” LIMITE ALLA ROVESCIA”, report dell’evento di Vittorio Veneto

Serravalle di Vittorio Veneto 12 settembre 2009

Report evento

Si è svolta a Serravalle di Vittorio Veneto la terza edizione del festival Comoda_mente, ideato dal Centro Studi Usine, sviluppato con il Comune di Vittorio Veneto e patrocinato da tutti i soggetti rappresentativi del territorio. Il festival ha lo scopo di “legare la città che fu teatro conclusivo della Prima Guerra Mondiale a uno strumento culturale fortemente radicato nel dibattito sui grandi fenomeni di trasformazione nel Mondo Contemporaneo, fenomeni che trovano radici comuni in più campi del pensiero e delle arti espressive”.

Questa terza edizione ha avuto come filo conduttore “LIMITE ALLA ROVESCIA” della società contemporanea. Se infatti “la crisi è un limite, la creatività ne rappresenta il superamento, il suo rovescio. Il limite mette gli uomini sempre di fronte alla complessità del confronto con se stessi e con gli altri, svolgendo la duplice funzione di deterrente o di propulsore,lasciando a noi il dovere di scegliere”. 

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice, l’intervento di Anna Ferruta nel dibattito dal titolo E’ tempo di una nuova specie? coordinato da Antonio Massarenti, giornalista del Sole24ore, con interventi di Elio Cadelo giornalista e Gloria Pelizzo chirurgo pediatra.

 

E’ tempo di una nuova specie?

 

Quali sono, a 150 anni dall’Origine della specie di Darwin, i limiti della specie umana? Quale il confine superiore che ci  appresteremo a lambire con la speranza di programmare il nostro futuro, di dominare il tempo o di piegare secondo la  nostra volontà ogni aspetto del nostro corpo e della nostra vita?  Siamo così ambiziosi da voler essere eterni, così narcisi da ambire a lasciare traccia ai posteri. Ma ce la faremo? Quali i  limiti che la nostra specie è necessario trovi e condivida, al di là degli inevitabili dubbi scientifici, economici, morali,  religiosi?  Affrontare tali questioni significa anche dover scardinare una gerarchia di valori tra fede, scienza e morale. Troppo  ambizioso per delle scimmie evolute?   

 

Intervento di Anna Ferruta:

Centocinquanta anni dalla pubblicazione di Origine delle specie di Charles Darwin: un testo che, rendendoci consapevoli del nostro passato, ha aperto importanti riflessioni sul nostro futuro. Darwin ha indicato  la possibilità di un’analisi scientifica del vivente: la scienza con lui ha affrontato la difficoltà di descrivere in modo sufficientemente documentato e osservativo gli esseri viventi che mutano continuamente nel tempo, nel loro funzionamento; sono stati studiati non solo nel dettaglio della gelida stanza di anatomia o nell’asettico laboratorio nei vetrini, ma nell’interazione con l’ambiente composto da altri esseri viventi. La caratteristica degli esseri viventi è quella di essere generati da altri simili a loro e di non potere vivere senza questi amati-odiati altri, in contesti quindi che mutano continuamente e che è complesso sottoporre alla lente discriminativa dell’osservazione scientifica che tende a definire e immobilizzare.

Le grandi rivoluzioni scientifiche di cui parla Freud (1927)  in L’avvenire di un’illusione, cambiano il modo di pensare agli esseri umani: la scienza moderna ha inferto all’uomo tre grandi ridimensionamenti del suo pensarsi signore dell’universo. Copernico ha mostrato che la terra è un satellite di una delle galassie, non certo al centro dell’universo; Darwin ha mostrato che l’uomo appartiene alla serie animale, di cui è uno degli sviluppi; la psicoanalisi indica che la coscienza non coincide con la consapevolezza e che molti fenomeni psichici sfuggono al controllo. “Crediamo che il lavoro scientifico possa apprendere qualcosa sulla realtà dell’universo e che, mediante ciò, noi possiamo aumentare il nostro potere e organizzare la nostra vita (…) La scienza ha molti nemici dichiarati e un numero molto maggiore di nemici nascosti che non possono perdonarle di aver indebolito la fede religiosa e di minacciare di abbatterla. Le si rimprovera di averci insegnato poco e di aver lasciato nell’oscurità incomparabilmente di più.  Ma si dimentica quanto sia giovane, quanto furono faticosi i suoi inizi e quanto infinitamente piccolo è il lasso di tempo che è intercorso dal momento in cui l’intelletto umano si è fatto abbastanza forte per affrontare i compiti che si propone (…) Dovremmo seguire l’esempio dei geologi (e far riferimento a più ampie scale dei tempi). No, la scienza non è un’illusione. Sarebbe un’illusione credere di poter trovare altrove ciò che essa non può dare.” (195-196)

