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“Che sia o no il suo ultimo film, Woody Allen resta intramontabile” Huffpost, 25/9/22 Intervista a R. Valdrè di D. D’Alessandro

28/09/22
"Che sia o no il suo ultimo film, Woody Allen resta intramontabile" Huffpost, 25/9/22 Intervista a a R. Valdrè di D. D’Alessandro

Parole chiave: cinema, psicoanalisi, Woody Allen

“Che sia o no il suo ultimo film, Woody Allen resta intramontabile” Huffpost, 25/9/2022 Intervista a R.Valdrè

di Davide D’Alessandro

Huffpost, 25 settembre 2022

Introduzione ”Il mio prossimo film sarà il numero 50, penso sia un buon momento per fermarsi” così il noto regista statunitense ha comunicato la sua intenzione di ritirarsi dal cinema, in seguito parzialmente smentita, e di dedicarsi alla scrittura. Rossella Valdrè, psicoanalista ed esperta di cinema, in questa intervista, commenta l’opera del grande artista che con comicità e ironia ha saputo raccontare i dubbi, le paure e le inquietudini dell’essere umano con geniale e profonda  creatività.(Maria Antoncecchi)  

Davide D’Alessandro, saggista

Rossella Valdrè, analista freudiana che da tanti anni scrive di cinema e psicoanalisi, ripercorre opere, temi, ambienti, personaggi e messaggi di uno dei più grandi registi di sempre

Quanti sono i woodyalleniani in Italia? Boh. Rossella Valdrè e io siamo molto fieri di esserlo. Ritrovarsi anche in due, dentro le sale pre-Covid a vedere i film di uno dei nostri registi preferiti, è stata un’esperienza magica e singolare. Lei, analista freudiana, scrive da tanti anni di cinema e psicoanalisi. Ne scrive con passione e professionalità. Sul binomio ha pubblicato: “La lingua sognata della realtà”, “Banalità del male nel cinema contemporaneo: la violenza in guanti bianchi” in “Il sonno della ragione”, “L’Altro: diversità contemporanee. Cinema e psicoanalisi nel territorio dell’alterità” e “The evaporated body: a dream, a limit or a possibility? in “Psychoanalytical Perspecitives on Virtual Intimacy and Communication in Film”.

Appena è uscita la notizia, poi leggermente ridimensionata, che Allen starebbe per girare, a Parigi, l’ultimo film della sua straordinaria carriera, ho sentito il bisogno di chiamarla. Che sia vero o no, ne è venuta fuori una piacevole conversazione. Eccola.

Che emozione ti ha suscitato la notizia che Allen starebbe girando l’ultimo film?

Oddio, ci aspetta un mondo senza Woody! Ecco, sinceramente, la mia prima reazione. Ci mancava anche questa, sarà un mondo incommensurabilmente più povero. Questo è vero ogni volta che sparisce, o si ritira, un grande artista, ma per Woody Allen non credo valga niente di quanto si dice e si scrive su altri. Sono ovviamente, le mie, opinioni di parte, di chi ama senza riserve, ma siamo tuttavia in molti a provarlo. Se c’è un artista che merita questo amore, è Woody Allen. Persino definirlo regista mi sembra riduttivo; Allen ha creato e scritto ogni parola dei suoi film, li ha costruiti intorno alle sue musiche, è prima di tutto uno scrittore, e infatti pare che scelga di calare il suo sipario tornando alla sola scrittura, e la cosa non sorprende, considerando che il mondo dello streaming, dove oramai finiscono i film, non fa per lui. Lui è uomo di cinema, di sala buia, di chiacchera in coda mentre aspetti il film come in ‘Io e Annie’, del film in sala di cui si parla prima e si parla dopo. Lo streaming non rappresenta, come alcuni temono, la morte del cinema, ma la morte della conversazione intorno al cinema, sì.

Che regista è stato?

