Cultura e Società

“Blues a Teheran” di G. Homayounpour in dialogo con “La casa del Mago” di E. Trevi. A cura di D. Scotto di Fasano

10/04/24
"Blues a Teheran" di G. Homayounpour in dialogo con "La casa del Mago" di E. Trevi. A cura di D. Scotto di Fasano 2

Parole chiave: #padre, #lutto, #cultura

Blues a Teheran. La psicoanalisi e il lutto
di Gohar Homayounpour (Raffaello Cortina, 2024)

In dialogo con

La casa del Mago
di Emanuele Trevi (Salani Editore, 2023)

A cura di Daniela Scotto di Fasano

Ho letto, a breve distanza uno dall’altro, due libri che ho percepito per più di una ragione affini, quasi – per certi versi – complementari. Entrambi, innanzitutto, prendono il via da un lutto ‘gemello’, la morte del padre. Un padre per entrambi con la ‘P’ maiuscola, sebbene diversi nel loro rapporto con i figli, Gohar e Emanuele.

Il primo, un uomo colto, che più di ogni altra cosa desiderava che si diffondesse cultura, convinto che più che di pane (o, perlomeno, tanto quanto di pane) si abbia bisogno di poter leggere e scrivere: “Mio padre […] in cuor suo, fino all’ultimo, è rimasto fedele al suo impegno per l’alfabetizzazione degli adulti, una causa che aveva promosso attivamente, tra i primi. Restava convinto che la cultura fosse la prima esigenza nella vita e un diritto umano; tutti dovevano poter studiare, e non era mai troppo tardi per imparare cose nuove.” (Homayounpour, p.154).

L’altro, altrettanto colto, dedito in modo appassionato al suo lavoro di psicoanalista.

“L’altra notte ho sognato mio padre. Lo vedevo nel fiore degli anni, con addosso la sua giacca preferita, quella color sabbia, e un certo cappello che portava sempre. Eravamo al gate di un aeroporto. Lui era il primo della fila, stava per imbarcarsi, io ero molto dietro di lui. Gli ho detto: aspettami! Ma lui è salito a bordo lo stesso, non si è neppure voltato a guardarmi. Come l’ho perso di vista, mi sono svegliata”, scrive Gohar Homayounpour (p.102), trasformando l’assenza intollerabile, il lutto ai suoi esordi impossibile in una elaborazione psichica, che fa de La brutalità delle cose (Lorena Preta, 2015) un ‘sogno’. Il sogno, sappiamo, in quanto ‘custode del sonno’ (Freud, 1899) esaudisce un desiderio. Gohar, sognando che il padre deliberatamente la ‘abbandona’, ne fa una (al pari del piccolo Ernst in Al di là del Principio di Piacere con il gioco del rocchetto, 1920), azione non subìta ma da lei stessa ‘prodotta’.

Però al blues, come all’elaborazione del lutto, occorrono più tempi e ritmi: “Lo “shuffle”, il ritmo del blues, è un’alternanza di ottavi allungati e accorciati. La croma stiracchiata cade sul tempo forte, quella più breve viene in mezzo, a levare. E’ un po’ come suonare una terzina con le prime due note legate.” (Homayounpour, p.207).

Infatti, ecco, “cristallino e doloroso, il ricordo di un altro sogno, anche quello ambientato in aeroporto. (…) Ho fatto di tutto per rimuoverlo, quel sogno (…) Però non è proprio un sogno, è la storia di una cosa che è successa davvero mentre aspettavo una coincidenza in qualche strano aeroporto in giro per il mondo, momentaneamente disertata dal principio di realtà. Ho visto un uomo che di spalle era identico a mio padre. Indossava il suo stesso tipo di cappello, quello che a me non piaceva neppure, perché non era abbastanza moderno, ma in quel momento, alla vista di quel cappello, accompagnato dalla tipica giacca color sabbia… E quell’uomo indossava una camicia bianca (…) e camminava in modo simile, con una postura identica alla tua. Mi sono messa a seguirlo, in lacrime, convinta di averti ritrovato in quell’aeroporto sconosciuto. Ti sono corsa dietro, svoltando ogni volta che svoltavi, del tutto dimentica del tempo e dello spazio. In meno di un’ora dovevo imbarcarmi dall’altra parte dell’aeroporto, ma in quel momento il principio di realtà e i suoi derivati non funzionavano più. Ti seguivo, convinta che ci fossimo ritrovati in quello scalo, aspettando le nostre reciproche coincidenze. Sei arrivato a un gate, ho rallentato anch’io […] Ma tu hai rallentato, sei arrivato alla porta d’imbarco, (…) ti sei girato e mi hai schiaffeggiata con quello sguardo sconosciuto. Non c’era nulla di familiare in quell’estraneo, nulla di nulla”…(ibidem, p.155).