Come osserva il filosofo della scienza Paolo Rossi (2006),  nel suo discorso di celebrazione di un altro anniversario, i 150 anni dalla nascita di Freud: “Agli inizi l’uomo non era affatto puro e innocente. Era invece un animale aggressivo e selvaggio. Il fatto che si manifestino in lui la rabbia e il furore non è connesso a una discesa dal Paradiso verso il mondo, ma, al contrario, da una ascesa dalla giungla verso le civiltà. L’uomo è salito verso la civiltà, non assomiglia più a un lupo in mezzo a i lupi; ha abbandonato il suo stato iniziale di bestione tutto stupore e ferocia”(come diceva Vico). Può addirittura darsi che sia divenuto civile troppo rapidamente. Il suo carattere di bestione non è stato cancellato del tutto e tende continuamente a riemergere  dentro di lui spaccando al crosta sottile della civiltà. ” (p. 608)

Darwin e Freud mutano il modo di pensare l’essere umano e lo collocano non come individuo isolato, in sé concluso come un’opera d’arte, ma ne studiano la necessaria interazione con l’ambiente vivente che ne garantisce la sopravvivenza biopsicosociale tramite le risorse alimentari e relazionali, che riguardano le cure fondamentali, il linguaggio, gli affetti, la riproduzione. Ma questa dipendenza dall’altro e dall’ambiente ne ridimensiona molto l’illusione di potenza.

L’analisi scientifica del vivente rappresenta una strada ardua, che incontra e sfida pregiudizi e diffidenze, perché in parte mette in crisi il radicamento in quello che il soggetto umano ritiene la sua identità e la certezza di sé, unica, immodificabile, e lo mette a contatto con la possibilità e inevitabilità di mutazioni significative. Suscita quindi paure e arretramenti, mostrando l’importanza dell’ambiente naturale e umano per la costruzione di sé, infliggendo colpi alla presunzione narcisistica di potenza-onnipotenza. Darwin mostrò l’appartenenza dell’uomo alla filiazione animale, da cui dista pochi passi se guardato dal punto di vista della scala delle ere; Freud, individuando l’area inconscia della psiche, gettò un raggio di luce su un “Io non più padrone a casa propria”, sulla  presenza nell’inconscio del soggetto di “altro”, che vi si è insediato prima dello sviluppo di processi di soggettivazione. L’altro, il collettivo, il transgenerazionale, ci precede: l'”ombra dell’oggetto” si estende in modo tale da coprire un’area così vasta dell’individuo da indurre sentimenti di spaesamento e di fluidificazione dei confini. L’analisi scientifica del vivente chiede di interrogarsi su criteri etici di valutazione su che cosa intendiamo per essere umano (“Se questo è un uomo”) e  su regole sufficienti di condivisione e convivenza.

Dopo Darwin e Freud, vorrei citare qualche altro esempio di scienziati noti che hanno dovuto affrontare e superare non poche difficoltà per vedere accettate le loro scoperte che mettevano in crisi certezze acquisite e ridimensionavano il narcisismo dell’essere umano che si sentiva al centro dell’universo, restituendogli però un ben più prezioso e solido narcisismo, fondato sulla capacità di conoscere l’ignoto e sulla base di questo di costruire modi di convivenza rispettosi dell’altro e di sé. Luigi Pasteur (1822-1895), figlio di un conciatore di pelli di Dole, un villaggio di conciatori con un fiume maleodorante per l’odore delle pelli trattate in incipiente putrefazione, iniziò a mettere in discussione la teoria fino allora accettata della generazione spontanea dei microrganismi e a ipotizzare e verificare con esperimenti la teoria che i fenomeni infettivi derivano dalla proliferazione di microrganismi da altri esseri viventi, che diede inizio alle pratiche di disinfezione (la pastorizzazione) e di vaccinazione. Incontrò forti ostilità, fu accusato di spiritualismo dagli scienziati di allora di  stampo positivista. Fu prossimo a gettare la spugna quando temette che il virus del carbonchio iniettato nelle pecore come vaccino le avesse fatte morire, si avviò a tornare scoraggiato a Parigi con la moglie, quando ebbe la notizia che l’esperimento era riuscito (Ferruta, 2000). E oggi l’Istituto Pasteur di Parigi è quello che con Luc Montagnier ha dato un contributo fondamentale alla ricerca sul virus HIV.

