C’era una volta la città dei matti

MARIO
ROSSI MONTI INTERVISTA VITTORIA PUCCINI

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Su RAI
1 è andato recentemente in onda un film di Marco Turco intitolato C’era una volta la città dei matti
Si tratta della  ricostruzione della esperienza di Franco Basaglia
e del gruppo di coloro che hanno promosso un grande cambiamento nella
psichiatria italiana. Il film offre l’occasione per ripensare ai profondi
cambiamenti istituzionali e culturali ai quali è andata incontro l’assistenza
psichiatrica a partire dalla fine degli anni ‘60 nel nostro paese e alle forti
resistenze che le istituzioni e la cultura psichiatrica dominante hanno opposto
a questo processo evolutivo. Molte scene del film – straordinariamente ben
realizzate – aiutano a ritrovare le radici del nuovo modo di concepire la
malattia mentale e l’assistenza psichiatrica che si sono sviluppati negli
ultimi decenni in Italia. A questo processo molti psichiatri, psicologi clinici
e psicoanalisti hanno direttamente partecipato, pur con differenti livelli di
coinvolgimento e di responsabilità. Il film mostra con grande chiarezza come il
manicomio da strumento di cura si fosse trasformato in strumento di contenzione
fisica della follia o anche in un vero e proprio Lager.
Il primo obiettivo che
si poneva era dunque recuperare il contatto la persona sofferente, al di là dei
comportamenti aggressivi, oppositivi o – come si diceva allora – di "pubblico
scandalo". Il recente volume di Valeria Babini Liberi tutti (2009), nel ricostruire la complicata storia della psichiatra
in Italia nel 900, attribuisce grande importanza al paragone che si era
sviluppato alla metà degli anni ’60 tra manicomi e lager nazisti. Fu il
Ministro della Sanità Luigi Mariotti a proporre in in discorso pubblico del
1965 questa analogia: "abbiamo oggi degli ospedali psichiatrici che somigliano
a veri e propri lager germanici". Un discorso che suscitò forte impressione ma
anche vivaci polemiche. Ma che costituì il momento di apertura di un processo
più anpio nel quale si inscrive lo smantellamento del lager del manicomio di
Gorizia realizzato da Franco Basaglia nella seconda metà degli anni ’60.

Il
processo di de-istituzionalizzazione avviato da Basaglia si è tradotto in
pratiche anche molto diverse: dalle "dimissioni selvagge" dagli ospedali psichiatrici
al tentativo di sviluppare forme nuove di curare le più gravi malattie mentali.
Ma si è comunque accompagnato ad una analisi approfondita delle dinamiche
istituzionali, dei processi e dei danni che l’istituzione manicomiale aveva
promosso. Su questi temi due psichiatri psicoanalisti, Dario De Martis e Fausto
Petrella, hanno scritto pagine appassionate e indimenticabili analizzando in
particolare le difficoltà e le angosce che si animano in un progetto di de-istituzionalizzazione.
Il primo  passo consiste nel trovare il
modo di fare ricomparire i pazienti in uno spazio relazionale dove essi
potessero riacquistare identità e dignità di persone attraverso tre processi:
un processo di ristoricizzazione, un processo di ridenominazione ed un processo di affiliazione. Il primo, nel
quale il soggetto tenta un recupero della sua storia e dei suoi legami con il
gruppo sociale  di appartenenza; il
secondo consistente nella reiscrizione del soggetto in una linea genealogica
che la malattia e l’internamento avevano spezzato; il terzo inteso come
"assunzione da parte del gruppo curante dei vissuti emozionali inerenti al
ricoverato  e al suo gruppo familiare".
Tre passi molto ben rappresentati nel film, ad esempio quando nelle esperienze
a tipo comunità terapeutica, all’interno del manicomio di Gorizia i pazienti
riescono a riprendere la parola e a dare voce ai loro bisogni. Il primo passo
di un percorso che, pur tra mille difficoltà, ci ha consentito di lasciarci
alle spalle una concezione della follia e un modello di intervento che aveva
finito per amplificare la malattia piuttosto che curarla.