Un incubo, per Gohar Homayounpour, non un sogno e nemmeno, per dirla con Bion, un lavoro onirico della veglia. Un vero acting, piuttosto, finalizzato inconsciamente, forse, a accettare di lasciar andare il padre tanto amato. Rinunciando al gioco del rocchetto… Il che, da un punto di vista analitico, ‘prova’, per così dire, la potenza e l’importanza del ‘ripetere’ per ricordare e finalmente rielaborare (Freud, 1914).

“«Lo sai com’è fatto». Quando mia madre mi parlava di mio padre ci metteva poco ad arrivare al punto, sempre lo stesso: per affrontare qualunque faccenda con quell’uomo enigmatico, con quel cubo di Rubik sorridente e baffuto, bisognava sapere-come-era-fatto.” (Trevi, p.13).

Il “minaccioso oracolo” della madre di Emanuele Trevi “cominciò a risuonare con la frequenza di un segnale d’allarme impazzito” (p.14) quando il famoso psicoanalista junghiano, padre del piccolo Emanuele, annunciò che lo “avrebbe portato con lui a vedere la Biennale” (ivi). La mamma si raccomanda con il bambino: “«Ascoltami bene. Appena arrivi in albergo prendi una saponetta di quelle piccole, senza togliere la carta, e te la metti in tasca. (…) Lì ci sono il nome e l’indirizzo dell’albergo, se per caso ti perdi. (…) Tuo padre non si curerà mai e poi mai di controllare se tu lo segui. Lo sai com’è fatto. (…) Attaccati al fondo della giacca, all’impermeabile, a qualunque cosa. Ricordati: lui non si volta mai, sei tu che devi restargli appiccicato».” (p.16). Perché lui, come nel famoso saggio di Montaigne sulla solitudine, si era fatto nella testa una specie di «retrobottega» in cui rifugiarsi anche in presenza degli altri, essendo la sua condizione naturale quella del rintanato.

Così, appena arrivati in albergo, il piccolo Emanuele si infila una saponetta incartata in tasca. Arrivati in piazza San Marco, il padre gli regala (“In questo era fantastico, si ricordava sempre delle cose che potevano piacere a un ragazzino, le incoraggiava”, p.19) un sacchetto di semi da spargere in terra per i piccioni, che in un battibaleno avvolsero il bambino in un esaltante frullare di ali.

Finiti i semi, “ho alzato gli occhi e … Vidi il trench di mio padre già di spalle, la cintura penzolante al fianco: il suo familiare trench marroncino. A passi rapidi, le mani in tasca, si muoveva verso il portico di piazza San Marco (…) Dimenticati i piccioni, lo rincorsi e afferrai la cintura. Mamma aveva ragione: papà non si voltava mai. Presto siamo stati inghiottiti dai portici … E a un certo punto accadde … Un tizio, un tizio qualunque che non era mio padre, ma un signore di Venezia diretto chissà dove … Mi ero attaccato al trench sbagliato” (pp.19-20). Seguirono pianti, interrogatori, premure veneziane, finché la saponetta “fece la sua trionfale apparizione” (p.21).