Alexander Fleming (1881-1955) medico, proveniente da una famiglia di agricoltori,  con la scoperta della penicillina, sostanza individuata all’interno di altri organismi viventi, ha portato un altro eccezionale contributo all’evoluzione della specie umana, una rivoluzione di cui non siamo del tutto consapevoli, che ha permesso a molti individui più deboli e meno dotati di vivere, andando senza dubbio oltre i limiti esistenti della specie. Nel 1928 Fleming osservò casualmente che colture di batteri contaminate da una muffa non si sviluppavano formando una patina confluente, ma che intorno al punto in cui era presente la colonia della muffa esisteva una superficie priva di batteri. La sua conclusione fu che quel tipo di muffa, Penicillium notatum, produceva una sostanza, che chiamò Penicillina, in grado di impedire la crescita dei batteri.Il carattere di mutazione profonda che la scoperta di Fleming avrebbe comportato ha lasciato invece una traccia non banale anche in un film-thriller che forse tutti avete visto, Il Terzo Uomo di Carol Reed, con la straordinaria sceneggiatura di Graham Green, un autore che conosceva molto della natura umana, del bene e del male che sono nascosti nel cuore di ognuno. Il film racconta la storia del mercato nero di penicillina diluita, operata da trafficanti senza scrupoli in una Vienna distrutta e occupata dell’immediato dopoguerra, di cui vittime principali sono bambini colpiti da meningite. La scoperta di Fleming ha cambiato profondamente l’evoluzione della specie umana. Senza questa, molti di noi non sarebbero qui. Mia nonna morì a 40 anni di polmonite contratta in ospedale durante un’operazione di appendicite, in epoca precedente la scoperta di Fleming.

E per finire non possiamo non parlare di Rita Levi Montalcini, e della sua scoperta del NGF, il fattore di crescita delle cellule nervose, che ha aperto nuove prospettive per i soggetti con patologie  neuronali, pensate fino allora non riparabili attraverso processi di riproduzione cellulare. E proprio con Rita Levi Montalcini possiamo entrare nel vivo del tema del Festival: “Limite alla rovescia”. La scienziata ha scritto e dichiarato più volte che, paradossalmente, il fatto di dovere stare reclusa nella sua stanza trasformata in laboratorio domestico, perché espulsa dall’Università in quanto ebrea, e di dovere poi trasferirsi negli USA, a causa delle leggi razziali del regime fascista, la mise nelle condizioni di dedicarsi alla ricerca, anche se nel suo slancio umanitario avrebbe voluto dedicarsi alla cura dei bambini in Africa, come il dottor Schweitzer (cosa che comunque ha poi potuto fare, destinando i soldi del Nobel a una Fondazione che aiuta l’istruzione e lo sviluppo delle bambine africane).

 

Sono tutte scoperte che hanno aperto sviluppi per una nuova specie, in un certo senso, sviluppi di cui voglio mettere in evidenza alcuni aspetti del loro rapporto con il limite.

Le storie di queste scoperte che hanno aperto nuovi orizzonti di sviluppo biopsicosociale degli esseri umani hanno in comune una congiunzione speciale tra grande apertura mentale dei coraggiosi scienziati, spericolati nell’affrontare territori del tutto sconosciuti, e altrettanto grande concentrazione, sosta, stabilità, autolimitazione.

