Giornata mondiale a sostegno delle vittime di tortura. Un commento di S. Amati Sas

F. GOYA - I disastri della Guerra

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 26 giugno Giornata Internazionale a sostegno delle vittime della tortura.

 

Il contributo di Silvia Amati Sas

 

Sollecitata a scrivere in occasione della Giornata Internazionale a sostegno delle vittime di torture farò alcune riflessioni in relazione alla mia esperienza con pazienti che hanno sofferto per torture, o sono stati confinati in campi di concentramento, o familiari di persone scomparse.

 

Una prima considerazione si riferisce allo sguardo che le istituzioni psicoanalitiche hanno storicamente avuto riguardo a questo tema.

 

Per molto tempo il sociale non fu considerato un oggetto di studio della psicoanalisi. Negli ultimi decenni è stato possibile constatare una lenta ma evidente apertura. La recente pandemia da Covid 19 ha richiesto un passo in più arrivando a mettere in questione l’idea delle asimmetrie, nel momento in cui come psicoanalisti abbiamo condiviso un mondo violento con i nostri pazienti. La nostra partecipazione inconscia ha richiesto molta attenzione e una necessaria responsabilità, sempre accompagnata da una riflessione etica, tecnica e teorica.

Quando parliamo di un’organizzazione istituzionale violenta e traumatica non sono sufficienti i soli elementi pulsionali (sadomasochismo, ad esempio) pertinenti per la comprensione della psicopatologia individuale. Essa richiede lo studio dei contesti sociali e della dinamica dei poteri (di quello politico, in particolare) che ha l’intenzione di manipolare una collettività con l’obiettivo di dominarla.

 

Non si deve dimenticare che la tortura era (e continua a essere) insegnata.  Da prima degli anni ‘60 esiste la Scuola delle Americhe, inizialmente con sede a Panama, dove oltre all’insegnamento delle tecniche di repressione e tattiche per gli interrogatori, sono state utilizzate le scienze umane per fare della tortura un’arma solida contro la libertà di pensiero delle persone. Probabilmente oggi esistono molte altre scuole di questo tipo nel mondo perfezionate con le moderne conquiste tecnologiche, con lo stesso scopo di esercitare un potere sul singolo e sulla collettività.

 

Occupandomi della psicoterapia di pazienti reduci da tortura e da esperienza del terrore nei campi di concentramento ho trovato nel libro Simbiosi e Ambiguità di J. Bleger (1967) un modello teorico psicoanalitico funzionale alla lettura delle dinamiche intra e intersoggettive e transoggettive. Ho potuto perciò osservare clinicamente e dare forma concettuale a due meccanismi di sopravvivenza psichica: l’adattamento a qualsiasi cosa e a una resistenza umana basica che ho chiamato l’oggetto da salvare (Amati Sas, 2020). Quest’ultimo non è altro che l’oggetto interno, un oggetto privilegiato per la cui incolumità e vulnerabilità il soggetto si preoccupa (concern).

Sono due fronti di sopravvivenza separate e scisse tra di loro. Da un lato si è installato nel paziente vittimizzato un legame adattativo con il contesto violento e alienante (vincolo simbiotico e posizione ambigua) e, dall’altro, l’alterità è stata preservata nella relazione (intrapsichica) con un oggetto interno (posizione depressiva). Sebbene nel caso della tortura l’appartenenza al contesto alienante implichi un adattamento pericoloso e una rinuncia totale alla capacità di scelta, allo stesso tempo il proprio potere di scelta, di decisione e illusione sono stati conservati segretamente attraverso l’intima preoccupazione per un’altra persona.

 

Bleger (1967) ha elaborato la dinamica dell’ambiguità nel mondo degli oggetti interni (realtà psichica, relazioni oggettuali) utilizzando il concetto di posizioni di Melanie Klein e aggiungendo una posizione ambigua (pre-conflittuale) che precede le due posizioni conflittuali, schizo-paranoide (divalente) e depressiva (ambivalente) da lei descritte. La posizione ambigua diviene una difesa maggiore nelle situazioni di violenza estrema e la qualità mimetica dell’ambiguità protegge – con l’adattamento, l’obnubilazione, l’indifferenza affettiva – il resto della personalità che rimane come sospesa e lontana.

La posizione ambigua possiede questa qualità obnubilante che offusca gli affetti, sospende le emozioni forti, (paura, terrore, dolore, sofferenza) non le fa però sparire ma funziona come una lieve diniego. Nella sua funzione di difesa maggiore, l’ambiguità consente al soggetto di non differenziarsi troppo dal mondo esterno in cui si trova, di non entrare troppo in conflitto con la realtà attuale e di conformarsi a essa, tale e quale si presenta una sorta di sospensione che dà tempo all’Io di muoversi verso le altre posizioni oggettuali e di creare nuove discriminazioni (antinomie e conflitto) e comprensione. Poiché l’ambiguità forma parte inevitabile della nostra struttura psichica, siamo adattabili alla realtà esterna quale si presenta, molto più di quanto noi stessi possiamo percepire o sospettare (lo scopriamo solo raramente ad esempio, nel il primo lockdown per Covid).