Anche per Trevi e suo padre ci sarà una ‘ripetizione’ ‘agita’, tornarono assieme a Venezia, il padre anziano e il figlio adulto. E – chissà, forse era inconsciamente necessario ‘pareggiare’ i conti, Trevi figlio fa un acting: dimentica socchiusa la porta del vagone letto, e durante la notte, padre e figlio saranno storditi con il cloroformio da un ladro e derubati di tutto. Grandi il senso di colpa, l’imbarazzo, la vergogna, ma il vecchio analista “uscì dal suo mutismo per dirmi una cosa che non ho mai dimenticato. Solo ciò che accade due volte possiede un significato magico e arcano. Un evento che si verifica una sola volta è un caso […] e la ripetizione è uno spiraglio, un indizio […] solo le cose che accadono due volte ci fanno vedere la strada.” (p.31) “Arrivò il momento di riprendere il treno, di tornarcene a casa. Quella notte non avrei commesso errori con il chiavistello, e ovviamente non mi sarei perso dietro i passi di un padre sbagliato: qualunque cosa avessi fatto per due volte, non ce n’era più bisogno” (p.32).

Molti gli elementi che mi hanno colpito, il primo, credo il più immediatamente evidente, è il bisogno di padre: sempre, comunque. Al punto da – ove per una ragione o per un’altra questi manchi – inventarselo, seguendo sconosciuti. Ma ce lo si può inventare se lo si è avuto: che vivesse nel «retrobottega» della mente o che sembrasse rimpiangere di non avere avuto una figlia che cucinasse per lui lo stufato di melanzane, entrambi hanno avuto un padre, che è stato possibile introiettare come prezioso e irrinunciabile oggetto interno. E’ necessario, però, che il padre abbia saputo venire a patti con il proprio narcisismo primario e abbia saputo – come ad esempio il padre di Gohar Homayounpour –  permettere alla figlia “di andarsene in giro per il mondo in caccia del suo desiderio, quella figlia che pure gli sarebbe piaciuto trasformare nel tipo di ragazza che cucina melanzane stufate” per il proprio padre. In tutti, osserva Homayounpour, c’è quella ragazza “- e un’assenza di quella ragazza” (p.101).  

Così, vediamo accadere nel rapporto tra Trevi padre e Trevi figlio, che infatti, osservando l’I King (Il libro dei mutamenti), libro tra i preferiti del padre, giunge alle stesse conclusioni: “cerco sempre lo stesso esagramma, il sessantunesimo della serie: Ciung Fu, La veracità intrinseca. E’ il più bello di tutti (…) con quel vuoto nel mezzo, o nel cuore, che però, delimitato sopra e sotto da linee continue, è un vuoto esistente” (pp.231-232).

Nel dialogo immaginario tra i due autori, il letterato e la psicoanalista, un altro elemento che a mio parere impreziosisce entrambi i testi (in Trevi tra le righe per tutto il suo libro, in Homayounpour come dichiarazione esplicita) è la capacità di sfuggire come anguille alla cattura potente esercitata dal conformismo, vero canto ipnotico delle sirene nel processo di identificazione a massa descritto da Gaburri e Ambrosiano (2003). In entrambi i casi, si tratta di contenuti e di linguaggi che definirei ‘non allineati’.

Homayounpour ritiene che “Il politicamente corretto sia il nuovo autoritarismo” (p.46), e scrive pagine acute sul danno prodotto da tale atteggiamento mentale. Eccone alcuni esempi.

Sulle orme dello psicoanalista argentino Mariano Horenstein e della sua idea che la psicoanalisi consista in un processo di estraneazione, che rende forestieri, scrive che “l’analista non è un assistente sociale, non prescrive psicofarmaci, non è un operatore umanitario, non è neppure per forza di cose una brava persona – mi scuserete ma io la vedo così. In compenso è una figura nomade, periferica, sempre alla ricerca dell’inconscio. E questa è un’idea di psicoanalisi che non va compromessa, mai: né per infantilizzare a oltranza il paziente, né per dare spazio alla gentilezza e alla bontà, né per cedere al discorso politicamente corretto del nostro tempo.” (p.30). Inoltre, l’Autrice propone uno sguardo inedito sulle vicende migratorie. Partendo dalla constatazione che gli afghani, dopo esservi migrati, stanno ai nostri giorni abbandonando l’Iran, riflette sul fatto che se gli immigrati se ne vanno, è perché il paese ospitante è a corto di risorse e non ha più molto da offrire. O, ancora, sono da apprezzare le osservazioni preziose sul fatto che l’avvilente discorso umanitario liberal implichi come propria ragione d’essere il fatto che “parlare di indennizzi è sempre anche parlare di ferite, della condizione di vittima: io ti aiuto, ci sta, ma tu devi essere una vittima” (p.44). A., una sua paziente, le dice: “Ci crederesti? L’altro giorno mia madre mi dice: sei fortunata che tuo padre sia invalido al settantacinque per cento! A momenti la ammazzavo. Noi saremmo fortunate perché lui sta malissimo. Non è un concetto perverso, come dite voi analisti?” (p.44). Il padre è un grave invalido della guerra Iran-Iraq.

