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“E Dio la creò cattiva…” Tamar, Lilith, Giuditta: l’altra Bibbia, di Maria Cristina Barducci. Recensione a cura di Rita Corsa

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“E Dio la creò cattiva…” Tamar, Lilith, Giuditta: l’altra Bibbia, di Maria Cristina Barducci. Recensione a cura di Rita Corsa

Parole chiave: Soggettività femminile, Corpo, Aggressività, Responsabilità, Antico Testamento

“E Dio la creò cattiva…”

Tamar, Lilith, Giuditta: l’altra Bibbia

di Maria Cristina Barducci, VandA edizioni, 2025

Recensione a cura di Rita Corsa

“Vivere significa dare valore all’impurità”. Quell’impurità che è elemento essenziale del Sacro femminile. È essa la più nobile “peculiarità di una soggettività diversa”, quella delle donne (Barducci, 2025, p. 127). “Cosa c’è di più impuro e sacro, di più inquietante del corpo femminile?” – si chiede Maria Cristina Barducci, nota didatta junghiana (AIPA e IAAP), che ha consacrato la sua vita culturale e psicoanalitica a scandagliare l’Anima delle donne, a rivelare l’enigma insito nello sviluppo dell’identità femminile, partendo dal legame antico e fondante della bambina con la propria madre. “Ogni mese” – risponde l’autrice – “il corpo della donna è attraversato dal mistero del sangue mestruale […] che porta in sé la promessa di vita e insieme di morte” (ivi, p. 29). Al sangue mestruale, “epifania della zoé, della forza vitale naturale che informa di sé ogni organismo vivente” e che “è destinato”, mediante la donna, “a trasformarsi in bios, vita umana definita nel tempo “, con i suoi limiti e il suo esito fatale (ibid.), Barducci ha dedicato il suo libro precedente: Sul sangue mestruale. Leggi biologiche, costruzioni culturali, immagini simboliche, esplorazioni psicoanalitiche per un discorso taciuto (2024). Si tratta di un’originale e ardita opera collettanea, che sfata il tabù del mestruo come fonte simbolica di sporcizia e di corruzione del corpo e che apre al suo significato sacrale.

Il nuovo saggio di Barducci, che vado qui a recensire, ripropone il tema del sacro nel corpo e nella soggettività femminile, appoggiandosi alla narrazione di tre figure di donne che popolano, insieme a moltissime altre, il territorio del mito nella tradizione ebraica. Tamar, “la giusta”, Lilith, la prima sposa d’Adamo, “la demonessa” e Giuditta, “lo strumento di Dio”. Tre personaggi biblici, tre donne protagoniste di vicende appassionate e coraggiose, ma latrici pure di contraddizioni, di lacerazioni emotive, di fratture dell’ordine sociale con conseguenze luttuose. L’ombra di Lilith, come la definisce Barducci, cala sulla culla dei neonati maschi. Nella storia di Lilith si legge che Dio formò la prima donna “usando soltanto sedimenti e sudiciume” (Graves-Patai, 1969, p. 78), invece di usare la polvere pura con cui aveva modellato Adamo. Insomma, tuona la psicoanalista, “Dio la creò cattiva” (2025, p. 86)! Ribelle alla volontà divina, che la voleva moglie d’Adamo, Lilith continua a cercare uomini e a dare vita a bambini e a occuparsi specialmente delle bambine. Per l’autrice, seppur demonizzata (la “luna nera” degli occultisti), Lilith è abitata da una potenza creatrice che non può essere domata: l’“eccesso di femminile”, che sembra caratterizzarla, ben raffigura quello “stato roccioso” della donna postulato da Freud, quell’aspetto incomprensibile e impossibile da catturare da parte del pensiero maschile (Barducci, 2025, p. 90).

