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Cinemente. Trasformazione e rinascita con “Tutto il tempo che ci vuole” di Francesca Comencini. Report di Valentina Li Volsi.

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Parole chiave: Cinemente, cinema e psicoanalisi, rinascita

XII Edizione Cinemente: Rinascite. Roma, 07/05/2026 – 25/06/2026

La serata del ciclo Cinemente dell’11 giugno 2026 ha avuto come protagonista la regista Francesca Comencini con il suo film Il tempo che ci vuole (2024). Fabio Castriota ha aperto la serata indicando i premi ricevuti dal film[1] e ricordando il fil rouge di quest’anno, Rinascite. Si tratta di un film autobiografico, incentrato sulle vicende personali della regista Francesca, nel rapporto tormentato ma infine salvifico con il padre, il grande regista Luigi Comencini. La storia di vita dei due è profondamente intrecciata ad un discorso sottotraccia che riguarda la forza creativa del linguaggio cinematografico, senza mai dimenticare che – come esclama ad un certo punto il padre – «prima viene la vita!».

Il film racconta di un vero ritorno alla vita della giovane figlia dopo aver vissuto l’esperienza della dipendenza da eroina. La rinascita è possibile grazie ad un padre che nel momento più critico è capace di guardare la figlia in un modo nuovo, ed attraverso questo sguardo rinnovato, ed attendendo tutto il tempo che ci vuole, sembra rinascere anche lui, come uomo, come padre. Questo focus sull’importanza dello sguardo che posiamo sull’altro, cogliendone la virtualità sana (Badaracco, 2006[2]) anche nei momenti più complessi o di grave crisi, abita profondamente questa storia. La regista ha dialogato con generosità e ricchezza con Fabio Castriota e con altre due colleghe psicoanaliste, Agostina Toscano e Mariaclotilde Colucci.

L’intervento di Colucci ha messo in luce la particolare impalcatura del film, nel quale i veri protagonisti sembrano essere i ricordi – il ricordo della tossicodipendenza, la vergogna, la colpa, il senso di fallimento. Ogni scena del film si presenta come una stanza della memoria, ma al contempo una stanza fisica (a Roma, e poi a Parigi). Il contesto familiare viene del tutto annullato: ci sono solo il padre e la figlia. Questo dispositivo narrativo fa pensare ad una tecnica del levare, e ci accorgiamo che la sottrazione arricchisce, perché dà spazio alla fantasia e all’inconscio. In parallelo, il contesto storico è però fortemente presente in alcuni momenti particolari (ad esempio il rapimento di Aldo Moro), e si intreccia alle inquietudini della protagonista ed alle sue ambivalenze. Colucci si è soffermata anche sul tipo di paterno che si coglie dalla storia: il padre emerge come figura protettiva ed affettiva, che dà spazio alla vulnerabilità della figlia ma anche di sé. Proprio questo sembra consentire un rispecchiamento alla figlia, e forse anche un passaggio molto forte di testimonianza sul cinema. Francesca diverrà anche lei regista. A fine film il padre Luigi dice: «il cinema mostra quello che trova, proprio come un bambino che trova una biglia nella spazzatura e la mostra al proprio padre, ed io non sono riuscito a far questo con mio padre!». La figlia Francesca sembra invece riuscirci.

La collega Agostina Toscano ha aperto l’intervento osservando come il cinema sia importante nella società, ed anche per noi psicoanalisti. Molti pazienti arrivano non sapendo nominare ciò che pensano o provano, poi a volte in seduta accade che raccontino un film. I film fanno incontrare delle storie, e questo può aprire uno spazio psichico nuovo. Qui vediamo un film che parla della regista in una sua vicenda personale, ma allo stesso tempo un’opera che è arrivata a toccare emozioni ed esperienze di molti. È interessante che il padre venga raccontato in tre momenti diversi della vita della figlia: la bambina, l’adolescente, la giovane donna. Agostina Toscano si è soffermata sull’adolescenza come età complessa di trasformazione psichica e del corpo, con desideri ed inquietudini, e con al centro la costruzione di una nuova identità. La storia narrata mostra come il cambiamento e la ricerca di identità della protagonista passino attraverso la permanenza nel legame con il padre. Nel film vi è un’alternanza fra il grande regista e la figura semplicemente di un padre, capace di parlare dei propri tormenti, e che riesce a vedere e ad accettare la paura della figlia, e ad essere molto umano – come quando esclama «prima viene la vita, poi il cinema!». Un padre che lascia tutto per volare a Parigi per salvare sua figlia dalla droga. Toscano ha osservato poi che un protagonista silenzioso che percorre quest’opera è proprio il cinema: come arte, mestiere, ma anche come luogo psichico. Il dolore può divenire parola, l’esperienza può essere trasformata in memoria condivisa.

