Parole chiave: esame di realtà, salute mentale
Autrice: Daniela Scotto di Fasano
Titolo: “30 notti con il mio Ex”
Dati sul film: regia di Giudo Chiesa, Italia, 2025, 102’
Genere: commedia
“30 notti con il mio Ex” è un film del 2025 di Guido Chiesa, con Edoardo Leo e Micaela Ramazzotti tra i protagonisti.
Il film racconta la storia di Bruno, che, su richiesta della psichiatra che dirige la comunità terapeutica in cui da molti anni è ricoverata Terry, la ex moglie, si trova nonostante le proprie perplessità, a doverla ospitare per un mese. Terry, infatti, sta per essere dimessa in quanto ritenuta completamente guarita. La richiesta della psichiatra è di aiutare Terry a tornare nel mondo, a riabituarsi a vivere da sola e a costruire il rapporto con Emma, la figlia adolescente.
Si tratta di un film di commedia, arguto e riuscito sul piano comico e molto ben interpretato dai due protagonisti, ma, a mio parere, proprio per queste ragioni è un film pericoloso, se non addirittura dannoso.
I protagonisti:
Bruno (Leo) è metodico, ha creato dal nulla un’impresa di consulenza finanziaria rinunciando a tentare di diventare un calciatore affermato, pur essendo stato una promessa nel mondo del calcio, in cui, in serie C, aveva il ruolo di difensore.
Separato da anni, ha cresciuto da solo la figlia Emma.
Ha una relazione con una bella donna, alla quale è in procinto di presentare la figlia.
Terry (Ramazzotti), la sua ex, prima di ammalarsi, faceva la traduttrice dal giapponese.
Bruno, alla fine, accetta, obtorto collo, di sostenere, con questa convivenza a termine, il ritorno di Terry nel mondo.
Terry però sente comunque ancora le voci, che la spingono in un crescendo di disastri a entrare in rotta di collisione con la norma: suona forsennatamente la batteria alle tre di notte, spacca a martellate un muro nella parete che separa l’appartamento di Bruno da quello dei vicini perché vi vede intrappolata dentro la faccia da cui esce la voce, invita i pazienti del Centro diurno dove passa alcune ore al giorno organizzando una mega festa a casa. Non sto a elencarli tutti, ma tali comportamenti provocano il fastidio sempre più acceso dei vicini, che, a muro sfondato, arrivano ovviamente a chiamare i carabinieri, mentre nel frattempo provocano ulteriori problemi all’ex marito nel campo professionale, proprio con un cliente che gli sta già a sua volta creando problemi. Bruno, infatti, è in un momento difficile: più di un cliente lo sta inspiegabilmente abbandonando.
Tali comportamenti, d’altra parte, seducono Emma, che, da normale adolescente, trova noioso e pedante l’atteggiamento del padre che fa, semplicemente, il padre – non tornare troppo tardi, studia, metti in ordine la tua camera -, mentre la svagata Terry le appare molto più allegra e divertente.
E poi Emma ha fame di madre.
La vicenda
Il film scorre bene ed è sicuramente divertente, ma via via sempre più irritante, almeno per me, che ho lavorato in un’istituzione manicomiale e sul territorio e, come psicoanalista, ho avuto pazienti con storie analoghe.
Infatti ho vissuto il film come francamente offensivo sul piano dell’esame di realtà: non è a ‘tarallucci e vino’ che, nella vita vera, si risolvono i problemi, non è ridicolizzando i ‘normali’ che si aiutano i malati di mente nel reinserimento, non è raccontandoci fiabe che si sopravvive nel mondo reale.
Questa è la trappola del film: sarebbe bello se così fosse, ma l’invito sotterraneo è per l’intero film quello di dare spazio a sé e ai propri bisogni al prezzo di e indipendentemente da quelli dell’altro.
Terry a ogni piccola frustrazione (causata dal fatto che non comprende i criteri che permettono la convivenza) e, di conseguenza, all’affacciarsi del senso di colpa, della vergogna, della paura di essere rifiutata, ne combina una.
