Intervista a Susanna Camusso

a cura di Silvia Vessella

Lei è la prima donna arrivata ai vertici del più grande sindacato italiano: come donna cosa le ha dato e cosa le ha tolto il percorso che ha scelto di fare? 

 

Difficile dire che cosa mi ha dato e cosa mi ha tolto il percorso che ho scelto di fare. Sicuramente l’impegno nella direzione del sindacato è ampio, per certi periodi assume un carattere totalizzante, di conseguenza lascia o produce dei sensi di colpa per quello che non fai o per ciò che sacrifichi in funzione degli impegni. Eppure è difficile definirlo semplicemente un “lavoro”. Non lo è per i tempi che ha e poi, soprattutto, è così carico di forti passioni, di scoperta continua e di percepibile utilità, che produce una grande ricchezza e un senso di gratitudine che inevitabilmente appaga, facendo pendere a suo favore i piatti della bilancia. Questo è ciò che mi accade oggi ed è anche parte della mia storia. Il tema nuovo, subentrato con la mia elezione, si ritrova nel portato di responsabilità – grande ed imponente – che questo ruolo porta inevitabilmente con sé e nell’equilibrio che tale responsabilità deve avere con il lavoro collettivo. Un equilibrio che va sempre ed attentamente coltivato.

 

Lei illustra in maniera diretta ed appassionata un suo specifico vertice osservativo, quello del linguaggio della passione, vertice prettamente, anche se non solo, femminile. A questo proposito come leggerebbe dal suo punto di vista il fatto che in questo periodo anche altre donne hanno raggiunto posizioni apicali in molti ambiti istituzionali?

 

 Quanto a questo punto della domanda, commenterei la promozione di donne ai vertici con un “finalmente si fa”. C’è da dire, però, che le donne nel nostro paese sono ancora discriminate, perennemente sottoposte a esami che si presuppone gli uomini abbiano superato “a prescindere”. Siamo in una stagione di oggettivo arretramento, di uso dei corpi delle donne, di promozione “per proprietà”. Tutto questo fa male alle donne e può inquinare un giudizio lineare, ciononostante bisogna lavorare perché ci sia una effettiva promozione delle donne ai vertici.

 

Il tema del corpo come merce rimanda immediatamente a quello della precarietà lavorativa. Anche se le donne sono quelle che maggiormente la subiscono, la diffusione della precarietà lavorativa è diventata tema centrale di riflessione. Sottolineare il mutamento d’importanza che nel tempo la società ha dato al lavoro all’interno di una più generalizzata “crisi di valori” può essere un buon punto di partenza per elaborare una nuova “cultura del lavoro”?

 

 Sicuramente la diffusione della precarietà è figlia di un’idea che sempre più considera il lavoro come una merce, che ha sostituito nel pensiero corrente il lavoratore con il consumatore, che ha affrontato il tema della pluridentità delle persone dando per scontato che quella data dal lavoro potesse divenire progressivamente marginale, fino quasi a scomparire.  Una gigantesca operazione ideologica ha promosso l’idea che il lavoro non fosse più fonte di promozione, di ricchezza, di dignità: una delle facce peggiori della globalizzazione che si inscrive in quel processo di produzione di disuguaglianza. Il liberismo si è avvalso della finzione del pragmatismo, dell’ineluttabilità del mercato, per invocare e dichiarare la fine delle ideologie. In realtà non sono venute meno le ideologie – la stessa idolatria nei confronti del mercato lo è – ma i valori. I valori si inaridiscono, tendono a scomparire, a partire da quello dell’uguaglianza a favore di un lavoro senza diritti. La precarietà è figlia di tutti questo ed alimenta sentimenti di incertezza e di disorientamento. Non a caso la precarietà è sempre più associata all’assenza di futuro.

Continuiamo a proporre e a sostenere l’idea che bisogna ripartire dal valore del lavoro, qualcosa che vada oltre la cultura, che lo renda elemento di cittadinanza. Nel valore del lavoro certo c’è la valorizzazione delle capacità lavorative, delle professionalità. A queste capacità bisogna legare la conoscenza, le relazioni, il rispetto e i diritti. Un portato di valori e di diritti che determinano il fatto che non ci può essere “valore del lavoro” se si nega quello della cittadinanza.

 

Dunque lei propone come fondanti il valore del lavoro e quello di cittadinanza. A tale scopo le sembra maggiormente utile, come suggeriscono alcuni, “stringere i ranghi” e rinsaldare la struttura piramidale del potere oppure sarebbero più utili proposte maggiormente orientate alla partecipazione?

  Una crisi è foriera di divisioni, di frantumazioni. Proprio per questo è la stagione in cui bisogna proporre con tutte le forze e con un’assunzione di responsabilità la coesione sociale. Coesione che ha bisogno di partecipazione, di solidarietà, di eguaglianza ed universalità per potersi esplicare. Ovvero l’opposto di quello che è riscontrabile nelle politiche perseguite da questo governo, che creano ed alimentano divisioni e contrapposizioni, individualismo ed egoismo sociale, logica del più forte e marginalità dell’altro. Serve invece ricostruire quei luoghi che facciano riscoprire il valore del collettivo, della partecipazione, del fare insieme. Riconoscersi esercitando una maggiore democrazia partecipata e una minore delega. L’opposto di un’idea piramidale ma che, al contrario, allarghi, ricomprenda e includa. Tutto ciò richiede un consolidamento, meglio dire un rispetto delle istituzioni.
  