Assolutamente atipico, irripetibile. Non sorprende che non si sia creata una scuola dopo e intorno a lui, e che tutti i (pochi, peraltro) tentativi di imitarlo siano stati sostanzialmente dei fallimenti. Ha saputo abbracciare il registro comico, iniziando con film autenticamente comici (‘Prendi i soldi e scappa’, ‘Amore e guerra’, ecc..), per poi negli anni della maturità preferire la vocazione intimista (‘Hannah e le sue sorelle’, ’Settembre’…), inframmezzando il tutto con i grandi capolavori a cui tutti legano il suo nome, ‘Manhattan’ e ‘Io e Annie’. Ma nessuno di questi generi, diciamo così, diventa in lui esso stesso un genere, nessuno acquista la dignità di genere, come è stato con Bergman con il genere intimista e drammatico o con De Sica la commedia, per citare due registi che Woody ha molto amato. Per lui non è così; il suo cinema mantiene, unico fra tutti, il prodigio di restare venato di humour quando è tragico, di farci intravvedere il comico nella sconfitta, e di tingere di cupo, di dramma, di fosco, le commedie più garbate, anche quelle degli ultimi anni. È la commedia umana, la condizione umana. Mai del tutto tragica, mai del tutto ridicola. Il critico e filosofo francese Quillot credo non esageri quando scrive che Woody condensa, con l’abilità del non dirlo, Tolstoj e Checov, Fellini e Bergman, e possiamo aggiungere Dostoevskij, la cui personalissima lettura abita tutti i film che vanno da “Crimini e misfatti” (vero capolavoro), al recente “Match Point” , fino a “Sogni e delitti” e “Irrational man”, ossia i grandi temi umani della colpa e il perdono, del delitto e della punizione, ma giocati in commedie drammatiche che, pur non potendosi definire facili, sono capaci di intercettare il cuore di ogni spettatore.

Questa è stata una capacità unica in Allen.

In fondo, Allen ha sempre lavorato intorno a un nucleo relativamente ristretto di tematiche, a personaggi che tornano in tutti i suoi film: l’inquietudine dell’uomo e della donna contemporanei, colti e benestanti, abitanti delle grandi metropoli, che si trovano di fronte tutte le possibilità di successo, professionali e sentimentali, tutte le porte apparentemente aperte, ma questo bengodi lascia qualcuno inevitabilmente fuori, la cultura dei diritti ha instillato in ciascuno l’idea che a ognuno spetti il massimo dalla carriera, il massimo dall’amore, il successo anche se si ha un talento modesto, quei quindici minuti di celebrità che Andy Wharol diceva la modernità avrebbe assicuro a tutti. I personaggi di Allen si dibattono per raggiungere quello che manca, il successo che pensano di meritare, l’amore perfetto o perduto, ma non si accontentano di idealizzarlo come i personaggi del romanzo ottocentesco, il soggetto contemporaneo pretende un godimento, si ammala di nevrosi se non lo ottiene, soffre del continuo scarto tra l’Io e il suo Ideale. Un nuovo disagio nel disagio della civiltà, che nessun regista ha saputo cogliere e rappresentare come Allen, essendo lui stesso uno di questi uomini, ma da grande artista sapendolo guardare con ironia e distacco. Anche l’autoanalisi, di cui apparentemente questo soggetto è capace, finisce nel personaggio alleniano per ritorcersi spesso in un ripiegato narcisismo senza sbocco. Lo vediamo nei pazienti quando vengono a consultarci e spesso lamentano “dottore, io penso, mi analizzo, ma non vengo a capo di niente!”; Allen ha saputo intercettare perfettamente questa alienazione. L’enorme successo dei film di Allen su fasce di pubblico così diverse e stratificate per età, gusti e preparazione culturale, credo si spieghi soprattutto con la capacità di identificazione che i suoi personaggi, così ridicolmente umani e sconfitti, pieni di sfumature, sanno suscitare in tutti noi.

Sembra un uomo senza speranza.

