Luciana Nissim – L’esperienza della sofferenza estrema di Auschwitz

testo di Alessandra Chiappano

Dopo un breve tentativo di dar
vita ad una piccola banda partigiana ad Amay, nei pressi di Saint-Vincent
insieme a Primo Levi e a Vanda Maestro, Luciana Nissim insieme a tutti loro viene
arrestata dalla polizia repubblichina; i tre amici decidono di autodenunciarsi
come ebrei, pensando che la loro sorte sarà così meno terribile e, dopo un mese
trascorso nel carcere di Aosta, vengono tradotti a Fossoli, che era diventato
il campo di raccolta per gli ebrei e i politici destinati alla deportazione.

A Fossoli si unisce al gruppetto
Franco Sacerdoti, un giovane ebreo napoletano, che viveva a Torino e qui, in un
ambiente tutto sommato non tragico, trascorrono un mese. Il 22 febbraio arriva improvviso
l’ordine di partenza per "ignota destinazione". Gli ebrei italiani non sanno
quasi nulla di quel che avviene nell’Est, non sanno nulla né dei campi di
sterminio né delle uccisioni di massa avviate dalle SS  nei territori conquistati dell’Unione Sovietica,
tuttavia intuiscono che la partenza porta in sé un tragico cambiamento.

In questo contesto Luciana Nissim riesce a far uscire
clandestinamente dal campo una lettera indirizzata a Bianca Guidetti Serra, ma
in realtà scritta per Franco Momigliano, a cui era già legata fin dal 1942:

 

Caro, l’avventura è finita. Ricordati di me, ricorda
come credevo nelle cose alte e vere, come desideravo il giusto e il buono.
Ricorda che per un anno tu sei stato la mia ragione di vita, e che non ho visto
che attraverso i tuoi occhi, non ho vissuto che perché tu eri vivo. Ora basta.
Già una volta, quando ne ho avuto il sospetto, ti ho detto che ti trasmettevo
la fiaccola. Ora è sicuro. È un peccato per noi tre, non è vero? Ma forse non
ne soffrirete troppo. Ho avuto un momento di défaillance, ed è stato al
pensiero della Dindi – per loro sarà tremendo. Tu non soffrire – dolce lontano
amore di un tempo! Grazie di quello che sei stato. Io me ne vado.

Ricorda questa data. Ciao, ciao, ciao… «Morituri te salutant»… E alimentate
la fiamma –

Ti bacio.[1]

Il viaggio verso
l’ignoto fu uguale a quello descritto da molti altri deportati, anche se
Luciana in seguito, nelle interviste rilasciate sul tema della shoah,
soprattutto nei suoi ultimi anni di vita, sceglierà di ricordare soprattutto la
dolcezza e il conforto che le aveva dato la presenza di Franco Sacerdoti, che
da Auschwitz non è tornato. Inoltre a rendere meno dura la loro sorte contribuì
certamente anche il fatto che Franco, Luciana, Primo e Vanda erano i soli delle
rispettive famiglie ad essere stati deportati e così immaginavano che, da soli,
avrebbero potuto avere migliori speranze di sopravvivere. Pensavano che
sarebbero stati costretti a lavorare in una qualche fabbrica in Germania e
durante  le lunghe ore in cui il
convoglio attraversa l’Europa avevano sperato di   poter
restare insieme.

La realtà che li attende è molto diversa da quella che si erano
configurati: dopo 4 giorni di viaggio arrivano nel più grande campo di
concentramento e di sterminio che i nazisti abbiano costruito: Auschwitz. Alla
banchina della cosiddetta Judenrampe sono divisi e solo Luciana e Primo
si rivedranno.

 

Auschwitz

 

Il campo di
Auschwitz, divenuto operativo fin dal giugno 1940, si inserisce perfettamente
nel novero dei Lager creati dalle istituzioni naziste fin dal 1933; tuttavia
esso a partire dal 1942 divenne il luogo prescelto per porre in essere lo
sterminio degli ebrei, in particolare degli ebrei europei; la maggior parte,
infatti, delle comunità ebraiche polacche furono annientate nei cosiddetti
"campi di sterminio", situati anch’essi in Polonia.