Non si tratta solo della stanzetta trasformata in un laboratorio affacciato sulla ricerca neuronale di Rita Levi Montalcini, ma anche della stessa storia, senza dubbio suggestiva, di Charles Darwin: per  5 anni  (1831-1836) lontano da Londra sul Beagle, un piccolo vascello di due alberi poi rafforzato a tre, lungo 27 metri, in cui divide la cabina di 3 metri per 3, 5 con due altri membri dell’equipaggio, e dove dormiva su un’amaca sopra il tavolo a mezzo metro dal soffitto. Guidato dal capitano Fitzroy, un nobile spericolato e burbero, spinto da una formidabile curiosità a svolgere il suo incarico di fare una mappa dei canali nello stretto di Magellano, disposto a pagare di suo l’attrezzatura occorrente, esigente nella disciplina, ma pronto a momenti di socialità estremi (al passaggio dall’Equatore di Darwin allestisce una pittoresca cerimonia di iniziazione,con lui vestito da Nettuno che sbarba il novellino con il catrame). Darwin nel corso dei cinque anni ne passa due terzi a terra a studiare le strane specie (manda a Londra 1500 campioni da esaminare) e incontra i luoghi e i fenomeni più imprevedibili. Poi una volta rientrato a Londra, pur mantenendo i rapporti con la Geological e con la Geographical Society, decide di ritirarsi per approfondire gli studi a Down House, una casa a 25 chilometri da Londra, in un villaggio di 400 abitanti, dove passa tutta la vita con la moglie e i dieci figli, a studiare appunti e reperti e a cercare di comprendere l’enigma di specie differenti viventi in territori contigui, che a poco a poco gli permettono di comprendere la comune discendenza da progenitori simili, sollecitati a cambiare dal rapporto con ambienti più o meno favorevoli. La bellissima mostra Darwin 1809-2009 Alla scoperta dell’albero della vita, di Niles Eldredge, che ancora oggi è visitabile a Milano, si conclude con un’installazione ‘parlante’: da lontano sembra un pannello a cui sono appesi modelli in plastica che riproducono diversi stati di crescita di un embrione, e viene da pensare che giustamente la mostra si concluda con il trionfo dell’uomo. Ma quando ci si avvicina, ci si rende conto che sì, si tratta di diversi stadi di sviluppo di embrioni, ma nelle diverse file sono esposte riproduzioni in plastica di tre stadi sequenziali di sviluppo di embrioni di diversi animali (pesce zebra, tartaruga, pollo, delfino: i DNA del pollo e dell’uomo hanno il 79%  di geni in comune, la zanzara solo il 43% ) e dell’uomo affiancati, del tutto simili e poco distinguibili, a mostrare l’analogia tra sviluppo filogenetico e ontogenetico. Dopo il suo viaggio intorno al mondo, Darwin ogni giorno percorre un breve sentiero nella campagna, il Sandwalk,  intorno alla casa di Down House in cui si è ritirato, che nella mostra è riprodotto, e pensa nel suo studiolo, pure riprodotto, alle strane specie viventi che ha incontrato nel viaggio sul Beagle e alle loro somiglianze e differenze, e poi continua a studiare altri esseri viventi nelle loro imprevedibili forme e funzioni: i coleotteri che collezionava da bambino, i cirripedi, i lombrichi che drenano il terriccio, a cui dedica uno degli ultimi scritti. La giornata scorre  sempre uguale: si sveglia presto, fa la passeggiata, lavora fino alle 9.30, fa una pausa per stare con la famiglia e leggere la corrispondenza, poi riprende il lavoro fino alle12, altra passeggiata, lavoro e studio. Sembra che la congiunzione tra la grande apertura senza limiti del viaggio per mare, e la concentrazione sul dettaglio e la passione per l’oggetto a cui dedicare la propria vita nel viaggio intellettuale entro le  strutture solide e definite di Down House sia una caratteristica importante: l’apertura potenzia il limite e viceversa.