No, Allen non è un autore tragico, sebbene si definisca un pessimista come tutti i comici, né filosofico in senso stretto, alcuni dei suoi personaggi vanno alla deriva in effetti, ma altri ce la fanno, riescono a trovare uno scatto personale attraverso le loro risorse interne, l’uso dei buoni incontri, il coraggio delle scelte di rottura, il non conformismo, qualche volta la fortuna e persino la magia, sempre cara ad Allen. E, molto spesso, attraverso l’arte; come per il regista stesso, l’arte rappresenta la vera salvezza dal male di vivere.

Qual è il film che più di tutti ti resta nel cuore?

So che tu hai amato molto “Un’altra donna”, davvero stupendo. Per me la scelta è quasi impossibile. Forse potrei dirti “Crimini e misfatti”, la cui versione più moderna è “Match point”, ugualmente perfetto, ma li ho nel cuore, e nella mente, praticamente tutti. “Crimini e misfatti” e “Blu Jasmine” sono per me i due capolavori della maturità, come “Io e Annie” e “Manhattan” lo furono della giovinezza. Anche rivisti a distanza di anni, tutti mantengono una freschezza e una grazia, anche i cosiddetti ‘minori’, come alcuni degli ultimi, che non si trova in registi così prolifici. Se rivediamo “Persona” di Bergman, ad esempio, peraltro il film che lui amava di più tra i suoi, oggi bisogna ammettere resta un bel film ma con una cifra stilistica superata, pesante, mentre tutti i film di Allen risultano, anche i primi, di straordinaria freschezza e originalità. Se è pur vero che ha prevalentemente raccontato un ambiente, la borghesia newyorkese intellettuale colta e più di recente i loro corrispettivi europei, ha saputo farlo con una trasversalità e universalità che lo renderanno intramontabile ed eterno.

Preferisci i film in cui c’è anche lui come interprete o no?

Trovo sia stato anche un grande attore. La sua maschera iconica, l’imbranato occhialuto triste a partire da “Provaci ancora Sam” fino ad “Harry a pezzi”, goffo ma colto, amante delle donne e amato dalle donne, ipocondriaco e narcisista, ha spaziato dal comico al drammatico con grande naturalezza e autenticità, sottratto ai canoni di bellezza e machismo dello star system hollywoodiano, di nuovo autore e attore unico, inimitabile. Anche i pochi film in cui è solo interprete, infatti, come “Il prestanome”, o “Gigolò per caso”, devono il loro successo alla sua interpretazione. Devo dire però che quando, diventando più anziano, si è ovviamente ritirato dal recitare, i suoi film non ne hanno perso perché la scelta degli attori è sempre molto felice, molto azzeccata; qualunque attore, nelle sue mani, anche i divi di Hollywood, diventano ‘alleniani’! Altro motivo del successo di Allen è certamente la sua riconoscibilità, la sua personalità: dalla prima nota dei titoli su schermo nero, tu sai che si tratta di un suo film, dalla prima scena lo capisci, anche con un attore non propriamente dei suoi, e questa appartenenza, questa fedeltà a sé stessi mantenuta lungo una carriera così duratura, piace al pubblico, premia sicuramente un artista, lo rende riconoscibile. I registi che spaziano tra cifre stilistiche diverse spesso confondono il pubblico (a meno che non si tratti di geni come Stanley Kubrik e non facciano non troppi film), perché il pubblico è generalmente conservatore, ama registi da cui sa cosa aspettarsi.

Allen viene da sempre associato alla psicoanalisi, che lui prende costantemente in giro. Eppure, per me le continua a dare un grande sostegno pubblicitario. O no?

