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“Le cose non dette” di G. Muccino. Recensione di Maria Grazia Gallo 

Recensioni Cinema
"Le cose non dette" di G. Muccino. Recensione di Maria Grazia Gallo 

Parole chiave: lutto, narcisismo

Autrice: Maria Grazia Gallo 

Titolo: “Le cose non dette”

Dati sul film: regia di Gabriele Muccino, Italia, 2026, 114’

Genere: drammatico

Liberamente ispirato al libro “Siracusa” di Delia Ephron, il film di Muccino riprende e condensa i temi della sua produzione cinematografica.

Il film parla di crisi principalmente di coppia, ma anche genitoriale, professionale: ciascuna vissuta come ferita dell’identità, non solo “un problema”, ma una messa in discussione dell’essere.

Carlo ed Elisa sono una coppia in fase di stallo che cerca di metabolizzare il dolore per non essere riusciti a diventare genitori.

Docente universitario e scrittore l’uno e giornalista di una celebre rivista l’altra, entrambi sono in un momento anche d’infertilità e crisi creativa nelle loro professioni. Decidono quindi di “staccare” e partire insieme ad un’altra coppia di amici con figlia per una vacanza; la meta è Tangeri e lo scopo è quello di riuscire ad avere un altro “sguardo” e punto di vista sul loro presente e futuro.

L’altra coppia è costituita da Paolo, il migliore amico di Carlo, molto dedito all’attività di ristoratore, padre assente o sullo sfondo, marito succube di una moglie, Anna; quest’ultima iper-ansiosa e iperprotettiva con la figlia tredicenne Vittoria alla quale “toglie la parola” perché le verità scomode della vita e del mondo le fanno paura (come ad esempio la scoperta, da parte della ragazza adolescente, della sessualità) e non si possono nominare. Vittoria ha una grossa intesa con Carlo, sostituto paterno del quale è, con tutta l’ambivalenza adolescenziale, segretamente innamorata.

E poi c’è Blu, la giovanissima studentessa e amante di Carlo, dal nome evocativo forse di una nostalgia di un Sé non realizzato, qualcosa di sentito come irrimediabilmente perduto (la giovinezza, la spinta vitale e generativa, il desiderio, la continuità del Sè); contemporaneamente è la proiezione di un ideale irraggiungibile, l’illusione di un recupero e di riparazione narcisistica.

 È la dimensione e il “colore” dell’oltre, dell’infinito, lui che si sente “finito”, del desiderio che eccede la realtà: sentirsi ancora desiderabile e vitale.

Ma il desiderio, come nel narcisismo contemporaneo, rischia di diventare anestetico: non incontro con l’altro, ma tentativo di riattivare un’immagine di sé.

La relazione di coppia, come nel film di Muccino, è il luogo privilegiato del dramma narcisistico: l’altro non è soggetto, ma viene investito come specchio, superficie riflettente, fonte di validazione, garante di continuità del sé.

La crisi di coppia nel film non è solo conflitto affettivo, ma crollo di un sistema di auto-rappresentazione quando il rispecchiamento viene meno.

C’è la fatica di tollerare la posizione depressiva: Il lutto della mancata genitorialità, il lutto della giovinezza, il lutto dell’idealizzazione amorosa; riconoscere che l’oggetto è insieme fonte di piacere e di frustrazione.

Ma tutto questo non può essere detto né mentalizzato.

In questo senso,Le cose non dette” si potrebbe definire un film sulla fragilità dell’Io contemporaneo, ma anche sulla possibilità di attraversarla.

Un Io fragile, ipersensibile alla ferita, incapace di elaborare la perdita senza viverla come crollo identitario.

Il film diventa così il ritratto di una generazione adulta sospesa tra bisogno di riconoscimento e incapacità di assumere il limite.

Il titolo stesso rimanda a un nucleo rimosso che struttura non solo la trama, ma gli stessi personaggi: ciò che non viene detto non è semplicemente taciuto, ma agisce, si manifesta attraverso conflitti, agiti, improvvise esplosioni emotive. Quella che sembra intensità in realtà è un’incapacità di elaborazione e di simbolizzazione: l’emozione non viene pensata, viene agita.

Lo stesso registro stilistico di Muccino ne è un ‘espressione: dialoghi serrati, concitazione, corse attraverso gli stretti labirinti di vicoli, metafora di quelli mentali, di una Tangeri solare e luminosa che doveva promettere serenità, ritrovamento di sè stessi e invece si rivela drammatica fuga ed evasione da sé.

Dietro a tutto questo c’è il vuoto minaccioso identitario dei personaggi e per contro una disperata ricerca di soggettivazione.

Il “non detto” non è solo contenuto nascosto, silenzio comunicativo, ma dispositivo relazionale: organizza le alleanze, produce scissioni, crea zone opache. Diventa un elemento non elaborato che circola tra i membri della famiglia sotto forma di tensione o sintomo; in un campo affettivo ambiguo agisce come mandato implicito: “non vedere”, “non sapere”, “non disturbare l’equilibrio”.

L’adolescente Vittoria, alle prese con il difficile compito evolutivo e di costruzione identitaria, cerca di rompere questa coazione a ripetere: tanto la madre soffoca e non tollera la sua autonomia vissuta come perdita, togliendole letteralmente la e le parole, tanto lei (Vittoria) rivendica la propria autonomia nominando l’innominabile e rivendicandolo con rabbia adolescenziale.

Il riferimento a Kirkegaard: “La vita si capisce solo all’indietro ma va vissuta in avanti” citata da Carlo a conclusione della sua lezione universitaria, è un monito agli adulti e alle loro difficoltà d’integrare la comprensione retrospettiva del senso della vita con l’esperienza stessa del vivere e nel film trova nell’adolescenza il suo punto più drammatico. L’angoscia, per Kierkegaard, è vertigine della possibilità: l’uomo è chiamato a scegliere, assumendo la responsabilità del proprio essere.

Vittoria è immersa in questa vertigine: può ripetere la storia familiare o trasformarla. L’adolescenza è il tempo in cui il destino può diventare scelta e avviare un processo di soggettivazione autentico.

Ma nel film gli adulti temono la scelta perché comporta perdita e rinuncia; restano in una sospensione continua, in una moltiplicazione di possibilità che impedisce l’impegno. Se ne farà carico la piccola, in un’inversione di ruoli, “scegliendo” drammaticamente.

 Freud S. (1915 -1917]) Lutto e melanconia.”Opere”, vol 8 Ed. Boringhieri, 1976.

 Kierkegaard S., Diari, annotazione del 1843 (volume IV, sezione A.). 

“Le cose non dette” di G. Muccino. Recensione di Maria Grazia Gallo  Monica Castellini

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