Parole chiave: Fantasia, Narrazione, Origini, Trasmissione
PEARL
di Siân Hughes, Atlantide, 2023
Recensione di Daniela Federici
Quelle schegge di fatti
che credo di conoscere
sono tuttavia
fra quella bimba e me
l’unica passerella transitabile
e la sola boa che ci tiene a galla entrambe
sul mare del tempo.
È con curiosità che
mi accingo a rimetterle insieme
per vedere che cosa ne verrà fuori.
Yourcenar, Care memorie
Marianne ha otto anni quando, in una giornata piovosa d’inverno, la mamma esce di casa senza più farvi ritorno. Di lei forse solo un’impronta nel fango sul bordo del fiume.
Nessuna chiave per decifrare quella sparizione.
La storia toccante e delicata di Siân Hughes, poetessa al suo esordio letterario, è una vera perla che racconta come l’anima reagisce agli eventi che fanno effrazione nel suo guscio, la difesa opalescente e preziosa che secerne a protezione dal male.
Marianne è tornata al suo paesino d’origine con la figlia Susannah. Lo fa ogni anno, è la festa di Wakes, un rito commovente in cui il prato del cimitero si riempie di famiglie che puliscono le lapidi e stendono le coperte per il picnic, alcuni fanno un lungo viaggio per esserci.
Se mia madre dovesse tornare, in quale altro posto verrebbe a cercarci?
Continua tutt’ora ad avere conversazioni mute con lei. Il passato è ripiegato su sé stesso come un rotolo di pasta sfoglia, e lei c’è rimasta avvolta dentro da non poterne uscire più.
Ho conservato tutto, dentro di me, l’ho tenuto al sicuro. Ho ingoiato ogni centimetro. Mi rifiuto di lasciarlo andare.
Se avessi sofferto abbastanza, forse avrei fatto ricomparire mia madre.
Tornare è ripercorrere le sue tracce, provare a comporre l’ennesima versione della storia. Tutti questi anni ha cercato una risposta all’enigma opprimente che ha inciso nella sua vita l’assenza, il senso d’abbandono, il fantasma della follia.
La vergogna riempiva la casa, una stanza vuota dopo l’altra. … risucchiava tutta l’aria e ci impediva di respirare.
Era stata come un’amputazione quel dubbio orribile: Cosa ci doveva essere di tanto terribile e sbagliato in me da spingere mia madre a uscire di casa e non tornare più?
La differenza con la vita degli altri la condannava al senso di inadeguatezza, di indegnità, una brinata brusca che l’ha congelata nel tempo, bambina per sempre, scheggiata.
Aveva solo sognato quella felicità di giochi e storie magiche, canzoncine e insegnamenti fra i profumi delle erbe aromatiche?
Rivendico ciò che riesco a salvare del tempo prima… il mio diritto ad avere un ricordo positivo. Ma poi la memoria aveva iniziato a confondere i frammenti, gli accaduti non si distinguevano più da come li aveva immaginati e tutto pareva disfarsi.
Al fratellino Joe, nato poche settimane prima di quella scomparsa, non avevano raccontato nulla: lui era il nostro rifugio, la nostra lavagna vuota, il nostro elfo delle dimenticanze, il nostro scudo per proteggerci dal mondo.
Le domande della polizia, il chiacchiericcio del paese, i non detti con il padre, la vita era diventata una foresta intricata di rovi. Se n’erano anche dovuti andare, la casa era diventata un labirinto pericolante e disperato, con gli angoli infestati dalla colpa. Lasciarla era stato un fallimento dell’immaginazione, ma è molto difficile farsi venire buone idee quando si è tristi. Arrivati in città non funzionavano i tentativi patetici di addomesticare la casa nuova, di trasformarla nella loro casa, si fermavano a cercare i vecchi odori, i panorami fuori della finestra, ammalati di nostalgia non andavamo da nessuna parte…
Sono rimasta senza di lei e ho dovuto rimboccarmi le coperte da sola, con molto coraggio.
Quando si deve far fronte a una perdita è come se la vita si restringesse nelle sue possibilità, un’helplessness che fa sentire piccoli, inadatti, esclusi.
Io, che fantasma ero? Come avevo fatto, in qualsiasi direzione puntassi, a finire male: smarrita, incapace di ritrovare la strada di casa?
Collezionavo storie di perdita, di abbandono e vergogna.
Si può ancora dire «Io» quando la forza del ripetere si mette al posto del ricordare, quando l’anima è soggiogata dal fantasma e trascinata da qualcosa di cui non sa nulla? Quando il nuovo che si vive non ha presa sulla realtà, non incide sull’ordine del senso che si attribuisce alle cose, sulla memoria che non riscrive per crescere, sembra che diventi reale solo ciò che è negativo. È il contrario della transizionalità. Quali sono le risorse della nostra mente nella tempesta?
