“Freud o l’interpretazione dei sogni” intervista al regista Federico Tiezzi a cura di Maria Grazia Vassallo

INTERVISTA A FEDERICO TIEZZI,

regista dello spettacolo teatrale: “Freud o l’interpretazione dei sogni”.

 

A cura di Maria Grazia Vassallo Torrigiani

 

Federico-Tiezzi-ph.-Luca-Manfrini

“Siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni”, afferma  Prospero nella Tempesta di Shakespeare.

Freud, il padre della psicoanalisi, cercò di indagare ‘la materia dei sogni’- mi riferisco ai materiali e alle regole che vanno a costituire i sogni- per comprendere in che modo l’inconscio crei quel mondo notturno, illusorio e fantastico, dove possiamo però trovare la verità emotiva e il vero significato della nostra individuale esperienza umana. Ogni notte l’inconscio, come fosse un drammaturgo o un regista, mette in scena una rappresentazione nel teatro della mente, utilizzando i nostri ricordi, conflitti, angosce e desideri come personaggi e oggetti di scena.

All’inizio del secolo scorso Freud riteneva che il sogno fosse la “via regia” per accedere all’inconscio, e anche se la psicoanalisi  guarda oggi all’onirico da prospettive un po’ differenti, i sogni giocano ancora un ruolo centrale nella teoria e nella pratica psicoanalitica.

Fabrizio Gifuni con Federico Tiezzi

Una nuova produzione del Piccolo Teatro Strehler di Milano riguarda proprio  questa “materia”: “Freud o l’interpretazione dei sogni”  è infatti  il titolo dello spettacolo che andrà in scena dal 23 Gennaio all’11 Marzo 2018. Vi hanno lavorato Federico Tiezzi, uno dei più noti registi teatrali italiani, Stefano Massini, brillante scrittore che ha curato l’adattamento drammaturgico del testo di Freud, e uno straordinario Fabrizio Gifuni nei panni di Sigmund Freud.

“Durante lo spettacolo”- riporto le parole di Massini dalla locandina del Piccolo- “Freud analizza i sogni, racconta le visite con i suoi pazienti, racconta i propri stessi  sogni. Il modo in cui questi personaggi si presenteranno a Freud  è come un mosaico di casi e di personaggi diversi, ciascuno dei quali porta un enigma”.

 

Ho rivolto alcune domande a Federico Tiezzi,  cercando di indagare “la materia” con cui ha costruito questo spettacolo di grande fascino e interesse, il suo ‘sogno’ su Freud.

  1. Si accomodi sul lettino, Maestro Tiezzi, e vediamo di ricostruire come è arrivato qui, a questo lavoro su Freud. Dalla sua biografia risulta che quasi all’inizio della sua carriera, nel 1976, mise in scena uno spettacolo dal titolo “Lo spirito del giardino delle erbacce”, per il quale si ispirò ad un caso clinico di Ronald  Laing.  Si può dunque supporre che l’interesse per la psicoanalisi abbia radici molto antiche nella sua vita artistica, e che le abbia offerto  suggestioni ed intuizioni da utilizzare come stimolo creativo nel trattamento dei personaggi e delle vicende messe in scena nei suoi lavori.

 

Si, in effetti, mi hai ricordato uno spettacolo molto antico, con quel titolo, ispirato a Laing.

L’interesse per la psicanalisi è costante nella mia vita. I primi sostenitori del mio lavoro negli anni ‘70 sono stati gli artisti e i critici delle arti visive, e gli psicanalisti.  L’incontro tra intellettuali delle diverse discipline era molto facile negli anni settanta e ottanta. I linguaggi si mescolavano, si reclamava da parte di noi artisti l’abbattimento di quei confini che rinchiudevano ognuno nella sua specificità. Laing era per noi giovani uno di quei numi tutelari dei quali si conosceva e discuteva semmai solo un libro- L’io diviso– ma che per ragioni generazionali diventava il vessillo di una bandiera della liberazione, oltre che della libertà. Dal suo racconto di un caso clinico presi spunto per Lo spirito del giardino delle erbacce, uno spettacolo muto e visivo, ispirato anche da un famoso quadro di Jeronimus Bosch che sta al Prado intitolato Il Giardino delle delizie. Intanto si leggeva Foucault, e la sua storia della follia prima e la storia  della sessualità poi. LAntiedipo di Guattari, Rizoma di Deleuze… Dopotutto uno dei miti fondanti della psicanalisi freudiana è in una, anzi nella tragedia perfetta(come la definiva Aristotele) : Edipo Re di Sofocle. Freud appare presto nella mia vita: seconda liceo classico, leggo prima la Psicopatologia della vita quotidiana e dopo….L’interpretazione dei sogni, libro per me fenomenale, che mi apre ai segreti dell’inconscio. Da allora le parole Latente e Manifesto fanno parte della mia analisi di un testo: c’è il testo manifesto e c’è n’è uno latente, un testo rimosso, che devo portare alla luce, far emergere alla coscienza della parola scritta.

