Aisthesis e Psyche , lectio magistralis tenuta al MAXXI il 2 febbraio 2018 da D. Chianese. Report di S. Salvadori e L. Albrigo 

Aisthesis e Psyche , lectio magistralis tenuta al MAXXI il 2 febbraio 2018 da Domenico Chianese

Report :Stefania Salvadori e Leonardo Albrigo 

Fin dal ciottolo di jaspilite rossa che ci guarda dalla copertina,del suo ultimo libro (Come le pietre e gli alberi ),ciottolo raccolto 3 milioni di anni fa, forse perché analogo al suo volto, da un ominide austrolopithecus senza tecniche né linguaggio parlato, Chianese ci introduce nella sua lectio all’importanza che ha per la nostra vita interiore l’ambiente non umano, vivente e non vivente, la relazione con gli oggetti, le case, i luoghi. Abbiamo bisogno della natura, a cui siamo collegati inconsciamente (per affinità strutturali, tutto segue le stesse leggi), che cura il nostro benessere senza che ce ne rendiamo conto, e allevia i nostri dolori. Sollecita i nostri sensi e, per questa via, la nostra immaginazione. Come gli uomini nelle caverne di Lascaux, stimolati dalle curve sulla roccia, disegnarono bisonti, il bambino nel corridoio, fra migliaia di frammenti marmorizzati, isola e riconosce  un camioncino.

La dimensione estetica ci appartiene dunque, secondo Chianese, fin dai primordi, viene prima di tutto, dà origine alla soggettività prima della parola: non è un’acquisizione adulta. Il bambino prima di imparare a parlare, guarda, esplora, si meraviglia, desidera. Nel percepire un oggetto già lo crea. Infatti  sa, fra le tante cose che vede, quello che piace proprio a lui. Lo manipola per pensare.

Chianese suggerisce che il bisogno di oggetti transizionali tra realtà e fantasia di fatto non finisca mai, egli afferma: “Senza gli oggetti che ci ricordano qualcuno, una situazione, un odore, la nostra vita mancherebbe di intimità… l’oggetto permette la contemplazione… Il possesso di un oggetto fa sopportare che il passato non torni più… Ci si identifica con la propria casa, gli oggetti ci danno sicurezza… sono fonte di emozioni estetiche che attivano la fantasia e riempiono i nostri sogni”.

Ma è la qualità della condivisione corporea della madre a confermare i tratti del carattere, i gusti di quel preciso bambino, quando essa si immedesima nel suo stupore mentre scopre ‘l’incanto del mondo’. Nel gioco reciproco di sorrisi, vocalizzi, esagerazioni, movimenti ritmici, rafforza l’intensità del  piacere del bello proprio ‘suo’. E’ la radice del sentirsi soggetto.

La dimensione estetica è una capacità filogenetica perché siamo tutti figli di una madre. I suoi fondamenti coincidono con quelli dell’etica, perché nascono nelle cure. Prendersi cura è sorriso, bellezza:  etica, perché il bambino morirebbe altrimenti.

C’è un rimando, osserva Chianese, tra l’urto con la ‘realtà innegabile’ del mondo esterno che colpisce i sensi, e noi che animiamo la realtà con la nostra vitalità immaginativa. E la nostra immaginazione è una ricchezza acquisita nel rapporto con la madre che ci dà fiducia nella nostra creatività.

Sulla base delle ipotesi che individuano nell’incontro tra la dimensione estetica e la realtà il mistero dell’umano, la sua imprevedibilità, curiosità, battito del cuore, e nell’inconscio la profondità dell’immaginare, Chianese guarda in modo originale le nostre capacità di gioco, di sogno, di arte.

Con l’esempio di due sorelline che, dopo la morte della madre, inventano il gioco di immobilizzarsi sotto un lenzuolo e improvvisamente animarlo e resuscitare, mette in luce positivamente come il gioco rischiara il lutto, rimette in movimento il mondo. Immobilità della morte, mobilità della vita.

Nel gioco, i bambini sistemano le loro cose sfidando la logica razionale, per controllare la sofferenza ma anche per anticipare soluzioni.

Come analisti il nostro compito è ridare forza alla dimensione estetica, alla potenza creatrice che ci abita, alimentare ciò che di vivo è nell’analizzando, la sua specifica diversità, la capacità di creare con il suo sguardo il significato del mondo. Senza il sostegno alla creatività, sostiene Chianese, le esperienze intense e difficili del silenzio, della mancanza, del vuoto, che, sebbene disorientanti, sono però necessarie al sorgere di immagini nuove e idee personali, non sono accessibili.

Queste idee lo aiutano ad avvicinare in modo diverso il sogno. Si chiede cosa le immagini veicolano di vitale, come avvicinarle senza distruggerle; come ascoltare quello che l’inconscio sta comunicando con la loro creazione.

Su questo tema riprende in mano Jung e la sua convinzione che il significato dell’immagine sia la sua forma. E’ intraducibile nella sua complessa condensazione, non solo di conflitti e paure radicati nel passato, ma anche di tutte le potenzialità evolutive dell’individuo, che tende per natura a realizzare la sua individuazione. L’attività onirica è una costruzione creativa come il gioco: un esercizio preliminare, una preparazione che indica un futuro ancora non visibile.

Pensiamo per immagini, l’allucinatorio anima i ricordi e vivifica la vita. L’arte proprio a questo deve la sua forza, non è intrattenimento, è strumento ermeneutico essenziale, anticipa scenari nuovi e ha il potere di generare in noi un modo diverso di guardare e di organizzare l’esperienza.

Aisthesis e Psyche. Roma, 2 febbraio 2018

Fabio Benfenati. L’arte del ricercare. Creatività nell’arte e nella ricerca scientifica

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