 

Durante il processo della cura ho percepito, nei discorsi, sogni e ricordi di ogni paziente reduce da estrema violenza, la nascosta resistenza alla situazione di tortura e di prigionia, sotto forma di una preoccupazione per l’esistenza, il destino, l’integrità e la dignità di un’altra persona (figlio, congiunto, sia vivo che morto o scomparso) che ho chiamato oggetto da salvare. L’oggetto da salvare è la rappresentazione nel mondo interno di un vincolo o legame con un altro soggetto. Esso comporta una dimensione intrapsichica di differenziazione, di alterità e di continuità psichica che dimostra una capacità intrinseca del soggetto di funzionare affettivamente al di là della paura (Eigen, 1981), al di là del terrore senza nome al quale era sottoposto con la violenza e la crudeltà.

 

Quando nel processo terapeutico il paziente scopre (insight) il suo oggetto da salvare (rimasto segreto, rimosso o dimenticato nel suo intimo), conferma l’esistenza e la continuità della propria soggettività e può dare, alla sua premura per un altro essere umano, il valore o significato di sua sfida segreta alla situazione di tortura alienante e corrompente.  Nella costellazione difensiva della sopravvivenza psichica, l’adattamento a qualsiasi cosa e l’oggetto da salvare sono metafore per descrivere due modalità diverse di sfida alla violenza presenti allo stesso tempo nel soggetto vittima.

Nel lavoro terapeutico si tratta di rendere pensabili la situazione traumatica vissuta e le sue difese inconsce e di offrire al paziente la possibilità di trasformare la propria difesa tramite l’ambiguità in ambivalenza critica, e la sua alienazione in capacità di giudizio. Il paziente deve decifrare gli affetti che lo turbano, la sua ansia catastrofica, la sua vergogna, il sentimento della perdita di significato dei suoi desideri e comportamenti, l’alterazione del suo senso d’appartenenza e d’identità; deve essere capace di scoprir il suo rigetto alla violenza subìta e riuscire a delegittimarla. É molto importante per il paziente situare la situazione traumatica nel tempo e nello spazio, ricostruendo le sue circostanze.

 

Il concetto di spazi della soggettività (di Berenstein e Puget, Kaës), intra-, inter- e trans-, permette di descrivere separatamente alcune conseguenze della violenza estrema imposta al soggetto.

A livello intrapsichico, la tortura provoca nella vittima una regressione difensiva a uno stato di ambiguità (diminuzione della capacità di discriminazione, di conflitto interno e di scelta). La scomparsa violenta di tutti i depositari esterni (dai vestiti fino al ricorso alla giustizia, l’habeas corpus, ecc.) si accompagna all’angoscia catastrofica (perplessità, confusione) che è seguita da uno stato d’indifferenza e di apatia, segnale di un tacito accomodamento alla situazione.

 

I torturatori si avvalgono dello stato di ambiguità che comporta un’aumentata permeabilità alle introiezioni (suggestionabilità), attaccando verbalmente le appartenenze identitarie del prigioniero (famiglia, credo religioso, ideologia politica, ecc.) e obbligandolo ad atti di tradimento della sua struttura morale (lealtà, fedeltà) per indebolire la sua autostima (per esempio, fornire indirizzi, segnalare altre persone). Essi, inoltre, esercitano attacchi continui alle percezioni e all’orientamento.

La loro intenzione è d’imporre alla vittima un’autorità (di aspetto superegoico) parassitaria, arbitraria ed equivoca che permette l’assassinio, il furto, l’impostura, e che vuole impedire il pensiero critico, la comprensione, l’etica e il riconoscimento dell’alterità. Essi cercano di trasformare i loro bersagli in individui indefiniti, imprecisi e manipolabili che non possano difendere le proprie appartenenze, in cui lo stato di alienazione conduce all’incapacità critica, alla suggestionabilità, all’istallazione in una pseudo normalità e alla banalizzazione della corruzione morale.

Nello spazio intersoggettivo, la violenza sociale traumatica organizzata provoca un’importante alterazione delle relazioni umane (nella famiglia e nel contesto immediato della persona vittimizzata) e introduce inevitabili malintesi tra le persone (rigetto, disprezzo, insorgenza di pregiudizi, ecc.). Il sistema torturante si incorpora direttamente nelle famiglie (attraverso minacce, ordini aberranti, finte promesse), obbligando genitori e parenti a compromessi e ad azioni non volute.

