Amelia Rosselli

rosselli“Hope” is the thing with feathers –
That perches in the soul –
And sings the tune without the words –
And never stops – at all –
(Emily Dickinson, 1861)(1).

«Impossibile dire qualcosa di nuovo sulla Emily Dickinson, così com’è molto difficile definirne la personalità» – dichiarava Amelia Rosselli nel suo saggio “Emily scrive al mondo” (1976; in 2012, p. 1223). Io credo sia altrettanto arduo aggiungere qualcosa di inedito sulla figura di Amelia Rosselli che, specialmente dopo la sua morte violenta, si è imposta quasi con invadenza nel panorama culturale italiano.
L’ho incontrata una prima volta, a mia insaputa, da ragazzina, folgorata dalla poetica di Sylvia Plath: la traduzione rosselliana di “Ariel” mi ha spalancato il cuore alla poesia. Un’iniziazione travolgente, che mi ha catturato per la vita.

Stasi nell’oscurità
Poi gli azzurri insostanziali
Versano cime e distanze.
(1962; in 1985, p. 163)(2).

Mi risuona la voce, colma d’interrogativi, di Stefania Nicasi: «Restare sola di fronte alla poesia […] aspettare qualcosa. E se qualcosa mi sorprende a chi appartiene? All’autore? All’opera? A me?» (2009, p. 612).

E così, rapita dalla poetica della Plath, ho cominciato ad avvicinare anche la produzione artistica della Rosselli, poco diffusa prima del 1997 – l’anno successivo al suicidio della donna – quando Giovanni Giudici ha curato per la Garzanti (Collana “Gli Elefanti”) la raccolta “Le poesie”, che riproponeva in un singolo volume le liriche della Rosselli «da troppo tempo fuori stampa, o scarsamente reperibili» e che aveva l’ambizione di «far conoscere l’opera rosselliana a un pubblico sempre più numeroso», riconoscendo all’autrice un «valore di prima grandezza nel nostro Novecento» (Tandello, 1997, XV).
I biografi hanno ormai perlustrato ogni anfratto della triste vicenda umana della Rosselli, memori dell’osservazione freudiana che «né il poeta può sfuggire allo psichiatra, né lo psichiatra al poeta» (Freud, 1906, p. 293). Mi soffermerò, succintamente, sulla malattia mentale e sulla storia psichiatrica di Amelia e sulla sua lunga frequentazione di lettini analitici, in particolare di quello junghiano di Bernhard. Nel trattare, poi, la poetica della Rosselli dal versante psicoanalitico vorrei evitare la fastidiosa – e tanto comune – pratica di offrire un’interpretazione patopsicobiografica dell’opera artistica.
Ci insegna Freud che «Il poeta […] rivolge la propria attenzione all’inconscio nella propria psiche, spia le sue possibilità di sviluppo e ne dà un’espressione artistica» (Freud, 1906, p. 333).
Per me la parola di Amelia Rosselli è diventata un prezioso sestante nell’orientarmi nei mari minacciosi di certe navigazioni psicoanalitiche. Ha contribuito a farmi intravvedere dei percorsi di funzionamento della mente umana, che altrimenti avrei maggiormente faticato ad intendere. Spiega Clementina Pavoni: «La scrittura poetica […] può con grande agilità incamminarsi nei territori oscuri dell’ignoto. In questo corpo a corpo con il mistero, la parola in poesia assume un valore privilegiato di svelamento e di conoscenza» (2011, p. 15).

