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“Naza” di Yuval Abraham e Rachel Szor. Recensione di Annalisa Bernabè

Recensioni Cinema
"Naza" di Yuval Abraham e Rachel Szor. Recensione di Annalisa Bernabè

Parole chiave: dissociazione, guerra

Autrice: Annalisa Bernabè
Titolo: “Naza”
Dati film: regia di Yuval Abraham e Rachel Szor, 2026, Regno Unito, 80′
Genere: documentario

L’atteso e coraggioso documentario “Naza” dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, lo definirei, in accordo con quanto espresso dai media, un vero e proprio pugno nello stomaco.  È una di quelle pellicole in cui si rimane annichiliti e forse anche indignati da tanto orrore. Scuote le coscienze e aiuta a prendere contatto con una realtà che risulta surreale.

Durante la proiezione non sono stata in grado di pensare, come solitamente accade, quando la mente si lascia andare al flusso delle immagini guardando un film. Ho avuto bisogno di un paio di giorni per riprendermi dal torpore. Ho poi realizzato l’importanza di averlo visto. La necessità in questo momento storico credo sia anche quella di risvegliare le nostre coscienze, sentendoci  anche un po’ più responsabili di ciò che accade accanto a noi e nel mondo e quindi  di poter contribuire per quanto possibile al cambiamento. Sentirsi più consapevoli di ciò che veramente accade potrebbe rappresentare l’inizio di un cambiamento poiché ci costringe a guardare dove non sembra possibile vedere una via di uscita. E forse questo potrebbe essere stato l’intento dei due registi che da israeliani cercano di immergersi nella realtà di questa guerra che li riguarda da vicino esponendosi con coraggio a tutti i rischi del caso.

Il documentario è stato premiato con il Leone d’Argento,  Gran Premio della Giuria. Ma il vero riscontro è stato ottenuto dalla standing ovation del pubblico in sala che ha applaudito per venticinque minuti, un’enormità di tempo. Alcuni giorni dopo la proiezione del documentario  Yuval Abraham e Rachel Szor hanno subito dichiarazioni di odio, intimidazioni e minacce di morte. Non si è fatta attendere nemmeno quest’anno una durissima condanna del governo israeliano che, alla soglia di nuove elezioni, ha minacciato di voler togliere la cittadinanza ai due registi e ha dichiarato di voler aprire un’indagine per condannare i colpevoli, ovvero coloro che hanno tradito, come se la questione centrale non fosse svolgere un’indagine sulla verità ma sul venir meno a un patto di obbedienza.

In un video sui social il Primo Ministro Nethanyahu, alcuni giorni fa, ha dichiarato: «Stiamo combattendo l’incitamento all’antisemitismo in tutto il mondo, ma quando proviene da dentro di noi, è intollerabile». Nella realtà Naza non parla di antisemitismo ma del contrario ovvero di come il governo israeliano, legittimato anche da una parte dell’opinione pubblica israeliana che lo sostiene, si stia accanendo nei confronti del popolo palestinese per annientarlo.

Naza  descrive le modalità attraverso cui vengono strutturati gli attacchi di massa nei confronti della popolazione civile palestinese. Lo fa attraverso  interviste raccolte di notte sui tetti di Tel Aviv a 24 testimoni tra funzionari dei servizi segreti israeliani e alcuni ufficiali dell’esercito israeliano coinvolti nelle operazioni di guerra a Gaza.

 È un reportage spietato sulle strategie di guerra e sugli effetti dei bombardamenti, affiancato a immagini di vita quotidiana notturna  di israeliani che sembrano vivere  la loro quotidianità indisturbati, mentre a 60 km da lì il devastamento è totale. Forse questo è anche un messaggio di “resa” di una parte importante della popolazione israeliana che ormai convive da quasi 60 anni con questa guerra senza più reagire, inerme, come se il conflitto fosse diventato paradossalmente parte di queste abitudini di vita e quindi anche un elemento necessario alla propria sopravvivenza. Abituarsi all’orrore della guerra potrebbe rappresentare anche una “rimozione” (Freud, 1915) necessaria per poter sopravvivere. È quello che sta accadendo a una parte della popolazione israeliana ma forse anche a tutti noi che ormai cerchiamo di conviverci difendendoci da una profonda sofferenza.

