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“No other land” di Y. Abraham, B. Adra, H. Ballal, R. Szor. Recensione di C. Carnevali

Recensioni Cinema
"No other land" di Y. Abraham, B. Adra, H. Ballal, R. Szor. Recensione di C. Carnevali 1

Parole chiave: guerra, Gaza

Autore: Cinzia Carnevali

Titolo: “No other land”

Dati: regia di Yuval Abraham, Basel Adra, Hamdan Ballal, Rachel Szor., Norvegia, 2024, 96’

Genere: documentario

“No Other Land” (Palestina/Norvegia 2024, 95’) di Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Rachel Szor – film vincitore agli Oscar 2025 come miglior documentario – racconta la distruzione di una comunità palestinese e la complessa relazione tra un giornalista israeliano e un attivista e regista palestinese, mettendo in crisi ogni immagine semplificata del nemico. 
“No Other Land” è un documentario di forte impatto emotivo e politico che segue la resistenza non violenta degli abitanti palestinesi di Masafer Yatta, minacciati di espulsione dalle loro terre da parte dei coloni israeliani. Il film, prodotto, scritto, diretto e montato da questo prezioso collettivo israelo-palestinese, non si limita a osservare: coinvolge, interroga e mette lo spettatore di fronte a un nodo etico difficile da ignorare. Il film documentario ha uno stile sobrio ma potentissimo.

Da circa quarantanni cittadine e villaggi palestinesi in Cisgiordania a Nord-Est di Gaza e a sud di Hebron, subiscono violenze, demolizioni di case, scuole, pali e linee elettrici, cementificazione di pozzi d’acqua con conseguente desertificazione e sconfinamenti da parte delle autorità israeliane. Nel caso del paese palestinese di Masafer Yatta, gli israeliani

vogliono costruire un’area di addestramento per il proprio esercito. Ci sono ottime ragioni per pensare che questa motivazione sia pretestuosa e che si voglia espellere il numero più alto possibile di palestinesi da Masafer Yatta, area che poi verrebbe occupata dai coloni israeliani.

Viene segnalato il problema della Legge. La legge la fanno i coloni, sostenuti dall’esercito israeliano. I coloni distruggono case, cortili con gli animali, inquinano l’acqua che non può più essere usata anche per l’agricoltura. I villaggi sono ridotti in polvere e le famiglie ridotte a vivere in grotte in condizioni molto precarie; i bambini girano da soli tra le macerie, come vediamo nella foto che ho inserito nel commento, foto che richiama il film neorealista di Rosselini “Germania anno zero” (1948). Non c’è uno Stato palestinese che intervenga e li protegga. C’è solo lo Stato di Israele che appoggia i coloni. Non c’è il diritto di esistere, di vivere nella propria terra.

È una questione di potere: chi ha più potere sottomette l’altro e in questo modo si ripete il trauma, la vittima diviene il carnefice (dice Basel Adra: “Anche loro hanno subito, non bisogna dimenticare”). Non c’è democrazia e in ogni momento può succedere qualcosa in questa terra di Masafer Yatta in Cisgiordania, sottoposta alla tirannia di un potere forte, nazionalista come lo descrive Zygmund Bauman (2025) e abbandonata alla desertificazione. Ma nessuna altra terra è possibile per i palestinesi che difendono la loro appartenenza, le loro origini. Per questo il racconto segnala l’urgenza di dare legittimità al negoziato sulla creazione di uno stato palestinese.

Il film ci descrive la ripetizione di un doppio trauma individuale e collettivo subito dal popolo palestinese, la violenza e la negazione della stessa come scritto da Ferenczi nel suo lavoro del 1932 sulla “Confusione delle lingue tra adulti e bambini”. Per Ferenczi ciò che accade alla vittima del trauma è profondo e dettagliato, è una descrizione “dall’interno”, generalizzabile ben oltre la tematica dell’abuso sessuale. I bambini si sentono indifesi fisicamente e moralmente, la loro personalità è ancora troppo debole per poter protestare, sia pure solo mentalmente. La forza prepotente e l’autorità degli adulti li ammutolisce, spesso toglie loro la capacità di pensare: così accade alle famiglie palestinesi, come vediamo dalle immagini del documentario che testimoniano l’atroce violenza  perpetrata dalle autorità israeliane. La paura è tale che le reazioni di disgusto, odio, energica difesa, vengono inibite. Il bambino violato, terrorizzato dalla paura, anziché reagire e difendersi, tenderà a sottomettersi automaticamente. La vittima, sovrastata da un potere schiacciante e fuori controllo, rischia di non attivare una reazione di rifiuto o difesa, ma, soggiogata da una paura impotente, si sottomette alla volontà dell’aggressore. Come unica possibilità di sopravvivenza, la vittima abdica, rinuncia alla propria persona, consegnandosi all’aggressore ed identificandosi esattamente con ciò che egli si aspetta. Anche nel film assistiamo ad un processo di dissociazione, caratterizzato da uno svuotamento della mente delle vittime per far posto alle percezioni dell’aggressore, cosicché l’esperienza è vissuta in stato oniroide, o come se l’evento della violenza e dell’abuso venisse visto dall’esterno, fino alla totale negazione. I video e le foto di queste violenze sono testimonianza di quanto si intensifichino anche attualmente, dopo che nel 2022 la Corte suprema israeliana ha deciso in via definitiva che Masafer Yatta dovrà diventare un poligono di tiro per l’esercito israeliano e in risposta all’attacco senza precedenti di Hamas in territorio israeliano del 7 ottobre del 2023.