Non cosmopoliti ma rifugiati

In un mio precedente saggio su Amelia, adottavo il celeberrimo assunto lacaniano «La parola uccide la Cosa» (1953), per tentare di cogliere lo strenuo sforzo attuato dalla grande poetessa per addomesticare la morte dei padri attraverso l’invenzione della parola che salva (Corsa, 2012).
Amelia aveva sette anni quando il padre Carlo e lo zio Nello, intellettuali antifascisti, fondatori di “Giustizia e Libertà”, vennero uccisi da un commando di sette giovani appartenenti all’organizzazione filofascista “Cagoule”. Il vile attentato che costò la vita ai fratelli Rosselli avvenne il 9 giugno 1937, a Bagnoles-de-l’Orne, in Francia, su mandato di Galeazzo Ciano al SIM (Servizio Informazione Militare). A tutt’oggi resta poco chiaro il ruolo giocato da Mussolini: come scrisse Salvemini «è assai difficile, per non dire impossibile, che Ciano avesse agito di testa sua e non per eseguire una volontà del duce» (in Fiori, 1999, p. 212).
La madre Marion(3), un’inglese dalla salute cagionevole, fu piegata dalla vedovanza e, insieme ai tre figli (John, detto Mirtillino – il prediletto primogenito – Amelia, chiamata anche Melina e Andrea), iniziò a peregrinare tra Inghilterra, Francia e Italia. Dopo la morte del consorte, Marion non parlò mai più la lingua italiana, che conosceva perfettamente. A cinquant’anni restò paralizzata, a causa di ripetuti ictus. Perì a Londra nell’ottobre del 1949, appena cinquantaduenne. Amelia aveva diciannove anni e, ancor prima del decesso materno, aveva iniziato a manifestare dei problemi psichici, di cui parlerò più avanti. Marion era stata una madre “insufficiente” in senso winnicottiano, una donna assai fragile e gravemente deficitaria nelle sue funzioni di care, di holding e di revêrie. La nascita di Amelia era stata una “gran delusione” per ambedue i genitori. In una lettera alla propria madre, Carlo confessava: «Gran delusione di Marion per la bimba; e io pure […] Marion la trovava addirittura bruttina» (“Epistolario familiare”; in De March e Giovannuzzi, 2012, p. XLI). Tuttavia, per la Tandello «Con la scomparsa di Marion [la madre] il filo che ancora reggeva una fragilissima continuità si spezza, e il vuoto si abbatte su di lei come il coperchio di una bara, la lastra di una lapide, seppellendo i ricordi, e ponendo fine al tempo della speranza e della crescita» (2007, p. 6)(4).
Negli anni successivi alla morte della madre, Amelia trascorse lunghi periodi in America, a volte in compagnia dell’amata nonna paterna(5), l’unica figura familiare capace di vicariare, almeno parzialmente, il difetto e il silenzio delle funzioni genitoriali.
Pesante e fortemente traumatica deve essere stata la vita da “rifugiata” che iniziò a condurre sin dall’omicidio del padre, viaggiando tra l’Europa e gli Stati Uniti: «Non sono “apolide”» – precisava in un’intervista rilasciata a Spagnoletti, nel 1987 – «Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito […] perché era stato condannato per aver fatto scappare Turati. Mia madre lo aiutò a fuggire e quindi lo raggiunse a Parigi […] La definizione di cosmopolita risale a un saggio di Pasolini che accompagnava le mie prime pubblicazioni sul “Menabò” (1963), ma io rifiuto per noi quest’appellativo: siamo figli della seconda guerra mondiale. […] Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati» (1987/2004, p. 9).
Cresciuta senza il padre Carlo; cresciuta spesso lontano dalla madre Marion; cresciuta da nonna Amelia, Melina Rosselli, la poetessa, trascorre la sua dolente esistenza nel tentativo, stremante, di ricostruire la lingua paterna.

