“C’era una volta…”

di Paolo Boccara

 

Mancavano ancora alcuni
giorni alla trasmissione dello sceneggiato televisivo su Basaglia e, ogni tanto,
mi accorgevo di pensarci con un po’ di preoccupazione…

Alcune settimane prima,
un collega mi aveva chiamato per preannunciarmi l’evento. Il titolo, C’era
una volta la città dei matti
, mi era apparso allora un po’ inquietante e subito,
dopo quella telefonata, mi ero sorprendentemente scoperto non particolarmente entusiasta.

Avevo cominciato a pensare
a una probabile e temibile "operazione nostalgia", con qualche punta di
retorica di troppo, magari con insopportabili spunti agiografici e il tutto mi
appariva di pessimo auspicio per chi, lavorando da tanto nei Dipartimenti di
Salute Mentale, sia alle prese con stagioni di difficile confronto fra ideali e
realtà.

Appena iniziata la
trasmissione, però, qualcosa di inaspettato stava già accadendo. Mi sono subito
impressionato per come l’attore Fabrizio Gifuni avesse trovato un modo
splendido di rappresentare Franco Basaglia: stessa voce, stessi modi, stesso
intercalare appena appena dialettale, stesso intercedere fatto di passione e
riflessione insieme. Avevo la sensazione di incontrare per la prima volta da
giovane l’uomo che avevo conosciuto veramente quando aveva già cinquant’anni. Durante
lo scorrere delle immagini, cominciava poi a venirmi in mente l’eco delle mie prime
letture di quella esperienza goriziana e di seguito riaffioravano le tante emozioni
di quegli anni pieni di scoperte importanti.

E soprattutto: nessuna
traccia di retorica, nessun accenno agiografico, nessuna superficialità.

Anzi. Misura,
intelligenza, ritmo e…sogno.

 

Poi è arrivata la frase
fondamentale, il punto culminante del racconto: "Che senso ha porsi il
problema di curare i pazienti ricoverati in un manicomio se non si affronta
prima la necessità di farli tornare a vivere come persone?" Una frase semplice.
Semplice, ma terribilmente difficile da realizzare. "Far diventare intanto persone
i ricoverati in un manicomio". Ecco il cambiamento vero. Basaglia, le sue parole,
le battaglie dei tanti con lui e dopo di lui, la legge che da quelle esperienze
era scaturita: era tutto  in quella
frase.

 

Trattare i ricoverati
come persone (oggi si direbbe "dare i diritti di cittadinanza insieme ai
diritti di cura"), vuol dire ricostruire la loro storia (mettendo magari i
comodini accanto a ogni loro letto di ospedale); riattivare le loro relazioni
familiari (che so, accompagnando a casa la madre anziana abbandonata in
manicomio dalla figlia); accettare l’espressione dei loro desideri
(assecondando, perché no, la voglia di riprendere a guidare la moto abbandonata
nel cortile di casa); riconoscere la loro voglia di mettersi in relazione (consentendo
il diritto di una coppia di pazienti a volersi bene e a fare l’amore), il loro
bisogno di lavorare (inserendo alcuni di loro in una fabbrica lì vicino), l’idea
di vivere autonomamente (affittando per loro -a nome degli operatori del
Servizio- un piccolo appartamento in città).

Significa, insomma, stare
vicino ai sentimenti delle persone, compreso anche al dolore che tutto questo
può comportare.

Sentimenti non più
bloccati da dosi massicce di farmaci, da letti di contenzione, da mura
invalicabili. Sentimenti nati da solitudine, isolamento e silenzio.

 

Significava, allora,
restituire intanto quell’umanità che poi si allargava dai pazienti agli
operatori. E se per i primi iniziava un nuovo incontro anche col loro
particolare modo di soffrire, per gli operatori cominciava a delinearsi il
lungo cammino in cui alla distanza si sostituiva la vicinanza, la
presenza, l’ascolto. E, a volte, anche quella risonanza problematica con la
propria vita emotiva, professionale, familiare, relazionale e fantasmatica.

 

Le immagini del film descrivevano
bene questo passaggio: l’entusiasmo di chi liberava e di chi era liberato, lo
sconcerto di coloro che non capivano la portata scientifica e umana di quelle
scelte, la sorpresa di chi non si aspettava tutti quei cambiamenti, la paura di
non farcela a reggere l’impatto per la  mancanza
di strumenti adeguati.

Si dimostrava inoltre il
coraggio (non trovo parola altrettanto significativa) di "andare avanti lo
stesso", di "procedere comunque", di arrivare infine a una legge nazionale che
definisse quella "premessa" come la condizione di base per qualsiasi successivo
processo terapeutico.

Il film rendeva giustizia
a queste grandi intuizioni e, come solo le immagini possono fare, dava un
significato chiaro a una vicenda storica che nel tempo era diventata tanto
controversa per la successiva mancanza di risorse terapeutiche adeguate a
quelle "semplici" premesse.

Per tanti anni si è voluto
confondere quella fondamentale "condizione di base" con la cura effettiva delle  persone che soffrono di disturbi mentali. Il
film ha reso evidente che per Basaglia un modo particolare di realizzare i
propri principi è stato quello di "pensare facendo", rilanciando il valore
esperienziale dell’azione, non più gesto retorico o atto soppressivo del
pensiero, ma momento generativo e occasione di riflessione. Un’azione certo non
sempre priva di errori, ma sempre dentro i processi, dentro il continuo confronto
con le persone reali, attraverso scelte non solo individuali ma soprattutto corali.

E, mentre questi e altri
pensieri si affollavano nella mia mente, volti, parole, azioni esprimevano anche
le  tensioni e le preoccupazioni di quei
protagonisti, rivolgendosi a tante persone diverse:

-alla gente comune, che
della cosidetta "Legge Basaglia" conosceva solo le conseguenze di una non sempre
coerente applicazione e il dolore che ha a volte ha comportato "liberare senza
proteggere";

-alle famiglie dei
pazienti che, rispetto alle tante difficoltà incontrate nel trovare
interlocutori responsabili da cui farsi ascoltare, hanno avuto un’occasione per
capire meglio quanto sia stato importante cominciare a battersi per una
psichiatria radicalmente umana;

-agli operatori dei
servizi pubblici che, nel loro difficile lavoro a contatto con le persone
sofferenti, si possono sempre più riconoscere esposti essi stessi alle ansie
generate dal legame di solidarietà basato sulla identificazione col paziente;

-a chi si occupa ancora
di una politica che serva veramente a cambiare le cose, per convincersi che le
grida di dolore per una riforma mai veramente applicata debbono essere da
stimolo ad "attuare" e non a "contro-riformare";

– agli psicoanalisti, a
noi che dobbiamo imparare dalla realtà nella quale siamo immersi a non
disperdere la ricchezza della nostra formazione ma a spenderla al servizio di
una riforma ha ancora bisogno di compiersi pienamente.