Lo spettatore intanto ride, sono paradossi divertenti, ma: perché Terry è stata buttata allo sbaraglio senza un supporto farmacologico? Perché il conduttore del gruppo terapeutico del Centro Diurno gozzoviglia con i pazienti alla festa che Terry ha organizzato a casa? …. Senza, ovviamente, averlo comunicato a Bruno…..
Nel parlare criticamente di questo film, corro più di un rischio: quello di ‘colpevolizzare’ Terry; di dare l’impressione che non si debba fare affidamento sul supporto familiare; che non sia opportuno dimettere i pazienti psichiatrici.
Ovviamente non è questo il punto.
Terry non può capire i criteri che fondano la convivenza perché non è ‘guarita’: non è in grado di fare l’esame di realtà. Non è colpa sua, non è questione di cattiva volontà, né – o perlomeno non solo e non sempre – di malafede.
Terry è una donna intelligente. Quello che vuole capire lo capisce eccome. Scopre nella casa di Bruno il foulard della sua attuale compagna e ne cerca il profumo annusando le donne che incontra, che hanno a che fare con lui, per scoprire chi è. Lo va a sorpresa a trovare in ufficio. Addirittura è lei a capire che il collega di Bruno gli sta subdolamente rubando i clienti a proprio vantaggio.
Forse semplicemente Terry necessitava ancora di supporto terapeutico; forse il supporto familiare andava a sua volta sostenuto da professionisti della salute mentale.
La mia critica riguarda il fatto che il film è un’operazione che non tratta con il dovuto rispetto la salute mentale e il disagio psicologico, il ruolo del supporto familiare e la possibilità di dare e, quindi, per il paziente psichiatrico, avere seconde opportunità realistiche.
Terry spacca oggetti per ripararli con la tecnica giapponese del kintsugi, mediante la quale si riparano gli oggetti rotti incollandoli e evidenziando con un segno d’oro i punti a cui i pezzi sono stati incollati.
Un po’, nelle intenzioni del regista, il kintsugi diventa la metafora che fa da filo conduttore all’intera vicenda, coronata, ovviamente, dall’happy end. Anche in questo caso, con un’operazione furbetta: Bruno e Terry non tornano (almeno per il momento) a vivere assieme, ma la compagna Camilla non c’è più, Bruno ha venduto al collega Paolo il suo ufficio di consulenza finanziaria e gli spacca però il naso, cogliendolo di sorpresa con una gomitata: conseguenze penali? Oppure si possono dare gomitate all’ex collega sul naso senza averne conseguenze? Il film non dice e, a un’osservazione superficiale, può sembrare vero. E, senza più un lavoro, di che vivranno?
Torno al kintsugi.
In Giappone, come per il famoso ceramista Rick Dillingham che espone al MOMA di New York, il kintsugi è stato ‘scoperto’, per così dire, per non buttare via oggetti rotti per caso; rotti per caso, non spaccati apposta allo scopo di ripararli con il filo d’oro a evidenziarne i punti di sutura.
Metaforicamente parlando, ma, come psicoanalista, non posso non pormi questa domanda: Terry ripara ciò che intenzionalmente manda in pezzi? Così la maternità? Così con il suo ex?
Temo che non si possa aggirare tale questione.
“Come a tutti i ceramisti, anche a Rick Dillingham capitava di rompere le proprie opere. Un gesto maldestro, un movimento brusco, un moto di impazienza, un errore di cottura, un’improvvisa frettolosità dopo ore di paziente lavoro. Come tutti, attribuiva il fatto al caso, all’imperizia, alla sfortuna e sì, anche ai moti del proprio animo, talora irato, talora distratto, talora deluso. Dei cocci faceva quello che tutti fanno: li spazzava via, non senza essersi talora soffermato su un frammento particolarmente evocativo, che sembrava trattenere della forma intera una traccia dolorosa, o su un altro frammento che, invece, sembrava reclamare il diritto ad una separata esistenza formale. Furono, forse, proprio questi i frammenti che si imposero con la loro perentoria richiesta di considerazione.