La malattia necessaria

Sin dall’età più tenera, l’assenza della lingua paterna caratterizza l’esistenza di Amelia Rosselli, marcata da lutti reiterati nella linea genealogica maschile. Stermini ineluttabili e insanabili: «Contiamo infiniti cadaveri» (Rosselli, “Variazioni”, 1961-1962, p. 201). Da qui nasce «la malattia necessaria» (Ravasi, 2011, p. 52)(6), dalla sottrazione ripetuta e brutale della lingua «santa» dei padri. Nel deserto del paterno, «La realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere» (Rosselli, 1962, p. 342). Un’esistenza disordinata e solitaria, in perenne smarrimento. Una vita di donna persa in un dolore insostenibile e costretta in un corpo martoriato da ferite autoinflitte.
Nei suoi primi componimenti, la poetessa userà liberamente la lingua del padre e della nonna paterna (l’italiano), quella della madre (l’inglese) e l’idioma degli anni dell’esilio (il francese), spesso miscelandoli caoticamente, come in “Diario in Tre lingue” (1955-1956).
La sua opera poetica rivoluzionerà ripetutamente l’epicentro, sino a raggiungere i massimi vertici con l’italiano, la lingua della sofferta maturità, che sembra voler supplire alla sconvolgente perdita di «un prodotto sì cangiante» per la mente umana, quale la «santità» della parola «dei santi padri» (“La Libellula”, 1958, p. 141).
Un travaglio pietoso ed eterno, che genererà un corpo poetico distopico, fatto di ridondanze, di lapsus, di cortocircuiti semantici, di adiacenze e di infermità, legate ad una pratica trilingue che non trova un baricentro. La parola pare sempre tesa oltre ogni limite linguistico, indifferente alla seduzione del significato, condannata all’empietà che uccide. Un «male irrimediabile», che macererà il corpo della donna, solcato da profonde cicatrici – esito di tagli e ferite autoprovocate – e mortificato in digiuni ascetici. «Astinenze catartiche o punitive» – commenta Silvia de March – che solitamente preludono a un altro degli innumerevoli ricoveri psichiatrici che hanno segnato l’esistenza della donna (de March, 2006, p. 151).
Melina patisce di gravi problemi psichici sin dalla giovane età: è tormentata da idee persecutorie e da floride dispercezioni visive e acustiche, dapprima sporadiche e non ben strutturate, ma che a partire dalla metà degli anni Sessanta diventano continue e sempre più minacciose, fino a dominare completamente il suo quotidiano. Dopo la morte della madre entra in trattamento analitico con Nicola Perrotti, l’analista freudiano che, nel dopoguerra, rifondò a Roma, insieme a Servadio e Musatti, la Società Italiana di Psicoanalisi, sciolta dal regime fascista nel 1938.
Nel 1954, a ventiquattro anni, in seguito alla morte precoce dell’amico Rocco Scotellaro, “il poeta contadino”, le condizioni psichiche di Amelia – da sempre sofferente di brusche oscillazioni dell’umore, insonnia incoercibile, scoppi d’ira e di non ben precisati “esaurimenti nervosi” – peggiorano drammaticamente e si complicano con seri propositi autolesionistici(7). Viene ricoverata in una clinica psichiatrica romana e sottoposta ad elettroshock e a terapia insulinica, contro il volere dei familiari, che si preoccupano di trasferirla nella prestigiosa clinica svizzera Bellevue di Kreuzlingen, diretta da Binswanger. La degenza da Binswanger durerà un anno e mezzo e sarà la prima di una lunga serie. La diagnosi di dimissione sarà quella di schizofrenia paranoide. Tutta la vita di Amelia sarà scandita da ripetute e protratte ospedalizzazioni, sia in Svizzera, da Binswanger, sia in cliniche psichiatriche italiane. Negli anni Cinquanta la poetessa si avvale del trattamento dell’analista junghiano Ernst Bernhard, con il quale manterrà a lungo i contatti, rimanendo profondamente influenzata dai suoi saggi psicoanalitici.
Fu il grande intellettuale Bobi Bazlen a suggerirle il nome di Bernhard: «Aveva una calma eccezionale nei suoi rapporti con i pazienti, rapporti, occorre dirlo, non legalizzati dalla psichiatria ordinaria. […] Bisogna aggiungere che era ostile all’iscrizione [di Amelia] al PCI». La stessa Rosselli racconta a Spagnoletti che molti anni dopo e in seguito a dei dissidi, abbandonò la cura con Bernhard, per rivolgersi nuovamente alla scuola freudiana. Vide diversi analisti, tra cui «Bellanova. Egli provvide a un’analisi “di appoggio” per alcuni mesi. Alla fine diagnosticò: “Lei ha soltanto una leggera nevrosi”» e così, chiosa Amelia, «I problemi dovevo risolverli da sola» (Spagnoletti, 1987/2004, pp. 301-302).