Allen ha ’sdoganato’ come si dice oggi un po’ volgarmente, ma direi invece diffuso nel più sofisticato e insieme popolare dei modi quello che Pontalis chiama l’Homo pychanalyticus: non è Allen che lo ha inventato, lo ha “inventato” la psicoanalisi, Freud, ma nessun artista come lui ha contribuito a diffonderlo nella cultura, nell’immaginario collettivo. È l’uomo di cui parlavamo prima, che ha perso le certezze, non le cerca più nella Chiesa, nelle grandi istituzioni ma nel successo professionale e nei rapporti personali, da cui quindi si aspetta moltissimo, l’uomo che si interroga sulle sue origini, angosciato dal futuro, se non esiste più un Dio a cui rivolgersi. Allen guardò con ironia alla psicoanalisi, che personalmente iniziò nel ’59, come guardò con ironia a tutto; mi pare disse in un’intervista, riguardo all’analisi, che in alcune cose lo aveva aiutato, in altre no; insomma, un laico giudizio privo di idealizzazioni, sintomo di una analisi e di una persona matura, una frase che forse potrebbe esser detta da gran parte delle persone che hanno fatto e concluso un’analisi con relativo successo. Come psicoanalisti teniamo in gran conto l’ironia, la capacità di sorridere delle cose, e di noi stessi, che non è il sarcasmo beninteso; Freud si è sempre occupato del ridere, eleva il comico e il ridere, ne “Il motto di spirito” soprattutto e in altri scritti, a importanti funzioni dello psichico; dunque ironia, gusto del comico, umorismo, sono tutte importanti, salutari funzioni della psiche che non dovremmo considerare di serie B. Sono d’accordo che il suo cinema abbia contribuito alla diffusione della psicoanalisi, negli anni Settanta soprattutto, l’epoca d’oro della psicoanalisi in quanto a popolarità, una diffusione diretta (il lettino nel film) e una indiretta, ossia il film introspettivo, che lascia sullo sfondo i temi sociali per affrontarli dal di dentro, la psiche del personaggio, psiche che, come detto, è sempre divisa, conflittuale per definizione, come vuole il soggetto psicoanalitico. Non basta tuttavia aver inserito il lettino nei film per diffondere la psicoanalisi, oggi lo vediamo in molte commedie contemporanee, anche italiane, è sempre un ‘topos’ di un certo richiamo, ma Allen non ha mai usato la caricatura o il grottesco, come invece si fa spesso oggi, il suo richiamo alla psicoanalisi o alla figura dello psicoanalista, sempre funzionale intanto alla vicenda del film, è sì ironico ma intelligente e garbato, ricco di humour ebraico, non dimentichiamo questa fondamentale radice del suo tagliente umorismo, mai volgare, il pubblico anche non informato ne coglie le tracce colte e l’esperienza personale, e ne è restato indiscutibilmente attratto. Comunque, cinema e psicoanalisi sono nati insieme, sono coevi come sai; quando Freud nel 1895 scrive gli “Studi sull’isteria”, i Fratelli Lumiere proiettano a Parigi il primo rudimentale film a un pubblico pagante, e questo stretto legame non si è mai rotto. Ma sarebbe un lungo discorso.

Gli ambienti, i personaggi, le storie, lo scavo, il messaggio. Dove è stato più grande?

Tutti i termini che hai citato hanno una loro peculiarità e una loro genialità, in parte li abbiamo già toccati; possiamo vederli singolarmente ma i film di Allen sono perfette alchimie, tutti gli elementi, come i giochi dei prestigiatori che lui stesso ama tanto, alla fine risultano perfettamente combinati. Riguardo agli ambienti, Allen è inscindibile, è impensabile senza New York. Non ha solo portato la psicoanalisi nell’immaginario collettivo, anche New York, la sua New York è entrata nell’immaginario di tutti. Certo, la città era da sempre un set privilegiato per il cinema americano, ma Allen ha portato lo spettatore, lo ha letteralmente preso per mano e accompagnato in Central Park, nei cinema, nei piccoli ristoranti, in strade anonime come in quelle famose, ha reso iconica la panchina di fronte al ponte al Brooklyn, ha creato personaggi che solo lì possono dipanare le loro esistenze, dai gangster squattrinati, agli attorucoli da strapazzo, alle star decadute, agli ebrei ortodossi, ai super ricchi di Park Avenue, a tutta un’umanità in cerca d’amore e di fortuna, di speranza e di gloria, che solo lì può trovare la sua opportunità. Amante della vita urbana per eccellenza, come humus che sa far esprimere all’essere umano il suo miglior potenziale, Allen è comunque capace di far brillare anche le capitali europee, Parigi in primis, che spesso abitano gli ultimi film; in queste ne accentua il lato magico, romantico, le luci, come pervaso da una sorta di sottile nostalgia. Non solo New York è il suo centro assoluto, diciamo addirittura Manhattan, ma si può dire il resto dell’America sia esclusa dal suo romanzo cinematografico, con rarissime eccezioni come la San Francisco di “Blue Jasmine”, peraltro tradizionalmente considerata una città ‘europea’.