Analogamente possiamo pensare di Freud, che all’inizio del suo percorso si imbatte nella paziente isterica Anna O., che manifesta una passione erotica per il medico curante Breuer, che si ritrae turbato, e passa a Freud la paziente. Freud non si lascia spaventare, e mantenendo l’etica professionale richiesta dal giuramento di Ippocrate, si avventura nello studio degli abissi della psiche umana (‘Si flectere nequeo superos, Acheronta movebo’ , recita l’esergo dell’Interpretazione dei sogni.1900), individuando il fenomeno del transfert alla base della paralisi e di altri sintomi isterici di Anna O. Il transfert riguarda proprio la strutturazione dell’individuo umano che prende forma attraverso il rapporto con le altre generazioni, in particolare il padre e la madre: la paralisi di Anna O. si manifesta durante l’assistenza al padre malato, come spostamento e trasformazione nel corpo del suo amore edipico frustrato, che poi viene ripetuto nei confronti del medico. Nel suo lavoro di ricerca, Freud individua nel setting analitico (stanza raccolta, appuntamenti regolari, ascolto, non suggestione e non consigli dell’analista ma talking cure – cura di parole), quindi in un limite, lo strumento straordinario per avventurarsi negli abissi della psiche umana e capire e scoprire meccanismi fondamentali del funzionamento psichico, della nevrosi e della psicosi, che hanno restituito la follia alla dimensione umana, sottraendola all’alienazione e all’isolamento. Tutti abbiamo aspetti della nostra psiche disturbati che possono farci comprendere il funzionamento di chi è più malato, a cominciare dai lapsus, dalle dimenticanze, dalle ossessioni lievi, per arrivare alle allucinazioni e ai deliri. Ogni notte con i nostri sogni produciamo neorealtà che nel sogno ci appaiono più che mai reali e di cui al risveglio possiamo riconoscere l’aspetto immaginario e l’aspetto reale, messo in scena in storie che raccontano le nostre vere emozioni, desideri, paure, aspetti sconosciuti di noi a noi stessi. Nel sogno l’attività dell’apparato motorio volontario e percettivo visivo è bloccata, e questo limite apre finestre che si affacciano su altri mondi che fanno parte della nostra personalità. Questa rappresentazione di altri mondi indubbiamente presenti nella nostra mente è resa possibile anche dal limite motorio e percettivo: sogniamo di essere assassini anche perché il limite del sonno ce lo permette. Ogden, uno dei più significativi psicoanalisti contemporanei, vede nel sognare l’attività psichica fondamentale per acquisire consapevolezza: sognare “è la nostra più profonda forma di pensiero: è il mezzo principale in cui noi compiamo il lavoro psicologico di essere e divenire umani nel processo di tentare di fare fronte alla realtà di, o di venire a un accordo con, i nostri problemi emotivi. ” (Ogden,2009, 176) Anche in questo caso, ampliamento di orizzonti sulla concezione del soggetto umano va insieme a limiti fecondi.

Di questo limite ha fruito anche Cesare Musatti, un illustre veneto, che ha fondato la SPI e curato l’edizione italiana delle opere di Freud, quando, giovane studente, lasciò Venezia per andare all’Università di Padova a studiare filosofia e matematica e incontrò Vittorio Benussi che lo introdusse di nuovo in una piccola stanza, il laboratorio di psicologia  dell’Università per le ricerche stroboscopiche e tachistoscopiche, quasi del tutto privo di strumentazione, a studiare la psicologia della percezione. In questo piccolo laboratorio gli si aprirono gli orizzonti dello studio della psicologia del profondo: iniziò l’analisi con Benussi che aveva conosciuto la psicoanalisi su cui teneva un corso ed era stato analizzato da Otto Gross, analizzato a sua volta da Freud.

Occuparsi profondamente di un oggetto, anche chiusi in una stanza, apre mondi: un’evoluzione della specie può avvenire attraverso una congiunzione speciale tra narcisismo sano che richiede stabilità (quella del sonno, la massima espressione di narcisismo, nella quale tutti gli amori e investimenti spariscono e il soggetto si immerge nell’unico interesse per sé, anche se inseguito dagli amori per gli altri che colloca nelle figure dei sogni) e curiosità aperta a tutto ciò che destabilizza gli assetti già acquisiti, con il fascino dell’ignoto e di ciò che di noi e dell’altro e del mondo non conosciamo.

Il passaggio conclusivo di L’origine delle specie esprime tutta l’ammirazione per questa apertura su mondi che l’osservazione e l’incontro con il particolare apre: “Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue molte capacità, che inizialmente fu data a poche forme o ad una sola e che, mentre il pianeta seguita a girare secondo la legge immutabile della gravità, si è evoluta e si evolve, partendo da inizi così semplici, fino a creare infinite forme estremamente belle e meravigliose.” (169) Un’evoluzione della specie vede oggi ostacoli in un arroccamento narcisistico che fraintende il necessario bisogno di elementi di stabilità (la stanzetta del ricercatore e del metodo) in un interesse esclusivo al perfezionamento del già noto e già acquisito. Per ovviare a questo, sarebbe di grande utilità un maggiore sviluppo di conoscenze in tutti i campi (anche in quello della poesia: potremmo incontrare una poetessa come Emily Dickinson che trascorse tutta la sua vita chiusa nella sua casa e che ci ha fatto conoscere le sfumature e intensità dell’amore come pochi altri e ha raccolto in un erbario la sua passione per le diversità: “If my Bark sink/’Tis to another sea/Mortality’s Ground Floor/Is Immortalità – se il mio brigantino affonda/affonda alla volta di un altro amre/È sull’immortalità che poggia/ La condizione umana. 1234, p164)). La riduzione della biodiversità  è il rischio prossimo  che corriamo: ogni anno scompaiono circa 30.000 specie: l’agricoltura ha ridotto la biodiversità ma ha permesso la crescita della popolazione e insieme  lo sviluppo di strumenti culturali per individuare i problemi (Elredge, 2008). E’ quello a cui contribuiscono iniziative come questo festival, comodamente. Apertura e limite.