In «Storia di una malattia», ospitato su “Nuovi Argomenti” nel 1977, l’artista offre una dolorosa testimonianza della sua patologia mentale: «Il testo descrive la storia di un’intensificazione di azioni e trame persecutorie di cui l’autrice si dichiara vittima, inserendo uno nell’altro il clima cupo e violento della storia italiana di quegli anni e la marca di un personale disagio» (Baldacci, 2007, p. 129). Le allucinazioni e le idee deliranti di persecuzione si induriscono viepiù, trasformando il mondo della donna in un teatro minaccioso, abitato da agenti segreti crudeli che controllano e registrano ogni suo gesto. Le Voci le parlano sia in inglese che in italiano: «Tra le sei-sette voci distinguibili in quanto sempre uguali a se stesse […] ne spiccavano due di donne, […] possibile riferimento alle figure della nonna materna e della mamma» (da “Storia di una malattia”, 1977/2004, p. 320). Lamenta ancora la poetessa: «I fili elettrici normalmente in uso in case private sprigionavano anch’essi un eccesso di corrente elettrica tale da ridurre le gambe a colorazione bluastra e bianca. Malgrado avessi cambiato la serratura […] tutti i miei vestiti vennero un giorno spruzzati d’acidi […] Trattenni per un periodo tutti i cibi che avevo trovato o drogati o avvelenati». Allora scappa dall’Italia, per rifugiarsi in Inghilterra, dove, però, si sente subito perseguitata dalla CIA per questioni politiche e anche dal Servizio Segreto inglese. Viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico londinese, sottoposta nuovamente ad elettroshock terapia e anche qui viene fatta la diagnosi di schizofrenia. Si autodimette e torna a Roma, avvertendo di essere sempre vittima di «mille dubbi corrosivi»: le Voci e i tormenti persecutori provenienti da quel mondo popolato da «elefanti ottusi» continueranno a logorarle l’esistenza, anche se in tono meno violento rispetto ai primi anni di malattia ( pp. 322-325).
Solitaria e colma di sofferenza è stata l’intera vita della Rosselli, trascorsa in un corpo vuoto e silenzioso: «Il silenzio è un vuoto di cui non si può dire e che è il veicolo, come vuoto cosmico, attraverso cui si trasmettono gli echi delle lontane esplosioni» (Meotti, 2012, p. 7). Echi assassini di colpi d’arma da fuoco che hanno ucciso i padri, «la rondinella che giace ferita al suolo» (Rosselli, “Variazioni2, 1960-1961, p. 202)(8). Di suo padre, confesserà Amelia in un’intervista degli anni Ottanta, resta in lei solo «un senso di non corporeità» (Spagnoletti, 1987/2004, p. 293). Ma, per la poetessa, la sottrazione del maschile è una pesante eredità familiare, che le è stata trasmessa in maniera muta ed altamente patogena nel succedersi delle generazioni e si è incistata nel suo “corpomente”. L’eclissi del paterno intergenerazionale ha prodotto nuclei di insensatezza intorno al Sé, buchi neri, sordi al potere di redenzione della parola.
«[…]/Io pernottavo nel vuoto della mia/ribelle anima» (Variazioni, 1960-1961, p. 317), un vuoto che ella tenterà di colmare, stentatamente, con una babele di lingue, voci selvagge e impietose: «[…]/Parole nel nulla! – non voglio esclamare: sono/atrofizzata, e non c’è/nulla da fare» (da “Documento”, 1966-1973, p. 615).
Amelia qualcosa farà:
“Un piede per terra, poi tu sollevi il piede, poi lo riponi/e giù tarda la gamba poi la coscia il tutto in un/fragore rompiscatole silenzioso la riponi e nel/coinvolgersi le due gambe toccano terra. Poi nella/terra v’è carne in scatola che s’apre perché bisbiglio/velocemente ti voglio. […]/Poi quando è fatto se ne va e vi sono ombre per terra, […]» (da “Serie ospedaliera”, 1963-1965, p. 368).
Trent’anni prima di compiere l’estremo gesto, Amelia descriveva in questa poesia le sue fantasie suicide, sezionate con lucido realismo. Sempre invocata, seducente e dominante, la morte regna con prepotenza nell’intera opera rosselliana. Ispira e rilancia la parola, lambendo l’orlo di ogni pensiero.
Dopo aver immaginato e cantato sino allo sfinimento il suo suicidio, nel febbraio del 1996 la poetessa si getta dalla finestra del suo appartamento romano, una disadorna soffitta a Trastevere.