L’altro personaggio è Tamar, ignota ai più, ma nominata nella Genesi (XXXVIII) e soggetto di svariati commenti rabbinici e midrāsh. Giuda, il quarto figlio di Giacobbe, ha a sua volta tre figli maschi. Sceglie Tamar come consorte per il suo primogenito, Er, ma quest’ultimo muore subito dopo il matrimonio senza lasciare eredi. Ottemperando alla legge del levirato, il secondogenito, Onan, contrae matrimonio con Tamar, ma anch’egli non feconda la sposa, spargendo nella terra il suo seme e perdendo la vita ben presto. Allora Giuda, credendo che Tamar sia la colpevole della morte dei suoi figli e della sterilità che lo privava di una discendenza, decide di non darle come sposo il suo terzogenito, adducendo come scusa la sua giovane età.

Tamar, provata dagli accadimenti e dalle maldicenze e desiderosa di diventare madre, si vela, si traveste da prostituta e seduce il suocero Giuda, ormai vedovo, che sta tornando a casa dalla tosatura del gregge. L’uomo non la riconosce, consumano un rapporto e, non avendo con sé il capretto pattuito come prezzo per l’incontro, lascia a garanzia alcuni suoi effetti personali. Il giorno dopo il servo di Giuda è mandato a saldare il conto, ma non trova alcuna donna. Dopo qualche mese, la gravidanza di Tamar è evidente e Giuda decreta la morte della nuora sul rogo, ma la donna gli fa vedere gli oggetti lasciati in pegno proprio da lui. Il suocero riconosce di aver sbagliato più di Tamar, “colei che è giusta”, perché non aveva rispettato il patto di darle un altro marito. Per Barducci, malgrado i tentativi di sottovalutare tale presenza muliebre da parte dei commentatori rabbinici, “la storia di Tamar […] testimonia di un percorso di donna che afferma e difende le radici del proprio essere”, la propria soggettività e il desiderio di diventare madre (ivi, p. 35).

Non indugio sulla celebre figura di Giuditta, che sfidando la sfiducia e passività degli anziani della sua città, Betulia, sfinita dall’assedio dell’esercito invasore, prende l’iniziativa e si reca al campo nemico, dove con astuzia seduce il generale Oloferne e gli mozza la testa, ponendo fine all’accerchiamento. Barducci destina pagine di rara intensità a questa vicenda, evocata nei dipinti di tanti artisti rinascimentali e barocchi, mai raggiungendo, però, la sapienza e “lo spessore inquietante” dei quadri di Artemisia Gentileschi.

Come nei suoi precedenti lavori, Barducci intreccia riferimenti al mito – di cui è una raffinata studiosa e a cui ha riservato importanti contributi (2006/2015) – con l’antropologia, la storia, il pensiero della “differenza” e l’esperienza clinica nella stanza d’analisi. Nella bella Prefazione, la scrittrice e grecista Giuseppina Norcia osserva: “donna e psicoanalista, esploratrice della soggettività femminile, Maria Cristina Barducci ci invita così a uno studio attivo in cui il ‘mito biblico’ e le sue figure archetipiche divengono laboratorio del sé, esperienza da vivere, da incarnare” (2025, p. 8). È l’“altra Bibbia” quella che, audacemente, la psicoanalista junghiana osa raccontare. E, pagina dopo pagina, le interpreti di questo assai godibile saggio assumono forme a noi donne sempre più familiari. Compagne di antichi viaggi, ma sempre a noi vicine.

Note bibliografiche

Barducci M.C. (2006). Il velo e il coltello. L’aggressività femminile tra cura e cultura. Milano, La biblioteca di Vivarium (II edizione 2015).

Barducci M.C., Massa Ope S., Spagnolo G. (a cura di) (2024). Sul sangue mestruale. Leggi biologiche, costruzioni culturali, immagini simboliche, esplorazioni psicoanalitiche per un discorso taciuto. Roma, Alpes.

Graves R., Patai R. (1969). I miti ebraici. Milano, Longanesi.

Norcia G. (2025). Prefazione. In: Barducci M.C. (2025). E Dio la creò cattiva… Tamar, Lilith, Giuditta. L’altra Bibbia. Milano, VandA edizioni, pp. 7-10.

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