Quanto al messaggio, come in tutti i grandi artisti non vi sono messaggi espliciti, tantomeno didascalici; la maggior parte dei suoi film sono relativamente aperti, molti personaggi sono ambigui, né del tutto buoni né del tutto cattivi, e si fanno amare dallo spettatore per quello che sono, per quello che bene o male riescono a realizzare. Alcuni ‘messaggi’, diciamo così, sono tuttavia sottesi alla maggior parte dei film di Allen; uno, è che le cose non vanno in genere come ci si aspetta, il Caso scombina i piani, nulla si può veramente controllare, Allen conosce bene la lezione freudiana per cui l’Io non è padrone in casa propria: il soggetto cosciente decide, crede di decidere, ma è il caso, ovvero il soggetto dell’inconscio, in certi deliziosi film come “Scoop”, perfino la magia a scombinare le carte. Un altro forte ‘messaggio’, anche questo in forte sintonia con la psicoanalisi, è che non vi è felicità possibile, di quel poco di felicità che spetta all’individuo, se non all’interno delle proprie scelte, se non rispettando sé stessi, profondamente; laddove il personaggio accontenta il desiderio di qualcun altro, genitore o coniuge o Altro sociale, è destinato alla malattia psicosomatica o alla nevrosi, e soltanto se con coraggio rinuncia al conformismo e realizza il suo desiderio, che in qualche modo il destino gli fa trovare, è possibile una qualche forma di umana felicità. In genere, così andando le cose, i film alleniani hanno un lieto fine. Con alcune brillanti eccezioni già menzionate, perché rientrano nei capolavori. A torto Allen non si ritiene un regista drammatico, perché quando si è dedicato al solo registro drammatico, è stato con risultati eccelsi. In “Crimini e misfatti” il Bene non vince, non ha la meglio, così come in “Blue Jasmine” il personaggio andrà alla deriva nella follia; ma il primo è ancora più drammatico perché non solo non vince il bene, ma vince il male, colui che mente, che uccide e inganna e resta impunito. Il tema del male assoluto non è assente dai film di Allen; quando non centrale come in questo, persino quelli comici lo costeggiano, lo toccano con una battuta. In generale, però, la salvezza è l’arte, la creatività personale.  Nel bellissimo “Harry a pezzi”, forse il suo film più autobiografico, è molto ben rappresentata la capacità che la creatività ha di sanare le ferite del personaggio, di fare della vita stessa una narrazione. Anche questo, questo affidarsi al valore della parola, è profondamente psicoanalitico.

Dunque, sì, un mondo cinematografico senza Woody Allen, anche se continuerà a scrivere, sarà un mondo più povero e più triste. Ma ci lascia un capitale che non tramonta e non si esaurisce con una sola visione, che non invecchia, che non si deteriora. Qualcuno ritiene anche che quell’homo psychanalyticus così superbamente raccontato da Allen nei suoi film e in cui tutti ci siamo identificati, sia un soggetto novecentesco in via di scomparsa, un uomo colpevole freudiano che non abita più di tanto le nostre stanze analitiche, e che quindi questo diventerà un cinema della nostalgia. Io non credo; c’è qualcosa di ineffabile, magico, ironico, comico ed eterno in Woody Allen, battute fulminanti che non hanno età, impolitiche, atemporali come l’inconscio, una vera genialità della parola.

Vogliamo chiudere con una delle sue celebri battute?

Certo. Tra le mie preferite c’è: “La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione”.

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