Quando per la prima volta sentii parlare di Naza senza ancora aver letto nulla, la mia mente fece un’associazione diretta tra Naza e Nazismo… e pensai tra me e me a delle modalità di gestione della guerra che si richiamano al Nazismo. Dopo aver visto il documentario pensai che l’inconscio non fosse andato poi così lontano dalla verità e che forse aveva colto una parte dell’essenza del documentario. Alcuni dei testimoni colgono infatti delle affinità tra i metodi perpetrati dai nazisti agli ebrei durante le due guerre mondiali e i metodi che gli israeliani utilizzano a Gaza e si chiedono che differenza ci sia. Quando l’intervistatore li interroga sulla parola genocidio alcuni rimangono a lungo in silenzio, altri ammettono che si possa trattare di genocidio ma nel contempo si percepisce un’impossibilità a ribellarsi perché questo sembra rappresentare l’unico modo per “colpire l’obiettivo”. È come se, a posteriori, dopo le due guerre mondiali e nonostante tutti gli anni passati, non ci fosse ancora la possibilità di poter rielaborare e far pace con quel trauma iniziale, quello della Shoah, un trauma incistato, diventato un filo rosso transgenerazionale  che porta con sé la necessità di una “coazione a ripetere” (Freud, 1920) nella quale siamo coinvolti tutti. Senza andare molto lontano, infatti, possiamo pensare al conflitto che si è acceso dopo i fatti del 7 ottobre 2023 ed è attualmente in corso all’interno della nostra Società Psicoanalitica e come questo abbia infuocato gli animi di molti colleghi di origine ebrea o comunque molto sensibili al conflitto a Gaza, alcuni dei quali, non sentendosi riconosciuti nella loro lotta, hanno espresso addirittura il bisogno di dissociarsi e di non fare più parte dell’IPA. Ai genitori della regista Rachel, Henry e Nili Shor, entrambi membri della Società Psicoanalitica, è stata inviata due giorni fa una lettera di solidarietà da parte della Società Israeliana di Psicoanalisi per le dimostrazioni di dura protesta che hanno avuto luogo sotto casa dei colleghi. È una questione che ci coinvolge da vicino nella quale esiste ancora molta sofferenza e di cui non possiamo non occuparcene.

Naza deriva dalle parole Nezek Agavi tradotto come “danno collaterale” che indica il margine di vittime civili considerato tollerabile dal governo israeliano per ogni singolo attacco. Questa parola, danno collaterale mi fa pensare agli effetti collaterali dei farmaci che nessuno o pochi di noi guardano poiché la priorità è guarire dal male che il farmaco promette di eliminare. Peccato che i cosiddetti “danni collaterali” siano vite umane che non c’entrano nulla con la guerra e vengano usate e sacrificate nell’intento di colpire obiettivi militari e questo forse è un modo per perpetrare il male piuttosto che eliminarlo.

Gli stessi testimoni dichiarano come vengano utilizzate, a questo proposito, diverse procedure, in particolare “Homeland” che privilegiano le intercettazioni attraverso il cellulare nelle abitazioni e, in particolare, “where is Daddy?”  ideata per tracciare i principali sospettati attraverso le comunicazioni dei familiari e dei figli che chiedono quando rientra il padre a casa o dove si trovi. Queste procedure costituiscono la principale fonte di informazione per colpire gli obiettivi. Quasi tutti gli intervistati hanno confermato che i bombardamenti nelle abitazioni private avvengono perlopiù in orario notturno, quando si vive in famiglia ed è di notte che i raid aerei colpiscono i civili. La notte sembra anche la metafora di un’oscurità dalla quale l’unico chiarore che, per ora, si vede è quello dei bombardamenti su Gaza.  Vi è una preventiva accettazione di precise quote di perdite di civili, venti per obiettivi basici e cifre fino a dieci volte superiori per figure di rilievo.