 

 

Ma questo non basta. Lo sviluppo della specie può avvenire solo comoda_mente, nel senso indicato dal gioco di parole di questo titolo: in tutti gli esempi accennati, un elemento fondamentale di sviluppo per questi scienziati è stata la disponibilità di un’altra mente che li ascoltasse e creasse un’atmosfera comoda per il procedere del pensiero e della ricerca. Per tornare ai due primi grandi geni, Darwin e Freud, il loro avventurarsi in luoghi bui e sconosciuti della conoscenza del vivente è stato reso possibile anche dalla disponibilità di un’altra mente che ascoltando tollerasse e metabolizzasse pensieri non ancora pensati e li rendesse digeribili, direbbe Bion, autore non a caso di una trilogia  proiettata in avanti in Memoria del futuro. Per un uomo come Darwin, che aveva girato il mondo per 5 anni e che continuava a farlo nella ricerca, il rapporto con la moglie si rivelò sempre più essenziale, come testimoniano lettere dedite e affettuose, anche se la moglie temeva le sue ricerche, in quanto era profondamente credente. Un momento toccante è quello nel quale devono affrontare la morte di Annie a 10 anni, la bambina più piccola che lascia un vuoto e  dolore profondo in entrambi: (“Abbiamo perso la gioia della nostra famiglia”).

Per Freud, il periodo in cui indaga sulla vita inconscia e arriva alla sua scoperta fondamentale è accompagnato dalla fitta corrispondenza e dal dialogo con l’amico medico Fliess, un alter ego fondamentale, a cui man mano che si avventura nel territorio dell’inconscio comunica le sue scoperte. Successivamente, crea la società del Mercoledì: ogni settimana si  incontra con il gruppo di allievi e collaboratori più fidati, e continua a sviluppare il suo lavoro con l’aiuto di altre menti a cui può comunicare le scoperte e condividerle. Solo se abbiamo una ‘altra mente a disposizione possiamo procedere nel pensiero. E’ quanto afferma Bion, quando parla dell’apparato per pensare umano che necessita di due menti, come accade nel primo sviluppo infantile, nel dialogo tra inconsci tra il bambino e la madre. O, come ha descritto mirabilmente lo psicoanalista anglopakistano Masud Kahn (Lo spazio privato del sé, 1974) riprendendo questi temi, è essenziale la presenza di un altro che accompagna e sostiene, “un amico speciale” (Montaigne, Rousseau, Freud, 1970), che permette di affrontare dubbi, incertezze, ambivalenze, in un percorso di avvicinamento al non ancora noto.

Così accade per tutti coloro che si dedicano all’evoluzione della specie umana. Ma una specifica difficoltà, propria di questo bisogno di partecipazione e condivisione, è costituita dal fatto che appena trovata un’altra mente che condivide e partecipa, questo sembra diventare un limite che ostacola e cristallizza nuovi sviluppi. Occorre procedere in questo dialogo e in questo ascolto per tutto il tempo necessario perché dei cambiamenti possano accadere. Non è facile.

 

E arriviamo qui al terzo aspetto che mi premeva sottolineare nei processi che determinano l’inevitabile evoluzione della specie: il tempo necessario.

Darwin riuscì a cogliere varianze e invarianze sviluppatesi nel corso di milioni di anni, con una mente capace di soffermarsi sul dettaglio minimo (i fringuelli delle Galapagos, diversi da isola  a isola; le differenze tra i coleotteri collezionati nell’infanzia) e di tenere insieme fenomeni mondiali ed epocali distanti nel tempo e nello spazio. Le rivoluzioni copernicane di cui parla Paolo Rossi hanno nella questione del tempo il fattore che le accomuna: Darwin, Freud, Einstein, ci costringono a pensare secondo parametri che non hanno la misura del tempo della vita del soggetto umano singolo. Come la relatività di Einstein, come le ere nelle mutazioni delle specie, questa collocazione del soggetto nel tempo finito/non finito ci permette di vederlo in modo più radicale e complesso. Alla logica razionale e lineare dello sviluppo dell’individuo singolo finito va unita un’altra logica  che non nega l’individuo ma gli appartiene e lo qualifica anche in altro modo, come “appendice di un plasma germinale dotato di virtuale immortalità “, come appartenente a una dimensione del tempo  non finita.