 

A
conclusione di queste brevi note introduttive riporto una intervista a Vittoria
Puccini che ringrazio vivamente per aver accettato di parlare in termini
appassionati e diretti della sua esperienza. La giovane attrice impersona nel
film la parte di Margherita: una adolescente che, in assenza di una famiglia in
grado di accompagnarla nella crescita, si trova a peregrinare per vari istituti
fino ad essere considerata dalle suore dell’istituto religioso che frequenta
come deviante  e di pubblico scandalo.
Una condizione questa – è bene ricordarlo – che era per legge sufficiente ad
autorizzare il ricovero in manicomio. Entrata in manicomio, Margherita viene
"macinata" dalla istituzione. In questa condizione assiste all’arrivo di
Basaglia. L’incontro con Basaglia segna, nel filmato, l’inizio di un
cambiamento di rotta: nel corso della prima visita ai reparti nella veste di
nuovo direttore Basaglia si avvicina a una gabbia nella quale Margherita vive
reclusa: violenta, pericolosa, aggressiva. Basaglia la guarda intensamente. I
loro sguardi si incontrano e si anima qualcosa di vivo. Margherita gli sputa in
faccia ma da lì comincia una nuova storia, irta di difficoltà.
Il tipo di sguardo
con cui Basaglia si volge a Margherita è stato determinante. A seconda dello
sguardo con il quale si intenziona la follia si vedono cose diverse. E quando
si vedono cose diverse si fanno anche cose diverse. Vittoria Puccini inizia
l’intervista raccontando come la sua idea della follia – prima del film – fosse
legata all’idea della pericolosità e imprevedibilità del folle. Un’idea
ampiamente diffusa che risente poco di argomentazioni o documentazioni in grado
di ridimensionare questo fenomeno. Da oltre dieci anni tengo un corso di
psichiatria a giovani studenti di un corso di laurea in psicologia. Quando
chiedo loro di dirmi quali sono i motivi per i quali si realizza un ricovero
psichiatrico, la prima cosa che viene loro in mente è una frase "storica" della
cui natura essi non sono consapevoli: "quando la persona è pericolosa per sé e
per gli altri".
Questi ragazzi di ventidue anni, nati nel 1988 (venti anni dopo
la legge 180), sentono come familiare una espressione che regolamentato i
ricoveri psichiatrici dal 1904 al 1978. Questi termini ("pericoloso per sé e
per gli altri") oggi non hanno niente a che vedere con i motivi per quali si
realizza un ricovero in psichiatria. E pur tuttavia restano iscritti nell’
immaginario collettivo e quindi estremamente attuali. Un film come C’era una volta la città dei matti aiuta
a riportare al centro della attenzione le persone (magari anche nelle loro
manifestazioni violente) e contribuiscono fortemente a reintrodurre in una
disciplina che sembra avere perso una parte della sua vitalità, una importante
quota di interesse e di passione. Di questo ringrazio il regista, gli attori e
le comparse. Ringrazio anche la dr.ssa Elisabetta Bernetti che mi ha messo in
contatto con Vittoria Puccini alla quale lascio la parola.

 

Per cominciare vorrei chiederle che
idea aveva della malattia mentale prima di questa esperienza. E in secondo
luogo, come questa esperienza ha cambiato la sua immagine della sofferenza
mentale. Il modo in cui Basaglia – nel film – guarda i suoi malati (penso a
Margherita chiusa nella gabbia o a Boris legato a un letto da anni) fa capire
come la follia sia una cosa diversa anche a seconda di come la si guarda. Lei
che idea se ne è fatta?

