Andrea Zanzotto. Un ricordo di Alberto Schön

andrea_zanzotto.jpgCi siamo incontrati la prima volta per la presentazione del volume “Psicoanalisi e cultura italiana” di Michel David, che allora era lettore di francese a Padova. Da allora ho seguito i suoi interventi in Facoltà di Lettere, nel Circolo Filologico di Gianfranco Folena, dove erano invitati grandi personaggi come Starobinski e Franco Fortini ed erano sempre presenti, allora giovani, Alberto Limentani filologo romanzo ed Enzo Mengaldo esperto di letteratura italiana contemporanea. Zanzotto era la stella più splendente di intelligenza, capacità di combinare immagini ed eventi, sempre vivo di creatività poetica. Quel che pensava e ci diceva a commento di libri o di fatti politici e di scoperte scientifiche per lui erano pensieri usuali, per noi folgorazioni. Aveva il sorriso del saggio, l’amabilità di un buon nonno,  la cultura vastissima del lettore intelligente e la curiosità del genio. Era inoltre determinato e combattivo, quando occorreva. Zanzotto ha seguito il pensiero di Freud, Lacan e Jung senza mai travisarlo. La sua capacità di penetrazione dei processi psichici era stupefacente. Già cinquant’anni fa era soprannominato “Stae mal”, che era la sua usuale risposta alla domanda “Come stai?”. Ma era ben consapevole che il suo era un malessere psicoaffettivo e lo diceva, anche a me, sorridendo perché prevedeva che sarei stato tentato di giocare il ruolo dello psicoterapeuta, ma del terapeuta che non potrà avere successo.

Certo per lui era più importante l’emozione del paesaggio e delle sue modificazioni e ferite. Quando parlava dei papaveri o dei topinambur, delle Crode del Pedré, delle colline di Rolle, del Montello o dell’Isola dei Morti, si animava in una descrizione delle corrispondenze poetiche tra il mondo esterno e il mondo interno di cui ha saputo tracciare mappe precise come fa la Brain Imaging conl’uso della Risonanza Magnetica Funzionale. o Nucleare.

 

Ci siamo visti spesso a Padova, nel corso di decenni. La prima volta che andai a trovarlo, trentacinque anni fa al suo paese, Pieve di Soligo, sopra Conegliano, sapevo l’indirizzo, ma non trovavo la strada. Chiesi attraverso il finestrino dell’auto a una signora del luogo che non conosceva la via, ma quando dissi solo “Andrea” si illuminò e mi spiegò: “El sta in via Zanzoto”, con una sola ‘t’, e mi diede tutte le necessarie indicazioni.

 
 

Consiglio a chiunque la lettura di “Mistieroi” e del “Filò”, scritto su commissione di Fellini per il Casanova. Sono opere in dialetto, ma le note aiutano. Chi volesse approfondire la conoscenza dell’autore può leggere “Dietro il paesaggio”, “La Beltà”, “Idioma”, “Meteo” e “Conglomerati”. Il Meridiano di Mondadori raccoglie l’opera in versi e varie prose. Ci sono due volumi di scritti di critica letteraria “Fantasie di avvicinamento”, “Aure e disincanti”. Titoli che appunto incantano. Molto piacevole è il “Ritratto” girato da Carlo Mazzacurati e condotto da Marco Paolini.

 
 

Il suo cognome viene dal soprannome Giovanni (Zani) lo Zoppo (sòto), come Giovanni Cane è Zancan, Giovanni Bello Zambello, e così Zangrando, Zanforlin e via discorrendo. Chissà, forse ha messo la sua firma, come Bach nell’Arte della Fuga mette in note il suo cognome, alla fine dei Mistierói, quando scrive, nel prologo: “chi ère lo, po’, che passéa, che batéa su quel viero, e sparia no so se zhotegando o se ‘nte ‘n bal”. Traduco: “chi era mai che passava che batteva/ su quel vetro, e spariva/ non so se zoppicando oppur danzando”.

 

Negli ultimi anni, dopo una frattura del femore, gli toccò zoppicare davvero e subire cure di riabilitazione che gli suggerirono il titolo di un’ intervista: “Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura”. Potevamo dargli le funzioni di training. Io gli avrei voluto bene comunque.

 

 

 

Omaggio della Redazione ad Andrea Zanzotto

 

Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921-Conegliano, 18 ottobre 2011

 

 

 

Perché siamo

Perché siamo al di qua delle Alpi
su questa piccola balza
perché siamo cresciuti tra l’erba di novembre
ci scalda il sole sulla porta
mamma e figlio sulla porta
noi con gli occhi che il gelo ha consacrati
a vedere tanta luce ed erba

Nelle mattina, se è vero
Di tre montagne trasparenti
mi risveglia la neve;
nelle mattine c’è l’orto
che sta in una mano
e non produce che conchiglie,
c’è la cantina delle formiche
c’è il radicchio, diletta risorsa
profusa alle mie dita
a un vento che non osa disturbarci

Ha sapore di brina
la mela che mi diverte,
nel granaio s’adagia un raggio amico
ed il vecchio giornale di polvere pura;
e tutto il silenzio di musco
che noi perdiamo nelle valli
rende lento lo stesso cammino
lo stesso attutirsi del sole
che si coglie a guardarci
che ci coglie su tutte le porte

O mamma, piccolo è il tuo tempo,
tu mi vi porti perch’io mi consoli
e là v’è l’erba di novembre,
là v’è la franca salute dell’acqua,
sani come acqua vi siamo noi;
senza azzurra sostanza
vi degradano tutte le sieste
cui mi confondo e che sempre più vanno
comunicando con la notte

Né attingere al pozzo né alle alpi
né ricordare come tu non ricordi:
ma il sol che splende come cosa nostra,
ma sete e fame all’ora giusta
e tu mamma che tutto
sai di me, che tutto hai tra le mani

Con la scorta di te e dell’erba
e di quella lampada precaria
di cui distinguo la fine,
sogno talvolta del mondo e guardo
dall’alto l’inverno del nord.

(Tratta dalla raccolta “Dietro il paesaggio” 1940-1948)