La speranza spiumata

Vorrei concludere, soffermandomi su una poesia di Amelia Rosselli che trovo straordinaria, in quanto racchiude in pochi aliti, una questione che mi agita il cuore da diverso tempo. Quella della speranza “disperata” (9).

Stona la vita,
si spegne da sé
la speranza si spiuma
faticosa a mettersi insieme
non ne vuol più sapere

i pensieri sono poi ovali, o opachi
(da Documento, 1966-1973, p. 567).

L’anima smarrisce quell’incessante speranza “piumata”, che canta melodie senza parole, dolcissima, nel vento (Dickinson) e si transustanzia nel paralitico uovo plathiano, pietroso e gelido(10).
Il sentimento della speranza è uno dei più sentiti da Amelia Rosselli. Torna, “incessante”, in tutta la sua poetica. E, ancora una volta, mi ha soccorso quando sono stata costretta nel mio lavoro o per faccende personali, ad abituarmi al buio, quando la luce era spenta (Dickinson, 1862; n. 417, p. 105).
Il tema della speranza ha un’immensa portata euristica e la filosofia, la teologia e la psicologia ne hanno esplorato gli angoli più reconditi, nell’avvicendarsi delle stagioni dell’umanità. In questa sede mi permetto solo qualche sommessa considerazione.
Le esperienze professionali di confine tra la vita e la morte proiettano l’individuo in regioni estreme e irriflessive dello psichesoma; soglie sinistre e perturbanti, che obbligano il soggetto ad avvicinare i territori più umbratili della speranza. Quelli abitati dalla speranza “disperata”.
Nella mia pratica clinica mi ero avventurata tante volte nei distretti più inospitali della speranza. Senza fermarmi. Alla speranza non avevo mai pensato come ad “una categoria della mente”(11) o ad un espediente difensivo: la consideravo una sorta di rocciosa convinzione, acritica perché necessaria e naturale, come il respiro, il battito cardiaco, il fluire degli umori (Corsa, 2013a). Ritenevo servisse per vivere e per aiutare a vivere, specialmente quando c’era sofferenza.
A tal proposito mi piacciono le osservazioni di Codignola, quando afferma che la speranza sia il motore della vita psichica: ciò che permette di contrastare la coazione a ripetere e di favorire la tensione fiduciosa al futuro. Sempre per Codignola, il sentimento della speranza origina dalla relazione primaria con l’oggetto materno che si prende cura del bimbo, traducendo in parole i vissuti caotici infantili. La winnicottiana diade madre/bambino costituisce l’habitat entro cui il bambino inizia a differenziarsi, ad avvertire di potersi affidare e fidare (Codignola, 2013).
Da parte mia, ho iniziato a pensare al “dark side of the hope”, alla «speranza spiumata», quando la vita «stona», in seguito alla morte per suicidio dell’anziano regista Mario Monicelli, affetto da un carcinoma prostatico. Il maestro aveva lasciato un rivoluzionario testamento: «La speranza è una truffa, è una trappola, è una parola che non va mai pronunciata». Nessuna Speranza – che origina dalla Paura – bensì Desiderio + Tempo: ecco la formula di Monicelli per vivere e per attendere e prepararsi alla fine. Il richiamo al Bion di “Cogitations” (1992) si fa imperativo: «Le ‘paure’ sono opache come le ‘speranze’. […] Speranze ? Paura» (Bion, 1992).
A mio parere, queste affermazioni colgono il lato oscuro e, nel contempo, la potenza illusoria della speranza. Un’illusione senza la quale, tuttavia, non è assolutamente possibile vivere – parafrasando le famosissime asserzioni di Giacomo Leopardi nello “Zibaldone” (1845).
