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“Fatherland” di Pawel Pawlikowski. Recensione di Sandra Maestro

Recensioni Cinema
"Fatherland" di Pawel Pawlikowski. Recensione di Sandra Maestro 2

Parole chiave: guerra, appartenenza

Autrice: Sandra Maestro

Titolo: “Fatherland“

Regia di Pawel Pawlikowski. Italia, Polonia, Francia, Germania, 2026, durata 82 minuti

Genere drammatico

Fatherland  parla del  ritorno di Thomas Mann dopo quasi 10 anni di esilio negli Stati Uniti, nella sua “patria”, Fatherland appunto, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, in piena “guerra fredda”. L’occasione è quella di ricevere il prestigioso premio letterario Goethe che entrambe le Germanie Ovest ed Est gli hanno attribuito. Sullo sfondo l’antefatto storico, ovvero  la scelta che il grande scrittore, sempre più in aperto dissenso con il regime nazista, fece di lasciare la Germania di Hitler a cui seguirono  i successivi auto-esili, prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti.  Il film, piuttosto breve e con una trama scarna , racconta il viaggio dello scrittore insieme alla figlia per andare a ritirare i  premi assegnatigli  dalle due Germanie. 

La sceneggiatura in bianco e nero, ricostruisce in modo estremamente evocativo il clima, dell’immediato dopoguerra. Paesaggi urbani costellati di case distrutte e macerie si alternano a strade di campagna silenziose, intervallate da piccoli villaggi semideserti. Un clima cupo e opprimente che si riflette anche negli ambienti interni, sale, stanze di albergo, teatri, bui o poco illuminati testimoni inanimati del trauma, dolore  e smarrimento dei personaggi che lì abitano.  E di fronte alla tragedia collettiva gli accadimenti personali, anche quelli tragici, sembrano perdere di pregnanza e significato.   Durante il viaggio i Mann, interpretati magistralmente da Hanns Zischler e Sandra Huller,  ricevono una notizia terribile, il suicidio del figlio Klaus , a cui padre e figlia sembrano reagire in modo diametralmente opposto,  Il primo sminuisce  in modo quasi sdegnato la gravità dell’evento di fronte alle sofferenze di un’intera nazione,  di un popolo e della sua polis; l’altra al contrario  si fa rappresentante del dolore privato, personale,  quello generato dalla perdita, dal lutto e dalla singolarità dell’esperienza emotiva. Nel breve scambio tra padre e figlia il primo tipo di dolore sembrerebbe svilire il secondo, ma questo si rivelerà un’illusione. Anzi, proprio nel gesto di Klaus si può cogliere il precipitato della catastrofe collettiva nel singolo, tradito anche  dalla storia: la fine della guerra non porta pace, ma guerra fredda.  In questo passaggio si potrebbe leggere anche un’allusione implicita ai nostri tempi moderni e al rischio che nella “massificazione” della distruzione, delle guerre e dei genocidi si possa perdere il senso del dolore e della sofferenza dei singoli, della tragedia individuale, che ben lungi dall’essere alleggerita dallo sfondo mortifero collettivo ne viene al contrario appesantita e cristallizzata. Ma il film affronta altri temi molto interessanti. Alla domanda di una giornalista che gli chiede se finalmente sente di essere tornato a casa, Thomas Mann risponde quale casa? quale patria?… e allude, lasciandola in sospeso, alla questione delle appartenenze.  Quello che ha portato Thomas Mann a lasciare la sua terra natia e quello che ritrova al suo rientro,  sembrano aver provocato uno sradicamento, un espianto delle radici che sembrerebbe esiliarlo definitivamente dalle sue matrici originarie…. Che fine ha fatto la Fatherland? Ma negli stralci delle due conferenze che Thomas Mann tiene in occasione delle due  cerimonie di consegna del premio, attraverso l’elogio della letteratura di Goethe ecco che riecheggia lo spirito del grande scrittore a cui Freud nel 1935 si rivolse con una lettera, in occasione del suo 60 compleanno  “posso esprimere l’intima certezza che Lei non farà e non dirà mai cose ignobili o meschine, le parole del poeta sono infatti azioni; anche in tempi e condizioni che rendono incerto il giudizio, Lei saprà trovare la via giusta e saprà indicarla agli altri.” Le parole del poeta possono diventare azione e l’arte, la letteratura  e la musica possono aiutare a ritessere quella   trama affettiva  lacerata dall’odio che fa da sfondo a ogni appartenenza, e che si pensava perduta per sempre. La scena finale del film è bellissima: per la prima volta “muto”, il grande scrittore ritrova nell’ascolto della musica la possibilità di rimettersi in contatto con il proprio dolore e con quello della figlia, e ricomporre forse per un attimo la molteplicità delle sue “appartenenze”.  Vale la pena di vedere questo film anche solo per quest’ultima scena. 

Bibliografia

Freud, S. (1935), A Thomas Mann per il suo sessantesimo compleanno, in Opere, vol. 11, L’uomo Mosè e la religione monoteistica e altri scritti (1930–1938), Torino, Boringhieri, 1979.

“Fatherland” di Pawel Pawlikowski. Recensione di Sandra Maestro Monica Castellini

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