Un elemento che distingue “No Other Land” da molti altri documentari sul conflitto israelo-palestinese è la collaborazione tra registi palestinesi e israeliani. Questo dà al film una prospettiva doppia: da un lato, la documentazione diretta della realtà sul terreno; dall’altro, la consapevolezza critica di chi, dall’interno del sistema che perpetua l’ingiustizia, sceglie di mettersi in discussione e di documentare e far conoscere quello che accade di ingiusto e di distruttivo. Perché troviamo importante questo dialogo? Il film non è un monologo: grazie al fatto che è co-diretto da attivisti-registi palestinesi e israeliani, il pubblico non riceve solo un punto di vista “interno” alla comunità colpita ma anche uno “esterno”, che riesce a instaurare un ponte umano. 

La forza del film sta nella sua capacità di unire il racconto dell’oppressione quotidiana (demolizioni, ordini militari, violenza sistemica, ecc.) con momenti di vita ordinaria e di resilienza. La telecamera è sempre vicina ai protagonisti, trasformando una questione geopolitica in un’esperienza umana immediata. Il documentario evita inutili artifici estetici. Le immagini sono spesso crude, tremolanti, registrate in condizioni difficili. Ma proprio questa scelta stilistica amplifica l’autenticità del racconto.

Viene rappresentata una collaborazione rara e colpisce il dialogo tra i due giovani Basel e Yuval: pur essendo nemici si trovano d’accordo sul fatto che “non siamo nati per essere oppressi”. Il film si apre con un ricordo di Basel a 5 anni e poi a 7 anni, quando gli israeliani portano via il padre, attivista che cerca di difendere i territori palestinesi dall’arroganza dei coloni. Protestano contro lo sfratto e l’espropriazione del diritto a vivere dove hanno vissuto le generazioni precedenti. Questa lotta va avanti da decenni. Yuval ha imparato il palestinese e cerca di farsi accettare dai parenti di Basel.

Questo confronto, o meglio, questa cooperazione tra i due protagonisti, rende visibile una collaborazione rara, qualcosa che in tanti discorsi politici o mediatici tende a essere ignorato o semplificato: l’umanità condivisa, la possibilità di solidarietà oltre le divisioni etniche, nazionali, religiose. Inoltre, mostra la disuguaglianza reale: l’uno vive sotto occupazione militare, l’altro sotto ‘legge civile’, con libertà e diritti che per il primo non esistono. Questo contrasto vissuto in prima persona rende il film una testimonianza potente e onesta dei maltrattamenti e dello stress di sentirsi impotenti e demoralizzati. Basel si sente più fragile del padre e ha consapevolezza della sua depressione e si sente spegnere. In una scena dice “mi sento uno schifo e ho paura, non ho più energia, non sono come mio padre”, ma forse non considera che dopo tanti anni (siamo nel 2021) nulla è cambiato e non si da notizia al mondo di ciò che succede.

Mi interrogo inoltre sulle tensioni e sulle difficoltà del dialogo. È importante sottolineare che questo dialogo è anche doloroso, fragile, complicato. Il contrasto non è solo politico o territoriale: è esistenziale. L’interrogativo è: “Resistere o lasciare la propria terra? La lotta più dura è restare. Avere una famiglia è complicato, non c’è stabilità, ci privano dei diritti, ci si aggrappa alla vita”. Nel film emerge che la fiducia è difficile, che alcuni nella comunità palestinese vedono la collaborazione come tradimento (“può essere tuo fratello o un tuo amico a distruggere la mia casa!”‎). 
In più, il film documenta come la co-regia e il lavoro insieme comportino veri rischi: ricatti, minacce, persecuzioni anche fisiche per chi sceglie di dare voce alla verità. Occorre fare la differenza e infatti si tratta anche di fare la differenza tra alienazione e separazione. Meglio la separazione, anche se non è facile. Penso che la reazione e il dialogo che deriva tra i due protagonisti, è come un atto di resistenza radicale. In un conflitto che spesso viene narrato con toni manichei, vedere due persone diverse, che provengono da contesti opposti, cercare un terreno comune e denunciare ingiustizie porta una luce: la riconciliazione è difficile, forse lontana ma non per questo impossibile. E può cominciare anche da piccoli gesti: ascolto, rispetto, testimonianza condivisa. Occorre anche analizzare alcune reazioni critiche interne (da parte israeliana o palestinese) a questo dialogo: molti, da entrambe le parti, non l’hanno accettato facilmente e questo aggiunge un ulteriore livello di complessità. 

Il film mi ha fatto sentire un sentimento di preoccupazione e pessimismo, poi ho ricordato una frase di Martin Lutero scritta sull’ultima pagina del libro “La mia vita” di Bauman: “Anche se sapessi che la fine del mondo è per domani, io andrei ancora oggi a piantare un albero di mele”. Ancora mi commuove ed ancora credo che pianterei il mio albero di mele, nonostante tutto.

Bibliografia

Bauman Z. (2025) La mia vita. Un’autobiografia in frammenti. Il Margine.

Ferenczi S. (1932) Confusione delle lingue tra adulti e bambini. Il linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione (1932), trad. it. Thalassa, Astrolabio, Roma 1965.

“No other land” di Y. Abraham, B. Adra, H. Ballal, R. Szor. Recensione di C. Carnevali Monica Castellini

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