Il risparmio di tempo che lo sviluppo della tecnica ci ha permesso (comunicazioni riguardanti gli spostamenti nello spazio e le comunicazioni interpersonali, gli strumenti di analisi medica, le ricerche genetiche) cozza contro il fatto che l’essere umano è rimasto più o meno lo stesso per quanto riguarda il suo funzionamento quotidiano (funzioni sonno-veglia e metaboliche nelle 24 ore, muscolari e intellettive di una durata continuativa anche più breve, riproduttive variate di poco, con l’anticipazione del menarca e qualche tecnica di fecondazione in donne over 50).

La condizione umana resta legata a una dimensione del tempo molto limitata,  nonostante le potenti protesi di cui disponiamo, esemplificate nel paradosso del caso dell’atleta Pistorius che con gli arti inferiori fatti di sostanze artificiali corre più veloce e viene quindi escluso dalle gare come irregolarmente avvantaggiato; o dello scienziato astrofisico Stephen Hawking, l’audace esploratore dei buchi neri, quasi completamente paralizzato, che comunica tramite un sintetizzatore elettronico. Solo un aspetto della dimensione del tempo della specie umana negli ultimi cento anni si è modificato significativamente: la durata della vita ha subito un prolungamento notevole che pone importanti interrogativi alla stabilità della famiglia e dei rapporti affettivi, come pure alle discipline mediche, all’organizzazione sociale e alla concezione filosofica dell’essere umano pensato finora come produttivo e riproduttivo. Un ritratto impietoso ma folgorante lo danno alcuni degli ultimi romanzi di Philip Roth (L’animale morente, Il fantasma esce di scena), che hanno per protagonista un Nathan Zuckerman oramai vecchio, malato, incontinente, che si disprezza ma che non può evitare di pensarsi e sentirsi mosso dal desiderio sessuale come quando aveva vent’anni.

Non sappiamo come diventeremo, non c’è un’essenza umana immutabile della specie umana, ma molte potenzialità di sviluppo in diverse direzioni, che è importante non ostacolare e gestire con equilibrio e saggezza, tenendo conto sia delle esigenze di stabilità sia di quelle esplorative, dei pionieri, degli scienziati, degli astronauti.

 

I tre aspetti accennati (profondità dell’investimento oggettuale e metodologico nella ricerca, inserimento della ricerca nella relazione e condivisione con altri esseri umani, dissociazione tra tempi delle scoperte tecnico-scientifiche e tempi soggettivi della psiche umana) sollecitano la responsabilità di gestire questa inevitabile evoluzione, perché avvenga senza ferite  profonde  e perforazioni della dimensione umana in nome di chissà quale valore assoluto.

Dalla mia esperienza di essere umano e dalla mia pratica di psicoanalista, ricavo l’importanza di capire e condividere, di fornire a tutti strumenti per capire di più quello che accade dentro e fuori di sé, senza delegare ad altri questo compito. Quindi diffusione di strumenti per conoscere: la scuola, i libri, la televisione, i giornali, internet, trattati non come merci ma come cibo per la mente, che deve essere di buona qualità per fare crescere consapevolezza e piacere di continuare a nutrirsi.

In secondo luogo, l’importanza di avere a disposizione qualche struttura-istituzione, semplice e solida come le stanze in cui si sono svolte tante straordinarie ricerche, che rappresentino il terreno comune e riconosciuto di condivisione di sviluppi di ricerca  per la comunità.

E infine, la possibilità di incontrare e dialogare con maestri che diano la speranza che tale sviluppo continuerà oltre la durata della breve della vita di ciascun essere umano, nella consapevolezza che i tempi della specie non sono quelli del singolo.