Francesca Comencini ha aperto il suo discorso riflettendo sull’elemento tempo, che nel cinema è importantissimo, e cambia nelle varie fasi: vi è il tempo lunghissimo di gestazione del film, e poi il tempo del set, frenetico ed ossessivo, e poi ancora, il tempo del montaggio, che le ricorda più di tutto la psicoanalisi. Il montaggio significa dover mettere insieme tutti i pezzi, è una riscrittura del film che è stato girato, occorre fare ordine, togliere spostare ed aggiungere scene, e questo modifica tutto l’insieme. Con il montaggio arriva la vera rivelazione del film, è come una rinascita del film, che in questo caso è coincisa anche con la scoperta del titolo Il tempo che ci vuole.

Comencini ha poi raccontato con generosità che il film è stato scritto durante il lockdown, in tempi traumatici di morte e di chiusura, con tutta la paura che fosse perso il cinema, e potessero essere persi i ricordi con il padre. Ha osservato che la memoria è come un palcoscenico teatrale: viene convocata una messa in scena e dei personaggi. La casa dove il film è girato è la sua vera casa d’infanzia, e le scene sono state rappresentate con estrema fedeltà al ricordo di quei momenti. Il corridoio è come uno spazio psichico, una specie di elastico fra i due personaggi, fra lo studio del padre e la stanza della figlia, nei loro continui allontanamenti e ritrovamenti. Comencini ha osservato che forse proprio l’aver rispettato così tanto una fedeltà alla memoria, compresi i ricordi più spietati, grazie anche a tutto il supporto del produttore Marco Bellocchio, ha reso questo film che nasce da un’autonarrazione un film che può parlare a tutti. Per concludere, con una battuta la regista ha osservato che Luigi Comencini detestava i film autobiografici, e che in fondo anche questo film è un atto di ribellione e disobbedienza, un suo modo di conquistarsi uno spazio. Al contempo è una storia che vuole rendere omaggio al padre, ed esprimere una gratitudine profonda per tutto ciò che le ha trasmesso.

Nella discussione con la sala hanno circolato alcuni temi interessanti. Si è parlato del cambiamento di paradigma in psicoanalisi, che sempre più coglie come la relazione sia il cuore delle trasformazioni umane, ed in parallelo è stato sottolineato il cambiamento profondo della figura del padre, che arriva ad essere sempre di più presenza, corpo, ed accoglienza di parti fragili. Il corpo è protagonista di alcune scene forti del film: nel momento di vulnerabilità può avvenire il contatto di una carezza, ma anche di uno schiaffo che disperatamente mette un limite, o ancora, la scena commovente in cui il padre con una mano cerca di contenere il tremore dell’altra mano. È possibile contenere situazioni drammatiche come quelle di tossicodipendenza, e ripartire con una rinascita?

La regista si è poi soffermata sul sentimento della vergogna, che per lei è protagonista di questa storia tanto quanto la rinascita e la speranza. Ha poi concluso raccontando come le sue sorelle[3] l’abbiano sostenuta in questo lavoro, osservando però che ognuna di loro avesse una visione diversa del padre. Nella sua memoria, Luigi Comencini è stato un padre materno, molto accudente, e che prendeva sempre sul serio le parole della figlia ed in generale l’universo dei bambini: d’altronde – ci ha raccontato Francesca – «circa 2/3 della sua opera è dedicata all’infanzia!».

Penso che la sensazione di esser presi sul serio, e di tornare a casa con delle nuove preziose biglie in tasca, sia quella principale che questo film, e la discussione fra noi, abbiano lasciato in ognuno.


[1] Miglior film, miglior sceneggiatura, migliore attore protagonista Fabrizio Gifuni, migliore attrice protagonista Romana Maggiora Vergano, miglior casting.

[2] Relazione presentata da Jorge Garcìa Badaracco al Centro di Psicoanalisi Romano il 6 maggio 2006.

[3] Paola Comencini si è poi occupata delle scenografie.

Cinemente. Trasformazione e rinascita con “Tutto il tempo che ci vuole” di Francesca Comencini. Report di Valentina Li Volsi. Monica Castellini

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