La speranza, nel suo raffinato inganno, permette all’uomo di “non vedere il cadavere”; il proprio cadavere. L’incessante rimando al futuro, essenza della speranza, acceca il presente, procrastinando il tempo – ma anche l’atto – della rivelazione ultima.
In un’ottica più propriamente psicoanalitica potremmo rilevare che la speranza è l’estrema, terminale difesa dall’angoscia di morte. «La speranza è un danno forse definitivo» – sentenzia Amelia Rosselli (da “Documento”, 1966-1973, p. 479). L’ultimo male nietzschiano. Ingannevole e menzognera. Ma salvifica per la mente, in quanto consente all’individuo di partecipare alla vita. Una magnifica istituzione della mente, una sorta di massiccio diniego, che ci permette di vivere, dimenticando che da un momento all’altro la fine dell’esistenza si rivela nel presente. La funzione vivificante della speranza è proprio quella che ci indica Freud, quando rimarca, con parole amare, la fatica del vivere, tanto avvertita dalla nostra poetessa: «come per l’umanità nel suo insieme, anche per l’individuo singolo la vita è dura da sopportare» (Freud, 1927, p. 446).
Da psicoanalista mi sto chiedendo se esista una speranza che curi davvero l’angoscia di morte e che ci preservi da una vita fondata sulla bugia e sulla menzogna, nella locuzione bioniana. Se è dell’uomo una speranza che indichi un sentiero non battuto da quell’ipocrisia convenzionale di cui parlava già Freud in “Considerazioni attuali sulla vita e sulla morte” (1915). La menzogna e l’ipocrisia sono strategie adottate dalla mente umana per fronteggiare l’insensatezza della «spinta ad esistere», che costringe alla vita in maniera «spietata» (Bion, 1987). Strategie funzionali alla sopravvivenza psichica ma che, nel contempo, favoriscono l’incremento di quella «tendenza ad inibire» (Bion, 1970), che ostacola in maniera irrimediabile lo sviluppo del pensiero vivente.
E’ possibile per la mente umana una speranza che guarisca dalla menzogna, dalla bugia e dall’ipocrisia convenzionale?
Credo che uno dei crucci della psicoanalisi moderna stia proprio nella difficoltà di trovare risposte a queste domande eterne.
Il “misterioso salto nella realtà” di cui parla Freud obbliga l’individuo ad un confronto ineludibile con la vulnerabilità, la caducità umane. La mente, abbandonata e tradita dalla finitezza dell’esistenza, prova a spostare incessantemente il limite, confidando nella “speranza”. La speranza, alimentata dal diniego e dall’arroccamento narcisistico, rappresenta, dunque, la diga più solida della mente umana per arginare il flusso devastante dell’angoscia di morte.
La speranza, termine di genere femminile che significa anche “attesa” (exspectatio, onis), trova privilegiata accoglienza nello psichesoma femminile, teso a fronteggiare un’aporia doppiamente drammatica, quella della fine, per il corpo della donna, nato per generare, per contenere la vita, per replicarsi all’infinito. Per la semina e la raccolta. Per la fertilità.
Stona la vita – quanta verità in queste essenziali parole della Rosselli – stona la vita quando la speranza si spiuma. E il pensiero si fa opaco. Uovo morto.
Ma non voglio chiudere così. Preferisco lasciarmi assistere da quella speranza che illumina le ombre del vivere:

La “Speranza “ è quella cosa piumata –
che si viene a posare sull’anima –
Canta melodie senza parole –
E non smette – mai –

E la senti – dolcissima – nel vento –
(Emily Dickinson, 1861).

