Parole chiave: lutto, identità
Autrice: Mirella Montemurro
Titolo: “Le cose non dette”
Dati sul film: regia di Gabriele Muccino, Italia, 2026, 114’
Genere: drammatico
Nel film “Le cose non dette”, adattamento del romanzo “Siracusa” di Delia Ephron, Muccino costruisce un dispositivo narrativo incentrato sull’esperienza del vuoto esistenziale più che sul tradimento o sulla crisi di coppia. Al centro si colloca la crisi di mezza età di Carlo, che può essere letta come effetto di un lutto non elaborato, quello della mancata paternità, intrecciato con il lutto narcisistico per la perdita della giovinezza. Carlo è un uomo bloccato, nella scrittura come nella vita, e questa paralisi appare come una sterilità psichica prima ancora che biologica: non riesce a generare figli, né pensiero creativo, né trasformazioni di sé. La relazione con Blu assume allora il valore di una reazione ipomaniacale difensiva, un tentativo illusorio di sottrarsi alle angosce di morte attraverso la promessa di una vitalità garantita dalla giovinezza dell’altro. Blu diventa un oggetto anti-lutto, un oggetto che promette continuità laddove Carlo sperimenta interruzione. Carlo è un professore universitario di filosofia che cita il pensiero dei filosofi ma non lo abita, e tra questi cita anche Kierkegaard, senza però riuscire a trasformare quel sapere in esperienza esistenziale. Carlo incarna una forma di disperazione esistenziale nel senso kierkegaardiano, come scissione tra sapere e possibilità di vivere ciò che si sa, come impossibilità di diventare se stessi pur avendo coscienza di sé, mentre la dimensione culturale — filosofica, letteraria — appare come un tentativo continuo di dare forma e senso al vuoto dell’esistenza, un movimento che richiama anche la tensione esistenzialista di Simone de Beauvoir e, in una diversa forma, l’idea calviniana della cultura come costruzione di ordine dentro il caos del reale. In questa linea si inserisce anche la prospettiva freudiana del lutto come lavoro psichico necessario: Freud (1915) scrive che «il lutto è, di regola, la reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto» (p. 243), indicando che ogni perdita richiede un processo di elaborazione, così che l’energia psichica possa essere reinvestita altrove. Carlo appare invece bloccato in un lutto congelato, incapace di trasformare la perdita in esperienza simbolica e, proprio per questo, spinto all’agire. In questo campo relazionale, la coppia Paolo e Anna rappresenta una configurazione più matura del dolore psichico: Paolo prende progressivamente coscienza del prezzo pagato nell’aver privilegiato il lavoro rispetto alla famiglia, mentre Anna appare intrappolata in una maternità solitaria che rende difficile il processo di separazione dalla figlia. La difficoltà di Anna nel lasciare crescere Vittoria può essere letta come difficoltà a elaborare il lutto della fine dell’infanzia della figlia, un lutto che non può essere condiviso perché Paolo non ha potuto svolgere stabilmente una funzione terza. In questo scenario Carlo resta la figura più fragile, un uomo in piena crisi identitaria che progressivamente sostituisce il pensiero con l’agito, e la relazione con Blu diventa il luogo in cui il lutto non pensato si trasforma in distruttività. L’esito tragico mostra come ciò che non può essere simbolizzato ritorni sotto forma di azione, e non è casuale che sia Vittoria a introdurre un limite, perché è il soggetto che percepisce con maggiore lucidità la natura mortifera della dinamica tra Carlo e Blu. Il gesto della ragazza assume così il valore di una funzione di arresto, la materializzazione brutale di un limite che gli adulti non sono riusciti a porre, trasformando la vicenda in una tragedia sulla distruttività che emerge quando il soggetto tenta di sottrarsi alla perdita anziché attraversarla.
Bibliografia
Freud S. (1915 -1917]) Lutto e melanconia.” Opere”, vol 8 Ed. Boringhieri, 1976.