Queste tre dimensioni sono rispecchiate nella vita di Eric Kandel, (Alla ricerca della memoria, 2006) premio Nobel per la medicina, studioso della biologia della memoria e della possibilità di individuare come le esperienze fatte modificano e si depositano nella sostanza cellulare: conosce l’esperienza entusiasmante del laboratorio in cui lavora negli Usa, fuggito da una Vienna invasa dai nazisti, riconosce il contributo fondamentale del gruppo di amici e colleghi per esplorare l’ignoto, si trova al crocicchio del tempo tra accelerazione del futuro (la memoria che si deposita nelle cellule) e la lentezza del vivente: l’animale da laboratorio con cui riesce  a fare esperimenti e scoperte è una lumaca di mare, l’aplysia. (153) e l’ambiente è un laboratorio di biologia in cui c’è la passione e la condizione per la ricerca: “Il compiere esperimenti mi dà il brivido di scoprire le meraviglie del mondo, ma, in più, la scienza è portata avanti in un contesto sociale intenso che diventa sempre più coinvolgente. Negli Stati Uniti la vita di uno scienziato in biologia è una vita di discussioni e di dibattiti – è la tradizione talmudica estesa al suo massimo. Solo che, invece di commentare un testo religioso, noi commentiamo dei testi scritti da processi evolutivi che operano da centinaia di milioni di anni. Poche altre attività umane generano un tale cameratismo tra colleghi giovani e anziani, studenti e mentori, come quella di giungere insieme a una scoperta interessante.” (385-386).

Per fare maturare tale saggezza importante è il compito degli intellettuali, che possono animare le consapevolezze e il dibattito su valori e responsabilità Citerò solo due maestri: uno è Isaiah Berlin, il filosofo che si è cimentato con la tematica della necessità di trovare soluzioni quando più valori condivisi sono in contrasto tra loro. In The One and the Manysostiene cheil pluralismo in etica vuol dire riconoscere che i valori sono più d’uno, che essi possono confliggere e scontrarsi. “I conflitti fanno parte dell’essenza di ciò che sono i valori e di ciò che noi stessi siamo. Noi siamo costretti a scegliere, una volta dato il pluralismo dei valori che caratterizza la natura dello spazio di ciò che per noi vale. Il pluralismo ci chiede di impegnarci responsabilmente nel perseguimento di equilibri provvisori tra valori differenti, nella definizione di priorità mai definitive, nella minimizzazione dell’intensità dei conflitti inevitabili, promuovendo e conservando un delicato equilibrio che è costantemente minacciato e che richiede costanti riparazioni. C’è tuttavia un dovere pubblico, quello di evitare punte estreme di sofferenza, di bandire tutte quelle circostanze in cui si generano situazioni disperate in cui lo spazio di scelta si contrae e restano a disposizione solo scelte intollerabili. I casi  di scelta tragica sono casi limite che escludono la possibilità della transazione fra valori.”

 

E il filosofo della scienza Paolo Rossi, che nel suo bellissimo libro Speranze (2008) fa un’attenta analisi di quello che è cambiato negli ultimi 200 anni nella condizione individuale e sociale degli esseri umani, svelando l’inganno nascosto dietro il pessimismo-ottimismo delle smisurate speranze delle ideologie o dell’essere senza speranze dei catastrofisti, che spesso vogliono apparire persone dal pensiero più nobile e profondo. Paolo Rossi porta dati accurati sul miglioramento delle condizioni di vita, legati a piccole e grandi scoperte, che ci inducono a coltivare ragionevoli  speranze (sono i tre capitoli del suo libro: Senza speranze, Smisurate speranze, Ragionevoli speranze). Un solo esempio , tra i tanti dati che riporta:”All’inizio del Novecento, in Italia, morivano nel primo anno di vita 168 bambini ogni 1000. “: a metà degli anni trenta 100; nel 1975 20,5; nel 2000 sono 4,3.Ma oggi in Sierra Leone un bambino su quattro muore prima dei 5 anni; su 1000 nati ne muoiono 284 nel primo anno. (107-109) Fa sue le affermazioni di Primo Levi nell’Appendice successiva a Se questo è un uomo: “E’ meglio accontentarsi di verità più modeste e meno entusiasmanti, quelle che si conquistano faticosamente, a poco a poco e senza scorciatoie, con lo studio, la discussione e il ragionamento, e che possono essere verificate e dimostrate.” (124)-125) E  fa sue anche le parole del Freud: “Il nostro dio, che è il logos e la ragione – scrisse Freud (nelle pagine de L’avvenire di un’illusione) – forse non è molto potente e può realizzare solo una piccola parte di ciò che i suoi predecessori hanno promesso. Siamo disposti a riconoscere questo fatto, ad accettarlo con rassegnazione, e ciò non sarà sufficiente a spegnere il nostro interesse per il mondo e per la vita.” (125-126)

Un speranza che nasce dall’accettazione dei limiti.

 

 

Bibliografia

 

Berlin I. (2007). The One and the Many: Reading Isaiah Berlin ( edited by  Crowder G. and  Hardy H.)Prometheus Books, New York.

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