 

Prima
di fare questo film non conoscevo il mondo della malattia mentale. Sinceramente
conoscevo poco anche Basaglia. Provavo paura. La paura è il sentimento che
prevale nella gente quando si parla di malattia mentale. Quello che avevo
sempre sentito, nell’incontrare persone con evidenti problemi mentali per la  strada era la paura dell’ imprevedibile. Non
sai mai cosa aspettarti. Hai la sensazione che da un momento all’altro possa
succedere qualcosa di irreparabile. Il 
fatto è che uno ha la sensazione di non avere più il controllo della situazione
e di quello che queste persone possono fare. Questo e’ quello che spaventa di
più. Durante e dopo questo film ho avuto modo di conoscere moltissimi
ex-degenti dei manicomi. Quasi tutte le comparse nel film sono ex-ricoverati.
Sono stata a stretto contatto con loro, per giorni e giorni. Li ho conosciuti,
ci ho parlato, mi hanno raccontato le loro esperienze.  Alcuni avevano una lucidità maggiore, altri
facevano più fatica a raccontare quello che avevano vissuto. Ma comunque in
tutti la prima cosa che saltava all’occhio era la grande sofferenza di cui
erano portatori. E così ho superato quella difficoltà che avevo all’inizio. Una
difficoltà legata anche all’ignoranza; non non avevo mai avuto occasione di
avvicinare la malattia mentale. Così ho capito l’importanza di ciò per cui
Basaglia ha lottato. Innanzitutto per restituire a queste persone la loro
realtà di esseri umani.

 

Questo passaggio è sottolineato con
grande chiarezza nel film. Basaglia all’inizio del suo mandato da Direttore a
Gorizia si chiede esplicitamente: "come faccio a capire che malattia ha una
persona che viene tenuta legata al letto da 15 anni!". Per capire meglio è
stato necessario in primo luogo smontare il Lager.

 

La
famosa frase "mettere la malattia mentale tra parentesi" si è prestata a
equivoci. Chi criticava Basaglia ha voluto interpretarla come se con quella
frase Basaglia volesse dimenticare il fatto che la maggior parte di quelle
persone erano malate. In realtà il senso che io ho colto in quella frase ha a
che vedere col fatto che per curare qualcuno bisogna che prima di tutto quel
qualcuno sia e si senta persona. La cura insomma non può che partire dalla
coscienza di se stessi.

 

Infatti. A  partire dai "comodini", si potrebbe dire,
facendo riferimento a un altro momento estremamente significativo del film.
Quando Basaglia reintroduce nel reparto i comodini e con essi tutte le cose
personali dei pazienti dalle quali avevano dovuto separarsi al  momento della ammissione in manicomio. Gli
ridà insomma le loro cose, tutte quelle cose personali che fanno di ciascuno di
noi una persona, con la sua storia, la sua personalità, etc.

 

Sì, a
partire dai comodini, dal loro passato. Dal fatto che anche loro avevano una
vita e il diritto di viverla. Il problema dei manicomi era che ci finivano
anche persone che non avevano disturbi psichici ma magari per dei comportamenti
devianti, scomodi o moralmente condannabili, soprattutto quando mancava una
famiglia alle spalle. O quando le famiglie non sapevano più cosa fare, come nel
caso del mio personaggio, Margherita.

 

Margherita arriva in manicomio per un
motivo che non ha niente a che fare con la malattia mentale, ma casomai con
comportamenti che riescono di "pubblico scandalo" (per usare i termini della
vecchia legge sui manicomi del 1904). Margherita, si potrebbe dire, si ammala di
manicomio. Come ha sentito questa storia? La ha sentita come una storia che le
era vicina?