Questo testo segreto, criptico e sotterraneo, spesso rimosso dalla coscienza storica del testo, è il mio lavoro. Non si tratta di “psicanalizzare” l’Amleto di Shakespeare, ma di farne emergere i conflitti, l’ansiosa ricerca di identità, la struttura linguistica importante, a mio avviso, quanto i contenuti con i quali fa corpo. Su “Amleto” ho lavorato per ben quattro anni: producendone quattro spettacoli che girarono l’Europa. Ora aspetto di farlo su Edipo Re, che è una tragedia che parla dell’origine del linguaggio, cioè del mondo.

 

  1. E ora veniamo a “Freud o l’interpretazione dei sogni”.  Perché ha  accettato questo progetto, e cosa significa per lei mettere in scena oggi questo lavoro di Freud?

 

La passione che metto nella realizzazione di questo progetto deriva dal trovarmi faccia a faccia con Freud. Per anni ho pensato di portare in scena questa opera. E per un motivo o per un altro avevo sempre rimandato: adesso il Piccolo Teatro di Milano mi ha proposto di realizzare uno spettacolo partendo dai materiali di Stefano Massini ispirati all’ Interpretazione dei sogni. I suoi materiali reinventano e risolvono in drammaturgia alcuni spunti dell’Interpretazione, e raccontano per il loro autore la scoperta del metodo psicanalitico. E’ insomma un falso: ma cos’è il teatro, del resto? E’ un lungo monologo di Freud che ricorda il suo progredire vittorioso dentro la scoperta che i sogni hanno delle leggi e un linguaggio. Ho rimontato questi materiali seguendo l’idea che sta alla base del racconto “di formazione”: vediamo Freud acquistare la sua identità, di scienziato e di uomo. Rileggendo dopo molti anni L’Interpretazione dei sogni, ho pensato che fosse una straordinaria autobiografia dell’autore. In questa autobiografia un ruolo determinante lo ha il padre di Sigmund, Jacob. Rimontando i materiali ho accorpato e spostato alcune scene di modo da dare a questa “liberazione” dal padre Jacob una centralità assoluta. Freud è interpretato da Fabrizio Gifuni: il lavoro che ha compiuto su questa figura è impressionante! A volte si ha la sensazione di vedere Freud ritornato dalle ombre della nostra memoria collettiva!

 

  1. Un regista teatrale non si limita semplicemente a fare ciò che dice la sceneggiatura, ma presumibilmente aggiunge al testo nuove dimensioni e prospettive. Quali sono state le sue personali chiavi di lettura del testo di Massini? E come ha immaginato e costruito il personaggio di Freud?

 

Il lavoro che ho fatto su alcuni testi di Pirandello – sui quali ho applicato il sistema di :testo manifesto e di testo latente – l’ho riportato anche su questi materiali. Grande e faticoso è stato il lavoro di riduzione drammaturgica, compiuto con Fabrizio Sinisi, per dare a questi dialoghi, resoconti di setting avvenuti, una struttura che andasse verso un altro segno: quello del racconto di formazione, della scoperta identitaria, della liberazione dal padre. Ho rigirato e svuotato i materiali di Massini della loro positività, per fare di Freud un uomo in crisi e che colleziona fallimenti accanto alle vittorie: per farne un essere umano, insomma. Siamo nella mente di Freud, dove i ricordi sono costituiti da pazienti che sognano se stessi e gli altri pazienti e forse tutti insieme sognano Sigmund Freud….

Vorrei che infine non si sapesse più chi sogna chi….

 

  1. Nel contesto dell’avanguardia teatrale degli anni ’70, mentre ancora studiava Arte all’Università di Firenze, lei fondò la sua prima compagnia teatrale insieme agli attori Sandro Lombardi e Marion D’Amburgo. Rifiutando le tradizionali convenzioni teatrali, fin da allora lei ha cominciato a sviluppare un innovativo linguaggio teatrale che va ad intrecciare il linguaggio delle arti visive, oltre che quello poetico e musicale. Quali suggestioni visive- o musicali o altro- l’hanno ispirata nel creare lo ‘spazio emotivo’ in questo spettacolo su Freud?

 

Sono uno storico dell’arte specialista di tardogotico, ma in questo caso oltre le arti visive contemporanee che sono il mio costante punto di riferimento, mi sono rivolto al cinema e alla musica. Il cinema, dal famoso film di Huston agli allucinati paesaggi di David Lynch, mi ha offerto il modo di interpretare dei materiali che sono più vicini alla sceneggiatura cinematografica (penso al grande Irving Stone) che alla testualità teatrale.

Le arti visive appaiono in un magnifico sipario d’apertura di Giulio Paolini, al quale ho chiesto una immagine che riguardasse il cammino dell’umanità verso la perfezione.

Vediamo un uomo da un lato con la testa fra le mani, ha la barba, potrebbe essere Freud, su di lui si intersecano molte prospettive seicentesche….

 

  1. Mi permetta di rivolgerle un’ultima e fondamentale domanda: qualche sogno significativo durante questi mesi di intenso lavoro su Freud e sull’interpretazione dei sogni?

 

Moltissimo! Alcuni sogni li ricordo, altri li ho dimenticati.