si è conclusa con un “Arrivederci alla prossima settimana, dottore” di rito. Giovanni sembrava chiedersi (come noi del resto…) se si sarebbero rivisti.

Nella nuova settimana la situazione migliora, il dottore conquista la fiducia dei nuovi pazienti e stabilisce un accordo con loro.

Nel primo appuntamento del lunedì ritroviamo Irene, non più in veste di avvocato, ma non ancora in quella di paziente. Il nodo irrisolto della precedente psicoterapia non le permette di rivolgersi con fiducia al terapeuta che l’ha abbandonata e tradita inviandola a una collega. L’agito di Mari, che solo di fronte all’aggressività verbale dell’avvocato si é reso conto dell’errore commesso chiedendo a un’ex-paziente di assumere la sua difesa, conferma la presenza di questo nodo. Nello studio dell’avvocato, Mari sembrava però stupito e sgomento, mentre ora é di nuovo padrone della situazione: respinge gli attacchi e le seduzioni di Irene senza sottrarsi al confronto con lei, e la sollecita a chiarire i motivi che la riportano da lui. Questa donna bella e “arrivata”, ma sentimentalmente infelice, è angosciata di aver perduto, forse per sempre, l’opportunità di diventare madre, e lo accusa di averla indotta in passato ad abortire. Quando Mari le propone di spostare lo sguardo sulla dinamica transferale e la interroga sul ruolo svolto in quella scelta dal timore di deludere suo padre – che abbiamo sentito la scorsa settimana tuttora presente e intrusivo nella vita della figlia – interrompendo per la maternità il prestigioso percorso di studio che le avrebbe aperto la strada del successo professionale, Irene si irrita ulteriormente. Non riuscendo a distoglierlo dall’intento di definire la questione nonostante le aggressioni verbali e i tentativi di seduzione, Irene se ne esce furibonda dallo studio, urlandogli che ciò che vuole da lui è il figlio che la sua imperizia professionale le ha negato. La fermezza e l’empatia con cui il dott. Mari interpreta il suo ruolo, ci fa tuttavia sperare di rivederla.

Conquistare la fiducia di un’adolescente “portato dallo psicologo” dai genitori, non è, affatto, facile, ma sappiano dall’esperienza con Alice dello scorso anno, e da quella con Mattia la scorsa settimana, che il dott. Mari è capace di farlo. Mattia si era presentato ostile e diffidente, protetto da una spessa coltre di grasso e di rabbia; Mari ha saputo scalfire quella corazza, e per questo non ci stupisce rivederlo oggi meno arrabbiato e più disponibile ad abbandonare la posizione sfidante che goffamente imita quella di suo padre. L’atteggiamento empatico e per nulla competitiva di Giovanni ne fa un maschio diverso da quelli che Mattia ha finora incontrato, e questo lo incuriosisce. Mattia rivela al dottore quanto dolore gli provoca l’immagine che adulti e coetanei gli attribuiscono, quella di un ragazzino pigro e ritardato, soprattutto grasso; quest’ultimo aggettivo condensa una denigrazione insieme etica ed estetica, che riassume gli altri attributi. Non è solo l’ideologia fallico-narcisista di suo padre a rimarcare l’inadeguatezza di Mattia, anche l’iper-protezione materna gli conferma che non sa cavarsela da solo. L’ascolto empatico di Mari, invece, gli permette di verbalizzare il dolore suscitato dall’immagine di sé che adulti e coetanei gli rispecchiano. Giovanni lo introduce a una diversa logica affettiva, per cui “sensibile” non significa “piagnone”, ma capace di sintonizzarsi con i sentimenti degli altri, e gli suggerisce che questa dote possa renderlo troppo vulnerabile ai sentimenti e ai conflitti dei genitori, di cui si considera responsabile. Comprendere che non dalle proprie mancanze dipende la loro tristezza dà a Mattia un immediato sollievo, come appare dal tono più squillante della voce e dalla postura più aperta con cui lascia lo studio.

Di fronte a Lea e Pietro, Mari interpreta le ragioni di Mattia, silenziate e invase dalle loro preoccupazioni e attribuzioni proiettive. Se la scorsa settimana era passivo e attendista, travolto dal loro incontrollabile via vai, non solo dentro e fuori lo studio, ma anche dentro e fuori dal ruolo di soggetti in crisi, di genitori in difficoltà, di coppia scoppiata, oggi, come psicoterapeuta di Mattia, il dottore è diretto e sicuro, saldamente identificato con le ragioni del figlio. Per questo, quando Lea esce dallo studio, incapace di sostenere la novità sussurratale da Pietro -“mi vedo con qualcuno”- mentre lei gli chiedeva di ripensarci, per Mattia, certo, ma anche perché senza di lui sta male, pensiamo che anche Lea tornerà, proprio come Mattia, che rientra a riprendere suo padre e a salutare il suo psicologo.