Lo spazio transoggettivo è uno spazio della realtà psichica  di condivisione inconscia con tutto un gruppo (Kaës, Ventrici), relativo ai bisogni  comuni di sicurezza e certezza

A livello affettivo, la transoggettività si collega a un ampio ventaglio di emozioni e illusioni condivise di fiducia (sicurezza) o di catastrofe (perdita di fiducia) nel senso inteso da Bion (Eigen,) relative alla conservazione o perdita di contesti comuni.

La violenza di Stato è sempre indirizzata allo spazio transoggettivo della soggettività del singolo individuo, giacché modificando o distruggendo i contesti comuni di sicurezza mediante il terrore, la propaganda o procedure socio-economiche, essa conduce ogni soggetto e l’intera popolazione all’adattamento alle circostanze provocate.

 

Ritornando al lavoro terapeutico delle situazioni estreme, il terapeuta avrà bisogno di tutto il suo allarme etico (Amati Sas, 2020) poiché, anche quando siamo lontani nel tempo e nello spazio dagli avvenimenti traumatici, condividiamo con il paziente lo stesso contesto-mondo di terrore e incertezza, che possiede una grande forza di penetrazione e disorganizzazione, e spinge tutti al conformismo (accettare imposizioni senza rendersi conto).

Da un punto di vista emozionale ed esistenziale, ambedue – paziente e terapeuta – transitano nella cura tra rassegnazione e sfida.  Si tratta di sostenere il recupero del funzionamento psichico del paziente e della sua intrinseca capacità di auto liberarsi della pesante esperienza di alienazione, per recuperare il proprio sentimento d’essere in divenire. Nello stesso tempo diventare consapevoli, riconoscere la nostra umana plasticità, ossia l’ambiguità conformista esistente in ognuno di noi, evidenzia un mimetismo che non è accettabile né spiegabile per il soggetto e può provocare intensi sentimenti di vergogna.  Nella persona che ha subìto violenza estrema, l’affetto di vergogna segnala un conflitto relativo al proprio adattamento e familiarità con una situazione sinistra inaccettabile. La vergogna diventa un affetto strutturante quando si recupera il suo significato conflittuale.

Considerando la tendenza che tutti abbiamo di entrare difensivamente nell’ambiguità, voglio riferirmi a l’indignazione in quanto sentimento controtransferale. Teoricamente, considero l’indignazione come un meccanismo di disimpegno (Laplanche e Pontalis, 1993); sarebbe il dis-impegnarsi, disfarsi della tendenza a essere conformisti davanti alla violenza; ossia un’emozione, un movimento affettivo che ci permette di uscire dalla perplessità immobilizzante, dalla confusione e dalla paura trasmessa dall’evidenza della crudeltà di un essere umano nei confronti di un altro.

L’indignazione segnala che ci troviamo di fronte a una realtà abusiva non accettabile. Nel sentirci indignati c’è, necessariamente, un impulso (combattivo, aggressivo, di autonomia) che ci permette di separare i valori e di liberare il senso critico, la nostra capacità di operare una scelta di valori, scegliere di poter emettere un giudizio di condanna (Laplanche e Pontalis, 1993). Il punto più importante è mantenere vivo in noi la capacità di indignazione perché nella nostra cultura mass-mediatica tutto può apparire possibile e anche ovvio e giustificabile, e poiché c’è sempre in noi un rischio di complicità non voluta con ciò che è inaccettabile.

Nel tema della tortura si trovano molti problemi esistenziali, molte domande sul senso dell’umano e del restare umani e, soprattutto, sul tema del potere. Risulta necessaria una posizione etica di sfida a nostre tendenze conformiste, una sfida che certamente non è neutrale.

 

 

 

Bibliografia

Amati Sas S. (2020) Ambiguità, conformismo e adattamento alla violenza sociale. FrancoAngeli, Milano.

Berenstein I., Puget J. (1997), Lo vincular, Paidos, Buenos Aires.

Bleger J. (1967) Simbiosi e ambiguità. Libreria editrice Lauretana. Loreto, 1992.

Eigen M. (1981) The area of faith in Winnicott, Lacan and Bion, Int. J. PsychaAnal., 66 (3): 321-30.

Laplanche e Pontalis (1993) Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma.

Kaës R. (2009) Le alleanze inconsce, Borla, Roma, 2010.

Ventrici G. (2004) Transubjetividad: un término con historia, un término que hizo historia y un término histórico, in Pensamiento vincular: un recorrido de medio siglo. Publicación Asociación Argentina de Psicología y Psicoterapia de Grupo. Buenos Aires.

 

Vedi anche: