“Un giorno di pioggia a New York” di W. Allen. Commento di A. Moroni

Autore: . Commento di Angelo Moroni

Titolo: Un giorno di pioggia a New York

Dati sul film: regia di Woody Allen, 2019, USA, 151’

Genere: Commedia

 

 

 

 

 

 

Gatsby (Timothée Chalamet) e Ashleigh (Elle Fanning) sono due giovani fidanzati che frequentano un college della ricca provincia americana. Non appena mettono piedi in una New York che sembra un sogno illuminato dalla maestria fotografica di Vittorio Storaro, il loro destino patinato e preconfezionato dal desiderio narcisistico delle loro rispettive famiglie cambia immediatamente direzione. Si rifrange, infatti, in un racconto da commedia degli equivoci che, tuttavia, tocca piani più profondi di quanto possa apparire di primo acchito.

Caratterizzato da una sceneggiatura impeccabile e da un montaggio deliziosamente armonioso, l’ultimo film di Woody Allen è pura materia onirica. Il regista pare volerci ricordare che il Cinema è sogno, e nel Cinema, come nei sogni, il tempo dei “fatti” raccontati sono pura discronia, pura rimemorazione, che affiora da un preconscio libero e librato nello spazio potenziale della creatività del regista, così come del sognatore che abita in noi. Nel film sono presenti tutti gli stilemi alleniani che ben conosciamo, compresa la figura dello psicoanalista, non personificata, qui, da alcun attore, ma più volte presente nei dialoghi tra Gatsby e Ashleigh: stilemi consueti nel cinema di Allen, ma rinnovati attraverso un linguaggio filmico davvero senza tempo.

“Un giorno di pioggia a New York” ha molte cose da dire ad uno psicoanalista, ad esempio che “l’unisono” (Bion, 1970) è un’epifania attimale, un momento casuale, proprio come il bacio tra Gatsby e Chan (Selena Gomez) nell’automobile di un set cinematografico improvvisato e totalmente underground. È un’esperienza che ci viene incontro e che ci sorprende ma che, contemporaneamente, ci apre davanti interi universi di inedita esperienza, ci apre ad emozioni segregate e che avevano bisogno di trovare l’atmosfera giusta per tornare a respirare. È un film che rimanda anche a quel “linguaggio dell’effettività” (Bion, 1962) che l’analista cerca di utilizzare per entrare in contatto con il paziente ed intuirne i movimenti emotivi nel lungo e difficile percorso dell’esperienza e del l’incontro della coppia analitica. Linguaggio e incontro spesso ostacolati da sovrastrutture, bastioni e difese, ben rappresentate nel film dal formalismo sterile della famiglia del giovane Gatsby, e soprattutto da sua madre. L’occhio di Allen sa tuttavia trovare uno “sguardo sufficientemente buono” (Winnicott,1958) e una giusta “corrente di tenerezza” (Freud, 1905) per andare oltre  questi formalismi sociali e culturali (che diventano poi, naturalmente, anche individualmente intrapsichici), mostrandoci, con la leggerezza jazzistica che lo contraddistingue, la via per far rivivere attraverso il “sogno” cinematografico, un’autenticità delle emozioni che spesso può sembrarci perduta.

 

Riferimenti bibliografici

Bion W. R. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma 1972.

Freud, S. (1905) Tre saggi sulla teoria sessuale, O.S.F. Vol. 4, Borimghieri, Torino, 1996.

Winnicott, D. W., (1958) Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze 1975.

Dicembre 2019

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