Il campo era in
realtà un complesso concentrazionario suddiviso in tre grossi campi: Auschwitz
I, Auschwitz II-Birkenau e Monowitz o Auschwitz III, dove venne creato un
immenso sottocampo dove i prigionieri, in gran parte ebrei, lavoravano per il
colosso industriale I.G.Farben.

Le immense strutture di messa a morte, capaci di uccidere ed eliminare
circa 5.000 prigionieri al giorno furono costruite a Birkenau e diventarono
operative nella primavera del 1943; sempre a Birkenau era collocato il campo
femminile di Auschwitz, così mentre Vanda e Luciana è verso questa sezione di
Auschwitz che sono dirette, Primo e Franco sono immatricolati a Monowitz.

A Birkenau il contatto con la realtà dello sterminio era continuo ed
ineludibile e questo è un elemento che rende tanto più atroce la situazione
delle donne prigioniere. A questo proposito così ricorda Giuliana Fiorentio
Tedeschi, deportata ad Auschwitz nello stesso periodo di Luciana:

E siccome io ho
vissuto molti, molti mesi al confine del mio campo, dove c’era il ferro
spinato, il filo spinato, con il confine della zona del crematorio, il
crematorio ce l’avevo sempre davanti. Quella era diventata una tortura, perché
se di notte uscivamo per andare al gabinetto, vedevamo questo camino con questa
fiamma, infuocata, che illuminava tutto il campo, l’odore della carne bruciata
che si diffondeva in tutto il campo e naturalmente il pensiero cos’era "Un
giorno o l’altro vado anch’io a finire lì". Continuamente avevamo notizie di
selezioni che avvenivano all’ospedale, che avvenivano nel blocco della scabbia,
che avvenivano alle docce, quindi era veramente il pensiero dominante, quello
che terrificava tutti, era questo del crematorio
.

Ancora la Tedeschi:

Poi lui, [Primo]
siccome era in un sottocampo di Auschwitz, alla Buna, non vedeva il crematorio,
che per noi era un’ossessione, noi lo vedevamo in continuazione. Lui sapeva che
esisteva, ma non lo vedeva, non vedeva la gente andare, noi vedevamo la gente entrare.
Questo era drammatico.

Il campo femminile di Auschwitz-Birkenau

Il campo femminile di Auschwitz
fu ufficialmente aperto alla fine di marzo del 1942, quando giunsero i primi
trasporti: il primo proveniva dalla Germania ed era composto in gran parte da
"asociali" e criminali, ma anche da prigioniere politiche e Testimoni di Geova.
Si trattava di donne di nazionalità tedesca. A tappe ravvicinante giunsero un
trasporto di donne ebree, provenienti da Poprad e da Bratislava e due trasporti
di donne polacche, che erano state arrestate a causa dei loro contatti con la
resistenza. Nel corso della primavera del 1942 si susseguirono gli arrivi, sia
dalla Germania, che dalla Polonia. Fino al luglio del 1942 il campo femminile
di Auschwitz dipendeva sotto un profilo amministrativo, da Ravensbrück, in
seguito passò sotto la giurisdizione di Höss. Quando si giunse alla divisione
tripartita del comprensorio di Auschwitz, nel novembre 1943, il campo femminile
passò dapprima sotto il comando di Fritz Hartjensterin e dal novembre 1944 di
Josef Kramer; tra le comandanti femminili va ricordata Maria Mendel[2], che
era particolarmente crudele, un ritratto di questa donna ci viene dalla memoria
di Fania Fanelon, C’era una orchestra ad Auschwitz.

Inizialmente il campo delle donne
era situato nel campo madre, in dieci blocchi separati dal campo maschile. A
causa del sovraffollamento, dovuto agli arrivi sempre più massicci, verso la
metà di agosto del 1942  il campo
femminile fu trasferito a Birkenau e fu collocato nel settore BIa in trenta
baracche, 15 di mattoni e 15 di legno. Oltre alle baracche adibite a dormitorio
ogni settore aveva le cucine, i lavatoi, i magazzini per le patate,
l’infermeria.