Cominciò, allora, a rigirarli fra le mani e poi a sovradipingerli, con colori e decorazioni nuovi, talora a cuocerli nuovamente e alla fine, forse il giorno che un vaso particolarmente bello era andato in frantumi, riuscì a superare un ostacolo, un tabù, quello della necessità che l’opera possieda un’inviolata integrità primigenia. Cominciò, dunque, a riassemblare i frammenti dei vasi e delle altre opere andate in frantumi. I cocci, variamente dipinti, venivano nuovamente passati nel fuoco e assumevano sfumature e colori diversi. Spesso li decorava sulle due facce e, quindi, la nuova decorazione nella parte concava sarebbe rimasta per sempre rinchiusa all’interno del vaso riassemblato, come un piccolo grumo di bellezza e di fatica, nascosto e segreto. Le incrinature e le giunture erano visibili; talora piccole crepe segnavano i margini in cui la riparazione non poteva più far combaciare i pezzi che si erano usurati o frantumati irrimediabilmente. Talora era Dillingham stesso a sottolineare con altro colore le giunture, come cicatrici gloriose, segni di un lavoro tenace e speranzoso. Le opere prendevano forma nuova e diversa. Non più i vasi, gli orci, i contenitori, le taniche che erano usciti dal forno, ma vasi, orci, contenitori e taniche nuovi, di una bellezza singolare, resa più struggente dal misterioso ossimoro della fragile robustezza che la ricostruzione conferiva loro. Opere ri-create, straordinariamente impreziosite proprio dalla ragnatela delle loro “cicatrici”. Raramente dalle crepe si intravedeva un minuscolo bagliore interno; tutte sembravano racchiudere un processo, una storia. Le opere di Rick Dillingham, un grande ceramista americano, mi hanno fatto pensare ai processi riparativi, così come sono stati descritti da Klein e, in seguito, soprattutto da Segal. Per alcuni versi, ne appaiono una suggestiva illustrazione.” (Meotti 1998, pp. 1, 2).
Questa lunga citazione dell’importante lavoro di Franca Meotti sul paradosso della riparazione è, a mio parere, funzionale a cogliere il messaggio pericoloso del film di cui sto scrivendo. Infatti, Dillingham pone rimedio a ciò che, per disattenzione o imperizia, ha mandato in frantumi.
Nel film, ciò che, per problemi clinici – Terry, dopo il parto, è visibilmente afflitta da una grave depressione post partum – e (fatto estremamente grave) per la faciloneria e l’imperizia degli operatori dei servizi di salute mentale, è riparato maniacalmente, e la vicenda si conclude ‘a tarallucci e vino’. È infatti necessario “dare al futuro un significato che non sia mera reazione agli eventi passati” (Meotti 1998, p. 6), per evitare le ‘trappole’ di un affrettato perdono, quello, a mio avviso, quasi ‘imposto’ a Bruno, che ne è perlomeno per gran parte della vicenda consapevole, e cede definitivamente solo di fronte allo ‘pseudo’ tentativo di suicidio di Terry.
Ed è imposto a Emma, che invece non è affatto consapevole e dovrà, quantomeno, confrontarsi con i vissuti di un’ambivalenza nei confronti dell’oggetto primario madre, scissa.
Le trappole del perdono ‘affrettato’ avrebbero infatti molto a che fare con il diniego. Concludo con le parole di Franca Meotti: “Vorrei sottolineare che la vicenda transferale è cruciale proprio per i nuovi significati che possono essere dati alla storia, colorandola di responsabilità individuali, corresponsabilità gruppali e collusioni che permettono di sentirsi partecipi e non solo vittime del proprio destino.” (p.7).
Questa sarebbe stata una conclusione ‘lavorata’, autentica e non maniacale e superficiale. Quanti i conti che restano aperti?
Bibliografia
Meotti F., 1998, Un paradosso della riparazione: Per non gettare i cocci delle teorie. Una riflessione teorico-clinica a partire da Melanie Klein: autoriparazione e riparazione dell’oggetto carente, Richard e Piggle,1998, 6,2, pp. 141-151.