Come la perla si forma da ciò che di prezioso la conchiglia secerne per avvolgere e proteggersi da un corpuscolo estraneo, così l’anima stilla dalla ferita la sua lotta per conservare la vita e la bellezza contro un’intrusione mortifera e devitalizzante, che svuota di fiducia, di desiderio, di speranza.
Per far fronte all’angoscia della perdita, la psiche rimedia alle mancanze di realtà istituendo una realtà fantastica per offrire alla mente di che sostenere l’assenza, “come se una doppia iscrizione degli avvenimenti psichici accordasse un’identica realtà agli oggetti fantasmatici e a quelli reali” (Green, 1983, p. 26). Si parla di “sconfinamenti dell’inconscio” e “allucinatorio” per queste enclaves consolatorie intrise della qualità magica di un piacere di natura sensoriale, difese dello psichico che hanno una funzione sedante sulla minaccia d’interruzione della continuità del sé.
È come se nella mente si aprissero le chiuse sui terreni golenali per far defluire la piena della sofferenza e impedire che si rompano gli argini, la tenuta dell’Io.
Ma quando il dolore diventa insopportabile, il potere calamitante di questa immaginazione può colorarsi di persecutorietà, di un’irrequietezza che fa sentire sempre sull’orlo di un crollo, di un’alterazione nel senso di presenza a sé stessi che dilava progressivamente il contatto con il reale. Questo ha compreso pian piano la protagonista di ciò che sta dentro di lei.
Ogni essere umano ha un salvavita che scatta. Si trova nel cervello, e segnala il momento in cui le informazioni che riceviamo dai sensi diventano totalmente inaffidabili… non hanno nessuna relazione con la realtà. Perciò il cervello va su di giri, inventando un numero sempre maggiore di spiegazioni assurde per le strane informazioni che gli giungono da tutte le parti. Mi sento un po’ meno in colpa riguardo il mio salvavita, adesso che so che tutti ne abbiamo uno. Ho scoperto però che il mio è un po’ difettoso… ho un salvavita troppo sensibile. Basta un soffio per farlo scattare dalla realtà alla fantasia.
“Anche a essere si impara”, scriveva Calvino, un viaggio che ci impegna tutta la vita.
Per tutti i miei vent’anni cercai mia figlia in una serie di brutte decisioni e vicoli ciechi. Ma alla fine mi ritrovai incinta… pensavo che mia figlia avrebbe guarito il mio cuore spezzato…
Con la nascita di Susannah le domande di Marianne erano diventate ancora più pregnanti, perché il dolore si tramanda. Come gli anticorpi nel latte. Come una canzone.
Quante volte aveva scorso i libri di leggende antiche che la madre le leggeva per ricavarne una chiave del gesto che aveva precipitato la sua storia, per trovare i pezzi mancanti e riuscire a cambiare di segno al vuoto di paglia che le era rimasto nel cuore, per vivere con la figlia l’allegria che aveva respirato nella sua infanzia.
Leggere è tradurre, ogni libro dice di noi quel che la storia ci ispira, i suoi effetti sul nostro Io nel tempo in cui ci coglie. Poi, se si continua a cercare, c’è il tempo che occorre perché le cose dentro possano trovare trasformazioni del senso in un disegno più libero dai fantasmi.
Mi resi conto che per tutto il tempo avevo cercato la risposta alla scomparsa di mia madre nella poesia sbagliata.
Nella favola preferita della madre la piccola protagonista viaggiava per lungo e per largo prima di approdare a un posto da chiamare casa: le era stato predetto che avrebbe trovato quel che cercava quando avesse consumato le scarpe di ferro che aveva ai piedi. Prospettiva insormontabile, eppure la giovane, alla fine del suo lungo peregrinare, si era ritrovata in un paesino che sorprendentemente si rivelò essere quello delle sue origini. “La fine di tutto il nostro esplorare sarà giungere al luogo da cui siamo partiti e conoscerlo per la prima volta” (Eliot, Quattro quartetti).
La possibilità di avere nuovi occhi…
È una storia sul valore della tenacia, sull’importanza della fedeltà all’impegno del senso da dare alla nostra esistenza, pur nella pesantezza di una vita che spesso non va come vorremmo.
Non sveleremo quel che trovò Marianne, solo il suo effetto.
Provai sollievo, finalmente scagionata.
La grazia di questo romanzo dalle atmosfere poetiche è nella capacità di dipingere con un’immaginazione fantasticante quel che la mente fa di ciò che le accade, dalla felicità al dolore più profondo. Con il linguaggio vivo di una fiaba, la Hughes racconta una storia sulle difficoltà del diventare, intrecciando con profondità e leggerezza l’importanza fondamentale degli affetti e della forza d’animo che non rinuncia a prendersi cura delle proprie ferite e a cercare le risposte invisibili dentro di sé.
In fondo a questo servono le storie, a pensare altrimenti il reale.
Riferimenti:
Calvino, I. (1959) Il cavaliere inesistente, Mondadori
Green, A. (1983) Narcisismo di vita, Narcisismo di morte, Borla 1985