 Nel luglio 1943 il campo femminile comprendeva
anche il settore BIb. Fino al novembre 1944 questi settori del campo furono
definiti Frauen Konzentrationslager; si calcola che dall’inizio della
sua esistenza fino alla evacuazione nel gennaio 1945, siano state registrate ad
Auschwitz un totale di 131,000 donne. La maggior parte delle prigioniere erano
ebree, 82.000, e a seguire le polacche che erano 32.000[3].

Le condizioni di vita erano molto
difficili, come conferma una testimonianza del comandante Rudolf Höss:

Come già dissi le condizioni del campo femminile
erano di gran lunga peggiori, sotto tutti gli aspetti, e così fu fin
dall’inizio, quando ancora faceva parte del campo base. Fin da quando
cominciarono a giungere i contingenti ebrei dalla Slovacchia, in pochi giorni
l’affollamento divenne tale che le baracche si riempirono fino al soffitto,
mentre i servizi igienici e sanitari avrebbero potuto bastare per un terzo del
numero dei detenuti[4].

Come si evince dai racconti e
dalle testimonianze, subito dopo la selezione, che all’inizio avveniva presso
la cosiddetta Judenrampe, a circa due
chilometri da Birkenau, le donne dopo essere passate alla Sauna, dove venivano
denudate, rasate, vestite, soprattutto nella parte finale della vita del campo,
con vestiti spaiati e zoccoli di legno, venivano immesse nelle baracche della
Quarantena. Solo successivamente erano trasferite e affiliate ai kommandos di
lavoro. Le lingue del campo erano il tedesco e il polacco; per le italiane
questo costituiva un problema non indifferente.

La specificità della deportazione femminile 

L’esperienza concentrazionaria di Luciana Nissim si
colloca all’interno del quadro generale delle deportazioni[5]
dall’Italia, di cui è impossibile dar conto in questa sede, tuttavia è
opportuno considerare la sua 
testimonianza alla luce degli studi che si sono sviluppati, soprattutto
nell’arco di questi ultimi vent’anni, sulle testimonianze delle donne che hanno
conosciuto la deportazione.

Con un rovesciamento di
prospettiva, rispetto al silenzio su temi quali deportazione e Lager, propri degli anni Cinquanta e
Sessanta,  gli studi e la memorialistica
sia sulla deportazione politica che su quella razziale, in questi anni
relativamente recenti, hanno conosciuto una vera e propria esplosione, tuttavia
i primi nomi a cui si pensa, istintivamente, fanno riferimento essenzialmente a
una produzione maschile: Primo Levi, Jean Améry, Giovanni Melodia, Jeorge
Semprún, Piero Caleffi, come se l’esperienza concentrazionaria si fosse
cristallizzata nell’ambito di un universo prevalentemente maschile.[6]

Le grandi raccolte di
testimonianze orali, fra cui spicca quella torinese, avviata nel 1982, grazie
ad un accordo tra l’ANED,  l’Università
di Torino e gli istituti storici della Resistenza, hanno permesso l’emergere,
anche in Italia,  di una tematizzazione
della deportazione femminile.[7] Infatti,
il quadro che si delinea attraverso la lettura delle testimonianze, porta a
concludere che certamente esiste un modo femminile in cui le donne hanno
vissuto il campo, lo hanno raccontato e hanno riflettuto sulla loro
deportazione. Tale specificità non è ovviamente legata unicamente al contesto:
la brutalità del Lager era identica in quelli maschili come in quelli
femminili, tuttavia la percezione di questo mondo "fuori dal mondo" è
stata diversa e i temi che le testimoni toccano nelle interviste sono sostanzialmente
improntati ad un sentire ed un percepire la realtà che è essenzialmente
femminile.

Il primo dibattito sull’esigenza di studiare la shoah partendo da una prospettiva di
genere è iniziato negli Stati Uniti,[8] dove
la diffusione sia dei Gender Studies
sia di corsi universitari specifici sulla shoah
hanno finito con l’agevolare il dibattito.

Prima di procedere ad una analisi dei contributi più
interessanti su queste tematiche, mi pare opportuno sottolineare che, anche se
oggi alcune prese di posizione assunte dalle storiche femministe americane
appaiono talvolta forzate e viziate da una sorta di ideologia di fondo, che ha
finito per orientare le loro ricerche e le loro ipotesi, tuttavia va loro
riconosciuto il merito di aver posto con forza all’attenzione degli storici e
dei ricercatori il problematico nesso fra l’essere donna e la shoah. Anche se oggi lo sguardo si è
dilatato notevolmente e si sono fatti notevoli passi in avanti, è dagli studi
sorti negli Stati Uniti negli anni Ottanta che si deve partire.