NOTE

(1) La “Speranza “ è quella cosa piumata –
che si viene a posare sull’anima –
Canta melodie senza parole –
E non smette – mai –
(Emily Dickinson, 1861; trad. Barbara Lanati, 1986, p. 33).
Sappiamo che Marisa Bulgheroni, curatrice di “Tutte le poesie” di Emily Dickinson (Mondadori, 1997), aveva destinato alcuni tesi dickinsoniani alla traduzione di Amelia Rosselli, che soltanto lei avrebbe potuto rendere in una letteralità fulminante (2012, p. 1517). La celeberrima lirica sulla speranza non rientrava nel gruppo.

(2) Stasis in darkness.
Then the substanceless blue
Pour of tor and distances.
(Sylvia Plath, 27 ottobre 1962).
La traduzione di Amelia Rosselli compare ne “Le muse inquietanti” (1985). Questa raccolta di poesie di Sylvia Plath è stata curata da Gabriella Morisco, che ha diviso il compito della traduzione con Rosselli.

(3) La madre di Amelia Rosselli, Marion Catherine Cave appartiene ad una famiglia quacchera inglese, originaria del Surrey, dove il padre faceva dapprima il portalettere, ma poi, conclusi gli studi universitari, si trasferì con la moglie a Londra, dove aprì una scuola privata. Marion è la quartogenita di cinque germani; intelligente, facile all’apprendimento delle lingue, ben presto s’innamora dell’Italia. Completa l’istruzione universitaria a Firenze, dove insegna al British Institute per mantenersi agli studi. Colà incontra Gaetano Salvemini, che le presenta Carlo Rosselli. Marion è di carattere aperto e indipendente; è di debole salute a causa di febbri reumatiche che le hanno danneggiato le valvole cardiache; soffre di depressione, specialmente nei periodi puerperali, che la sfiniranno nel fisico e nella psiche. L’amore tra Marion e Carlo sarà solidissimo e lei seguirà il marito, il suo “tragico eroe”, sin all’ultimo atto della sua vita. Come ben noto, nel dicembre del 1926 Carlo Rosselli, con Ferruccio Parri ed altri, organizza l’espatrio di Turati e Pertini in Francia. Tale impresa gli costerà la condanna al confino, prima ad Ustica e, successivamente, a Lipari. Marion si congiunge al consorte a Lipari, dove porta il piccolo John e dove verrà concepita la secondogenita. Nel luglio del 1929 Carlo Rosselli riesce a fuggire dal confino e a rifugiarsi in Francia. La moglie, incinta di Amelia, viene rinchiusa nel carcere di Aosta, insieme al figlioletto, John: grazie all’intercessione di Salvemini e, soprattutto, della stampa inglese (Manchester Guardian), viene posta agli arresti domiciliari in un albergo della zona e, qualche settimana dopo, raggiunge il consorte a Parigi, dove nascerà Amelia – soprannominata Malina.

(4) Nel 1950 Amelia firmerà la sua prima pubblicazione con il nome della madre e anche nella corrispondenza privata utilizzerà, in calce, il nome di Marion Rosselli.