A fronte della sua proposta di saldarsi intorno alle istituzioni si assiste alla formazione di nuovi reticoli di collegamento sociale e di rappresentanza, legati ad esempio alle nuove tecnologie e alle migrazioni, migrazioni di giovani lavoratori e di cervelli. Come potrebbe tutto ciò essere ripensato come un’opportunità?

 

Non sono particolarmente convinta che forme di rappresentanza legate alle tecnologie siano una strada che possa surrogare forme diciamo così “classiche” di rappresentanza. Penso che la rete sia un luogo di possibile partecipazione ma allo stesso tempo anche di straordinaria solitudine. Sul piano generale, la migrazione di tanti giovani, spesso di cervelli, rappresenta un impoverimento del paese, delle sue prospettive, del suo futuro. Soprattutto perché va affermandosi una migrazione senza ritorno e senza che da altri paesi giovani cervelli scelgano l’Italia. In questo caso, sì,una rete potrebbe essere un’opportunità per mantenere la relazione col nostro paese e per capire se sia davvero un abbandono o magari un arrivederci.

 

Certo questo è uno scenario preoccupante. Del resto si osserva da più parti, nei giovani che restano, una tendenza alla passività oppure all’opposto la rincorsa degli eccessi, che è stata letta da più parti come segno di un mondo individuale in progressivo sfaldamento. Come può una rappresentanza sociale utilizzare questi segnali?

La passività dei giovani è un’arma a doppio taglio. Da un lato si dice che i giovani devono prendere in mano il loro destino, ribellarsi alla marginalità, ad un immane presente senza prospettive in cui li stiamo relegando, pretendere che gli si restituisca l’età adulta invece di continuare ad allungargli l’adolescenza. E’ tutto vero ma nel concetto di passività c’è anche un processo di colpevolizzazione dei giovani e, di conseguenza, una deresponsabilizzazione della classe dirigente, di una politica che ha determinato le condizioni del loro non futuro, che occupa la scena e pensa di poter continuare ad occuparla all’infinito. E’ in questa dicotomia sociale che trova terreno fertile l’individualismo. Il sindacato – e per quanto ci riguarda noi proviamo a farlo – deve porsi questo tema: non c’è un presente positivo se non si guarda ad un futuro possibile. Ed è nell’esercizio della responsabilità proprio del lavoro, del superamento della precarietà, che possiamo leggere i segnali ed indicare una via collettiva di cittadinanza piena nella società. 
 

Mi sembra quindi di capire che il sindacato si propone come luogo di speranza e di un futuro possibile. Allora forse la società e la politica potrebbero giovarsi maggiormente della risorsa di un osservatorio privilegiato come quello della psicoanalisi? Può sentirlo come un vertice di riflessione e di approfondimento delle matrici dell’attuale “disagio delle civiltà”, quindi utile alla ricerca di soluzioni  adeguate? 

La psicoanalisi può essere utilizzata per capire le ragioni dei tanti disagi, del come questi si determinino e del cosa determinino. Può essere utile, forse, anche per capire che corriamo freneticamente senza sapere in quale direzione stiamo andando e quali obiettivi stiamo perseguendo. Ma è la politica che deve riprendersi la scena, avviando processi di radicamento nel territorio, facendosi promotrice di processi di aggregazione e di solidarietà.La politica, nel significato alto del termine, deve saper proporre cambiamenti, individuare risposte, per migliorare le condizioni di vita delle persone. 

L’intervista volge al termine ed è obbligatoria chiedere se ha mai intercettato in qualche modo nella sua esperienza di vita la psicoanalisi?

Si, seppur non direttamente. Ho conosciuto dirigenti sindacali che l’hanno praticata e ne facevano un punto di riferimento. Nella mia famiglia il tema è stato invece presente per gli studi e la professione di mia madre che si è laureata con il pioniere della psicoanalisi italiana, Cesare Musatti.

 

Profilo Susanna Camusso

 

Susanna Camusso è nata a Milano nel 1955 e ha una figlia. Studia Archeologia dell’Università Statale. Intanto comincia la sua attività sindacale coordinando le politiche delle 150 ore e diritto allo studio. Nel 1975 diventa coordinatrice per la FLM di Milano, la categoria unitaria dei metalmeccanici CGIL, CISL e UIL, delle politiche per la formazione degli operai. Dal 1977 dirige la Federazione Impiegati Operai Metallurgici (FIOM) di Milano e nel 1986 passa in quella regionale della Lombardia. Dal settembre del 1993 è a Roma in segreteria nazionale della FIOM, poi nel1997 è segretario generale della Federazione Lavoratori Agro Industria (FLAI) della Lombardia, fino all’elezione a segretario generale della CGIL lombarda nel  2001. Il 16 giugno del 2008 viene eletta nella segreteria nazionale, con delega alla contrattazione e all’industria. Due anni dopo, l’8 giugno del 2010, diventa vicesegretario generale della CGIL con funzioni vicarie. Il 3 novembre, sempre del 2010 viene eletta, prima donna nella storia centenaria del movimento sindacale confederale dei lavoratori, segretario generale della CGIL.

Inoltre è da segnalare il fatto che nel novembre del 2005 dà vita, insieme ad un gruppo di altre donne, al movimento “Usciamo dal silenzio” che organizza il 14 gennaio 2006 una grande manifestazione che porta a Milano da tutta Italia oltre 200mila donne e uomini in difesa della libertà femminile, della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza e delle conquiste civili. Un’esperienza che si ripeterà il 13 febbraio del 2011 attraverso il comitato “Se non ora, quando?” che porta in piazza in tutta Italia, in particolare in piazza del Popolo a Roma, centinaia di migliaia di persone per rivendicare il rispetto della dignità delle donne.