Guido è di quei pazienti che arrivano nello studio dello psicoanalista con una forma mentis lontanissima da quella analitica, ma schiacciati da un sintomo invalidante che vorrebbero cancellare senza “perdere tempo” e senza nulla cambiare nelle loro vite: “Non voglio teorie, deve darmi soluzioni concrete!” è la loro richiesta. Spesso sono persone che hanno affrontato e superato con successo traumi e ostacoli, caricandosi sulle spalle anche problemi e responsabilità di chi sta loro vicino. Dopo una vita costellata di successi, quando s’imbattono in difficoltà o fallimenti, o quando una persona amata decide di sottrarsi alla loro tutela, la perdita di potere e controllo ne mina le sicurezze: Guido é colto da crisi di panico di cui non coglie affatto il nesso con le sconfitte professionali o con l’allontanamento dei figli. Preferirebbe forse risolvere rapidamente il sintomo con una qualche pillola miracolosa, eppure si rivolge a uno psicoanalista, forse cogliendo a livello preconscio che la crisi di panico simula la perdita di controllo, non del corpo, ma della propria vita. Si ritrova così a narrare di dolori recenti, come il distacco di una figlia molto amata che ora sembra irriconoscibile, e di dolori lontani, come la perdita di un fratello nella prima adolescenza, senza smettere però di chiedersi che rapporto abbia tutto ciò con quella sensazione di essere sul punto di morire.

Guido teme di sprecare il suo tempo parlando “di cose che non c’entrano, mentre ci sono problemi pratici che bisogna risolvere”, e tenta di mantenere il controllo se non della vita almeno della seduta, degli orari e delle modalità di pagamento; è critico nei confronti dell’ascolto svagato e ondivago del dott. Mari, diffidente nei confronti di quello strano soggetto che non sembra capace di badare nemmeno ai propri interessi (“Posso consigliarle un commercialista?”), ma avverte che proprio di un ascolto non giudicante o prestazionale, ha bisogno. Per questo tornerà anche lui per la prossima seduta, anche se, pagando di volta in volta le sedute, si garantisce la libertà di non farlo.

La promessa di avvertire il dottore nel caso decidesse di interrompere la consultazione, è lo snodo dell’incontro con Elisa: lo scambio fra l’impegno del terapeuta a non intervenire nella sua vita, rivelando ad altri la sua malattia, e la solenne promessa della paziente di “non sparire” senza avvertirlo delle proprie intenzioni, definisce il loro contratto e permette l’avvio della terapia. È lo stesso impegno che chiediamo ai pazienti suicidari, cui Mari fa esplicito riferimento, interpretando la riluttanza di Elisa ad affidarsi non solo alle cure dell’oncologo, ma a quelle di chiunque intenda aiutarla.

La trama relazionale su cui Mari interroga Elisa, cercando di farne emergere le motivazioni, è la brusca comunicazione fatta all’ex-fidanzato, responsabile e sollecito, appena dopo aver fatto  l’amore e prima di respingere la sua offerta d’aiuto. È chiaramente la stessa trama messa in atto col dott. Mari, che l’ha cercata ripetutamente durante la settimana, ma lui sceglie di non orientare sulla relazione terapeutica l’attenzione di Elisa, prima di averle strappato la promessa di tornare. Elisa non sa affidarsi, è costretta a cavarsela da sola. Intuiamo le origini di questa trama affettiva nel rapporto col fratellino autistico e con genitori troppo provati dai bisogni del figlio malato per poter rivolgere loro altre richieste.  Mari non interpreta la trama affettiva del passato, né quella agita nei confronti dei vari medici, ma si sofferma sulla dinamica del rapporto con Stefano per mostrare ad Elisa come grida aiuto e poi scappi via spaventata, rifuggendo da ogni dipendenza. L’atteggiamento fermo e affettuoso di Mari, il suo avvicinarsi cauto ma deciso, dopo quello allarmato e intrusivo del precedente incontro, insieme alla proposta di un “patto chiaro” che regoli il loro scambio, convincono Elisa (e noi con lei…), che lo saluta con un “grazie” intenso.

Che terapeuta è Giovanni? Uno che non usa difensivamente modelli teorici e regole tecniche per proteggersi dal dolore dei suoi pazienti, ma si lascia coinvolgere; è un terapeuta che esprime più dubbi che certezze sulla realtà umana che ha di fronte, ma non si sottrae spaventato. Per questo è un collega che ci piace e che sentiamo vicino, anche quando commette degli errori.