(5) La nonna Amelia fu una figura fondamentale nella vita della poetessa. Amelia Pincherle, ultimogenita di cinque germani, nacque a Venezia in un’abbiente famiglia di origini ebraiche, imparentata con i Moravia. Frequentava le più benestanti famiglie ebree ed era attivamente coinvolta nella lotta contro la dominazione austriaca – come la maggior parte della borghesia ebraica dell’epoca, che professava ardori irredentistici.
Un improvviso tracollo finanziario disgregò la famiglia, i cui membri furono costretti a separarsi e a trasferirsi in altre città. Il padre morì precocemente e Amelia, con la madre e i fratelli, si spostò a Roma dove, a diciannove anni, incontrò Joe Rosselli Nathan, un musicologo ebreo che sposò dopo tre anni di fidanzamento. Amelia – la nonna – scrisse testi narrativi, soprattutto commedie, il cui bersaglio erano il perbenismo della società di fine secolo e i tabù borghesi. Il matrimonio con Joe fu breve ed infelice: l’uomo s’innamorò di una cantante lirica e dissipò il resto del patrimonio ai tavoli da gioco. Amelia Pincherle, gonfia di pena, chiese la separazione legale; così dovette crescere ed educare da sola i tre figli, Aldo, Carlo e Nello. Ma il dolore divenne devastante quando Aldo, il primogenito, morì al fronte a vent’anni, mentre combatteva da eroe nelle file dell’esercito guidate da Cadorna.
Con i primi fermenti antifascisti, i figli Carlo e Nello e i diversi nipoti ebrei vennero costretti all’esilio in Svizzera, Francia, Inghilterra e negli Stati Uniti: nonna Amelia rimase un punto fermo nelle loro vite. Anch’ella costretta a migrare, tornò in Italia appena nel 1946, dove si spense nel 1954, a ottantaquattro anni, dopo aver visto tutti i suoi figli assassinati in giovane età, perché sacrificati o alla patria o all’idea pura di ridonare libertà e giustizia all’amata Italia.

(6) Da una toccante lettera – datata 27 febbraio 1992 – di Attilio Bertolucci a Lella Ravasi.

(7) Dopo il decesso improvviso del caro amico Rocco – giovane poeta, di umili origini e animato da una travolgente passione politica e sindacale, stroncato da un infarto nel dicembre 1953, a soli trent’anni – Amelia inizia a scrivere nella lingua italiana e ad attenuare il richiamo ossessivo alla partitura musicale, che caratterizza fortemente la sua produzione artistica. Questa peculiare componente musicale ha il suo fondamento negli studi di Teoria della composizione (pianoforte, violino e organo), che Amelia aveva perfezionato a Firenze e a Londra. Per Giudici, la profonda conoscenza della musica «allarga notevolmente l’ambito d’attenzione a una prosodia che, sempre ben governata da un ritmo anche laddove il verso sembrerebbe sconfinare nella prosa, tende non di rado a proporsi idealmente come uno spartito dove la riga del verso sia metafora del pentagramma» (1997, p. X).

(8) In questa famosa e bellissima poesia dei primi anni Sessanta, Amelia denuncia con voce straziata la morte feroce del padre, e la condanna all’esistenza senza pace che le è toccata.
Ecco qualche passo:
«Contiamo infiniti morti! la danza è quasi finita! La morte,/lo scoppio, la rondinella che giace ferita al suolo, la malattia,/e il disagio, la povertà e il demonio sono le mie cassette/dinamitarde. Tarda arrivavo alla pietà – tarda giacevo fra/dei conti in tasca disturbati dalla pace che non si offriva./Vicino alla morte il suolo rendeva ai collezionisti il prezzo/della gloria. […]/Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione / fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti/e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro./Scappata dall’Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa / nell’Ovest, ove niente per ora cresce./[…]» (Variazioni, 1960-1961, p. 202).

(9) Alcune riflessioni qui sviluppate sul tema della speranza sono in parte tratte dal mio contributo “Narcisismo e speranza nel corpo malato” (2013b).

(10) Succede. Continuerà? –
Il mio cervello una pietra,
senza dita per afferrare, senza lingua,
(…)
Uovo morto, giaccio
intero
su un intero mondo che non posso toccare,
(Plath, da Paralitico,1963, p. 787; traduzione di Anna Ravano).
Questa poesia, scritta da Sylvia Plath alla fine di gennaio del 1963 – un mese prima di suicidarsi – venne pubblicata postuma in “Ariel”.
Tale lirica non fa parte del corpo poetico plathiano tradotto dalla Rosselli.

(11) In psicoanalisi non esiste una metapsicologia della speranza, a differenza, ad esempio, della corrente fenomenologica della psichiatria e della psicologia, che ha definito una vera e propria “categoria esistenziale della speranza”. Minkowski e Jaspers hanno scritto pagine immortali sul sentimento della speranza, strumento relazionale imprescindibile nel trattamento del paziente psichicamente sofferente.

BIBLIOGRAFIA

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