A partire dalle affermazioni della sua paziente, Homayounpour avvia una riflessione importante sui rischi che, con Marco Francesconi, indicavamo già quasi trent’anni fa vedendoli connessi al parassitismo provocato dal Welfare: “Un discorso di fondamentale importanza, su cui oggi le politiche sociali concordano nel riconoscerne gli aspetti disfunzionali sia per la spesa pubblica sia per la crescita di quella che potremmo definire ‘comunità disimpegnata’ riguarda il fenomeno del parassitismo. Il parassitismo, che ha come sua caratteristica quella di autoalimentarsi, spegne infatti, nei gruppi e negli individui, la capacità di pensarsi ‘proprietari’ oltre che potenzialmente ‘produttori’ di risorse della collettività.” (1998).

Un altro riferimento alla capacità di Homayounpour di sfuggire alla cattura del conformismo riguarda la sua ricerca costante di una “terza via (p.139)”, perché, scrive, lei preferisce sempre le terze vie.

En passant, sottolineo il mio frequente riferimento, nel lavoro clinico, alla ‘terza via’ indicata nel romanzo Cassandra da Christa Wolf, quando scrive che “tra uccidere e morire è sempre possibile trovare una terza via: vivere” (1984). In questo caso, la terza via di Homaypounpour si distende in un elogio prezioso di fantasie e piaceri leciti, frutto di una “autorità non autoritaria” (p.142), dove ad esempio il ‘no’ del padre a piaceri sessuali incestuosi è un invito a entrare nel caleidoscopio dei piaceri leciti, instradando chi cresce verso il principio di piacere e non verso il godimento perverso, la “jouissance” (p.136) descritta da Lacan, il cui fine è letale per il soggetto: “Dal momento che il principio di piacere coopera con il principio di realtà per far quadrare la contabilità del piacere e del dolore, sforzandosi sempre di far prevalere il piacere, la vera istanza antagonista non è il principio di realtà, ma la jouissance, nemica giurata del principio di piacere. La jouissance è ‘al di là del principio di piacere’, perché tronca i negoziati con il principio di realtà, aggirando la funzione di moderazione che l’Io esercita sulle pulsioni.” (p.137).

Il mio pensiero è corso a tale proposito a un altro riferimento letterario di cui ho fatto molto uso nel lavoro clinico, la partita di ‘dare e avere descritta da De Foe (1719) in Robinson Crusoe: “Registrai quindi con molta imparzialità le consolazioni di cui godevo di contro alle miserie di cui soffrivo, così:

MALE : Sono gettato su un’isola deserta, senza nessuna speranza di essere salvato. BENE: Sono vivo e non annegato come tutti i miei compagni d’equipaggio” (1957, pp.108-109)  

Trevi, dal canto suo, più che mediante descrizioni esplicite della sua ‘resistenza’ al conformismo, del suo rifiuto di Ululare con i lupi, la mette – per così dire – in scena, trasportando il lettore su declivi improbabili, del tutto imprevedibili e ‘fuori luogo’ nei termini del politicamente corretto e del bon ton. Quello che altrove potrebbe apparire folle, ai limiti del perverso, incauto, ‘sciocco’, ne La casa del mago ha – e assume – un suo ‘perché. Diverte. Fa tenerezza. Commuove.