Tutte le liste dei bersagli da colpire sono identificate da un sistema di intelligenza artificiale chiamato “Lavander” , che procede attraverso una stesura pressoché automatica di queste liste senza che venga interpellato l’intervento umano. E qui forse dovremmo forse iniziare a interrogarci sul potere che stiamo dando a questi sistemi di AI, sopravvalutandone la loro efficacia ed efficienza. Questo sistema è dotato di un margine di errore superiore al 15% e, diversi intervistati, hanno dichiarato apertamente che in  molti casi  vengono uccisi dei civili senza che l’obiettivo sia stato raggiunto. “La priorità del sistema è il volume dei bersagli e non la loro precisione”. Esistono delle “zone di annientamento” entro le quali, qualunque presenza viene eliminata. Tra le testimonianze più agghiaccianti quella relativa all’impiego di cecchini contro i civili che cercano di procurarsi cibo. In particolare, un paio di testimoni dichiarano che la loro priorità è quella di dover assicurarsi che nessun civile mentre cerca di raggiungere queste aree di rifornimento di cibo dell’Onu, entri in una di queste zone di annientamento e spesso si tratta di minori. Durante le interviste, più di un testimone, in particolare, dichiara di provare una sorta di divertimento a colpire questi obiettivi. Un testimone ha dichiarato: “Come quando si gioca alla PlayStation, colpendo gli obiettivi si prova una sorta di eccitamento”.   Sembra di assistere a un processo di dissociazione per cui gli avversari diventano “obiettivi da colpire” e la popolazione “danni collaterali”, in una sorta di esproprio totale della dimensione umana che mette fuori gioco a maggior ragione ogni tipo di emozione. Alcuni testimoni dichiarano di essere stati formati in modo mirato e rigido ad acquisire un assetto mentale per così dire congelato da ogni tipo di emozione rispetto alle operazioni di guerra  che compiono anche attraverso  la visione di film nei quali l’elemento emotivo sembra essere rappresentato come una forma di debolezza o di distrazione rispetto al raggiungimento dell’obiettivo e il valore principale è rappresentato dalla difesa del proprio territorio con la forza.

Parlando di raggiungimento dell’obiettivo quello dei registi forse è stato anche quello di evidenziare come questi 24 testimoni a cui è stata alterata la voce e oscurato il volto per non essere riconosciuti, rappresentino alcune voci, speriamo non le uniche, che cercano a modo loro di mettere in discussione un massacro rispondendo a domande che generano dubbi.

In un comunicato, la collega Mira Erlich-Ginor, solidale con i colleghi, genitori della regista Rachi Shor, per le dimostrazioni sotto la propria abitazione, sottolinea come: “Naza sia lo specchio di tutto il dolore che la Società Israeliana porta con sé. Anziché guardarsi allo specchio molti hanno definito i suoi creatori come traditori e hanno considerato le minacce contro di loro come legittime.  Il padre e la madre di Rachi, che erano presenti in sala quando è stato proiettato il film, descrivono il capo della figlia sempre rivolto verso il basso come se stesse partecipando a un lutto, non era visibile alcuna traccia di gioia, nonostante i 25 minuti di applausi ed era perlopiù vestita di nero. È importante sottolineare questo aspetto e la soddisfazione è che siano due israeliani a far emergere l’oscurità che si trova dentro di noi… Abbiamo la necessità di osservare in profondità questo buio che si vede in questo specchio e da questo sperare che la luce possa prima o poi emergere”.

Bibliografia

Freud S. (1915). Metapsicologia: La rimozione, Opere VIII, Torino, Boringhieri, 1976.

Freud, S. (1920).  Al di là del principio del piacere, Opere IX, Torino,Boringhieri, 1977.

“Naza” di Yuval Abraham e Rachel Szor. Recensione di Annalisa Bernabè Monica Castellini

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