 

E’
terribile pensare che cose simili 
potessero accadere. Ma tuttavia accadevano. E il problema era che una
volta entrati in manicomio venivi privato della possibilità di decidere della
tua vita. Ho letto un libro intitolato Il
Manoscritto di Augusta F.
di Giovanna Del Giudice (1996). Questa donna
racconta la sua disperazione di paziente e la continua ricerca di qualcuno che
mettesse una firma per farla uscire dal manicomio. Ma chi metteva la firma si
assumeva la responsabilità del paziente e delle sue azioni. Quindi non era
facile trovare qualcuno che mettesse questa famosa firma. Insomma era un
meccanismo che rendeva quasi impossibile una evoluzione. L’esperienza di avere
girato in quei posti e avere respirato quell’aria è stata molto utile al film.
Ma anche faticosa. Ho toccato con mano il bisogno di queste persone di
relazionarsi con l’esterno. Certo, non si può generalizzare, ma l’impressione
che ho avuto è che hanno un grande bisogno di confrontarsi con gli altri. Forse
perché si sono sentiti rifiutati o quantomeno più difficilmente accettati. Un
grandissimo bisogno di comunicare, tirare fuori la propria esperienza,
raccontarla. Anche perché sono persone che sono state abituate a vivere il loro
dolore nell’isolamento più forzato.
L’altra cosa incredibile è la venerazione
che tutti loro hanno per Basaglia. Noi abbiamo girato sia nel manicomio di
Imola che in quello di Trieste. In realtà quello che nel film viene presentato
come il manicomio di Gorizia è Imola (Gorizia non ci aveva dato la agibilità).
In tutti e due questi ospedali (naturalmente più a Trieste, dove Basaglia ha
lavorato davvero) tutti sapevano chi era Basaglia. Se chiedevo a qualcuno di
loro "ma come ti trattavano ?", tutti, ma proprio tutti, prima di rispondere mi
chiedevano: "ma quando? prima o dopo Basaglia?". Faceva una certa impressione:
come dire, prima o dopo Cristo? Gli si illuminavano gli occhi. Veramente
Basaglia deve averli liberati da una grande sofferenza. A una donna, ad
esempio, vedendo i bellissimi parchi in cui sono collocati i manicomi, avevo
chiesto se ogni tanto la facevano uscire dal reparto. E lei mi ha detto sì, che
la portavano nel parco. Ma la legavano a un albero.

 

Ha detto che tutte le comparse erano
ex-degenti. Quindi loro recitavano loro stessi. Ma lei, come ha fatto a calarsi
in un personaggio così distante dalla sua esperienza? Cosa la ha aiutata nel
fare questo passaggio.

 

Naturalmente
molte letture. Intanto ho letto L’istituzione
negata
. Poi il il libro di Peppe dell’Acqua Non ho l’arma che uccide il leone (2007), il Manoscritto di Augusta F.  Ho
visto molti DVD che mi ha procurato il regista, Marco Turco. Il mio personaggio
è romanzato ma ispirato a una storia vera. La storia di una donna che il
regista ha incontrato e intervistato. Ho visto l’intervista a questa donna e
altri documentari, come ad esempio quello di Bellocchio Matti da slegare, dove – ad esempio – veniva intervistato un
ragazzino con una storia molto simile a quella di Margherita. Una storia non di
malattia ma di difficoltà a stare nelle regole. Inoltre girare nei manicomi
veri, accanto a persone che avevano davvero vissuto lì una parte della loro
vita,  è qualcosa che aiuta enormemente
un attore a entrare in quella verità. Permettendo di entrarci in modo naturale
e non artificioso, come sarebbe stato invece in una ricostruzione fatta in
studio con comparse che lo fanno di mestiere. Io ho cercato di trovare
l’umanità di questo personaggio, di pensare che cosa può provare una persona
spogliata di tutto e che per forza di cose arriva a non fidarsi più di nessuno.
All’inizio anche Basaglia, quando arriva come nuovo direttore nel manicomio di
Gorizia, per Margherita è uno come tutti gli altri. Come tutti quelli che non
hanno avuto rispetto di lei, che la hanno umiliata. Per questo Margherita ha
solo odio verso il mondo, vive in una chiusura e in un abbrutimento dovuto alle
condizione  di vita in cui e’ stata
relegata per anni. Quindi fa fatica a riconoscere la libertà. Un passaggio,
questo, niente affatto scontato. Anche una volta che siano state abbattute le
barriere, per essere liberi bisogna avere gli strumenti per costruirsi una
vita. Altrimenti viene voglia di tornare a farsi legare. Proprio come fa Boris,
un malato che è stato legato al letto per 15 anni e che quando viene slegato si
spaventa tanto della realtà da volere tornare nel suo letto legato.