Il che non corrisponde da parte mia a una totale condivisione o perfino, approvazione. Conservo al riguardo di molte delle esperienze descritte più di un dubbio, ma, come quando assaggiamo un sapore sconosciuto – quello della curcuma cruda, del coriandolo – o, apparentemente sgradevole – del gorgonzola, del blu di capra, del tartufo -, non possiamo non esserne comunque catturati, magari per dire: “Non ne mangerò più!”. Ma non lo dimenticheremo, avrà – perfino, se accade – nel disgusto, una tenue, affettuosa tonalità proustiana. Non può infatti essere altro che ‘resistenza’ al conformismo il rapporto di Emanuele Trevi con la Degenerata, la donna che ‘dovrebbe’ fare le pulizie ne La casa del Mago, cioè quella del padre dove lo scrittore, alla sua morte, si è trasferito a vivere, dopo aver provato – inutilmente – a venderla. Altri avrebbe immediatamente vissuto (e forse sensatamente interpretato) come sfruttamento quello della peruviana assunta come signora delle pulizie – nel libro la Degenerata – nei confronti di Trevi: “Andava e veniva come le pareva, e me la trovavo di fronte nei momenti più impensati. Aveva delle altre señoras nelle vicinanze, questo sosteneva: ma la balla era così smaccata da risultare angosciante. Quale señora […] avrebbe mai potuto tollerare i guai e il rumore della Degenerata? […] a volte mi chiedeva il permesso di cucinare qualcosa […] Una volta uscì di fretta e mi trovai a lavare i piatti e le posate sporcati dalla mia donna di servizio nella mia cucina: circostanza forse mai verificatasi nella storia universale dei rapporti tra servi e padroni – per chiamarli alla vecchia maniera” (pp.91, 92).

Dote rara, La casa del mago è anche – come peraltro Blues a Teheran – un libro divertente.

Un fattore piacevole, senza dubbio, ma che io sento connesso al grosso lavoro che entrambi gli autori hanno fatto con il lutto, quello del proprio padre, innanzitutto, ma il lutto in senso lato, come fattore vivente, basti pensare al bellissimo libro di Emanuele Trevi Due Vite (2020), dove questi fa i conti con la dolorosa assenza degli amici di una vita, prematuramente scomparsi: Pia Pera e Rocco Carbone.

Né Homayounpour né Trevi tacciono le proprie importanti vulnerabilità, i propri punti deboli, i propri limiti. Possiamo non esserne più che tanto stupiti con il letterato, ma in un saggio psicoanalitico l’incontro del lettore con questi aspetti intimi e privati di una psicoanalista può in effetti sconcertare.

Ma questo è a mio parere proprio un grande pregio di Blues a Teheran: toccanti le pagine della sua reazione alla notizia inaspettata della morte del padre.

Credo infatti che sia per i pazienti sia per gli analisti in formazione possa essere di grande conforto e aiuto capire che la psicoanalisi è un mestiere, nient’altro che un mestiere, certo un mestiere affascinante, che non mette però al riparo chi lo esercita dalla propria umana umanità.

O, per dirla con Lorena Preta, non ci protegge da La brutalità delle cose (2015).  

Bibliografia

De Foe D., 1719, Opere, Sansoni 1957.

Francesconi M., Scotto di Fasano, 1998, Divenire famiglia: nuovi scenari alla luce di nuovi bisogni, in Iori V., Rampazi M., 1998, a cura di, Storie di famiglie. Osservatorio permanente sulle famiglie di Reggio Emilia, Strumenti, N° 3, 1998, Guerini Studio.

Freud S., 1899, L’interpretazione dei sogni, O.S.F., 3, Boringhieri.

Freud S., 1914, Ricordare, Ripetere, Rielaborare, OSF, 7, Boringhieri.

Freud S., 1920, Al di là del principio di piacere, OSF, 9, Boringhieri.

Gaburri E., Ambrosiano L., 2003, Ululare con i lupi. Conformismo e rêverie, Boringhieri.

Preta L., 2015, La brutalità delle cose: trasformazioni psichiche della realtà, Mimesi.

Trevi E., 2020, Due vite, Neri Pozza.

Wolf C., 1984, Cassandra, E/O.

Wolf C., 1984, Premesse a Cassandra, E/O.

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