 

L’atmosfera del manicomio era
impregnata di violenza: la violenza in senso lato della follia e ma anche la violenza
dell’istituzione. Ne ha avvertito il peso anche nel girare il film?

 

Girare
certe scene e’ stato difficilissimo. Non tanto nel mentre giri la scena. In
quel momento sei dentro il personaggio e non ti accorgi degli effetti che
quella esperienza ha sulla tua persona. E’ come se il personaggio ti
schermasse, ti proteggesse. Ma quando ho finito di girare alcune scene mi sono
trovata in difficoltà a elaborare una serie di cose. Ad esempio la scena della
"scuffia" è stata terribilmente faticosa (le infermiere coprono la testa a
Margherita con un lenzuolo che le si serra intorno al collo e che viene bagnato
d’acqua per impedirle di respirare). Non me lo sarei mai immaginato. Ho avuto
proprio una esperienza di totale perdita di controllo, come se il mio cervello
da un secondo all’altro si fosse perduto. Un’esperienza che non assomiglia
affatto a quello che si prova quando si trattiene il respiro o si va sott’acqua
in apnea. Ho provato una sensazione che mi ricorderò per tutta la vita. Il
cervello mi si è come annebbiato: non sapevo dove ero né chi ero. Prima della
scena mi ero accordata con le infermiere: se mi fossi trovata in difficoltà
avrei dovuto alzare un dito della mano destra. Ma quando ero lì non sapevo
nemmeno più che cosa fosse la mia mano destra. Ho provato una tale sensazione
di soffocamento e di morte che tutto il resto non esisteva più. Anche la scena
dell’ ETC mi ha impressionato. Dell’ impatto di tutto questo ti accorgi dopo,
quando il lavoro è finito. Allora tutto torna fuori e devi elaborarlo. Questi
non sono ruoli dai quali entri e esci con facilità. Ma questa è anche la
bellezza di ruoli come questi. In effetti è un ruolo che ho amato moltissimo.
Ho voluto molto bene a Margherita. Intanto la sua storia era scritta benissimo.
Aveva una sua linearità, un suo sviluppo. L’ho amata così tanto che ho fatto
fatica a staccarmene: quando il lavoro è finito ho fatto un pianto come non
avevo mai fatto in vita mia. Tanto è stato difficile staccarmene.

Un’ultima
cosa. A Bari, al Teatro Petruzzelli, prima della messa in onda del film, hanno
fatto una proiezione alla quale sono state invitate tutte le comparse. Io
purtroppo non c’ero, ma mi hanno raccontato che è stata un’emozione incredibile
anche per loro. Una cosa davvero speciale: è difficile avere una partecipazione
così attenta da parte delle comparse. Non succede mai. Ma loro avevano una  grande voglia di fare questa ricostruzione:
arrivavano sul set la mattina presto. Era una cosa nuova per loro. Spesso
dovevano ripetere molte volte la stessa scena. Non sono dei mestieranti e
avrebbero potuto anche stancarsi. E invece hanno dato al film un valore di
verità meraviglioso con la loro voglia di lavorare. Forse perché era la prima
volta che veniva data loro la possibilità di rappresentare qualcosa che li aveva
riguardati, toccati nella loro esperienza personale. E’ stata bellissima la
loro partecipazione al set e molto bello condividere tutto questo con loro.
Dopo la scena in cui io accuso la caposala di avermi fatto di nuovo l’ETC, la
prima volta che la abbiamo girata, si sono messi tutti a piangere e hanno
applaudito. Una donna è venuta da me a dirmi che glielo avevano fatto davvero e
che si era ritrovata in quella scena.