Infatti, il dibattito su genere e shoah è sorto grazie agli studi pionieristici di Joan Ringelheim,[9] ricercatrice
presso l’Holocaust Museum di Washington, che organizzò nel 1983 il primo
seminario sul tema donne e Olocausto ed è a lei che si devono i primi lavori
sulla necessità di sottolineare la dimensione femminile della shoah. Questo primo seminario gettò le
basi per una riflessione che, da allora, ha prodotto un cospicuo numero di
studi. In quel primo seminario alcune questioni furono affrontate in modo
ancora generico e ci si limitò a porre in risalto le sofferenze patite in campo
delle donne, partendo dalla osservazione che la ricostruzione storica della shoah era stata fino ad allora
appannaggio quasi esclusivo di un mondo maschile. Tuttavia Joan Ringelheim fin
da allora segnalò la necessità di studiare "le differenze tra le esperienze
degli uomini e delle donne e le differenze di esperienza tra le donne"[10],
sottolineando così il fatto che non tutte le esperienze femminili sono
assimilabili ed è necessario evitare banalizzazioni e generalizzazioni.

La coraggiosa presa di posizione
di Joan Rigelheim non fu sempre ben accolta, perché molti studiosi ed
intellettuali[11] temevano che uno studio
di genere avrebbe finito per banalizzare la shoah,
riducendone la portata universale: lo sterminio sistematico era previsto per
tutti, indistintamente, anziani, donne, bambini, uomini.

Così, ad esempio, Lawrence Langer critica aspramente la
necessità di un approfondimento di genere ritenendo che "non vi possa essere
niente di più crudele o insensibile del tentativo di ritrovare in questo
paesaggio di distruzione universale una mitologia comparativa della capacità di
resistenza."[12]

Nonostante alcune prese di posizione fortemente critiche,
sulla scorta degli studi di Joan Ringelheim, si assistette ad un fiorire di
studi che furono prodotti e pubblicati nella seconda metà degli anni Ottanta e
che facevano capo ad una nutrita schiera di storiche femministe: Marlene
Heinemann,[13] Sybil Milton,[14]
Myrna Goldenberg.[15]

Quasi tutte queste autrici partirono da un approccio
fortemente femminista e studiarono il rapporto tra shoah e mondo femminile con il presupposto di evidenziare la
specificità delle risposte femminili alla persecuzione e alla deportazione,
sottolineando implicitamente il fatto che tali risposte sarebbero state
migliori, soprattutto sul piano umano, di quelle maschili:

 

Women’s identity as caregivers and
homemakers and their prior experience in the domestic sphere ironically
enhanced their likelihood of acclimatizing themselves to the hellish
environment into which they were thrown. Men, on the other hand, whether they
had been laborers or scholars, were deprived of their work by Nazi deportation
policies and practices. That Jewish men had dominated Jewish women through
their positions in the workforce, the synagogue study groups, the shops, and
the professions contributed to their perceptions of victimization in
concentration camps. Denied their usual duties and thrust into faceless,
humiliating slave labor, they had fewer skills, habits, and experiences with
which to sustain themselves than women did. Moreover, the nature of
child-rearing and housekeeping, which was the major preoccupation of the vast
majority of Jewish women in the thirties and early forties, demanded more
flexibility and resiliency than did men’s usual activities. For mothers,
infants’ and children’s needs take primacy, and the chores of food and holiday
preparations were tucked in and around the more essential needs of children and
the adult men of the household. To be sure, women learned patience and self
control in their role as caretakers.[16]

Sia Sybil Milton che Myrna Goldenberg sottolineano, tra le
strategie di sopravvivenza che avrebbero permesso alle donne di superare meglio
la vita quotidiana in Lager, in particolare la capacità di crearsi legami
stabili, formando delle "famiglie artificiali":

Small groups of women in the same barracks or
work crews formed little families and bonded together for mutual help.  […] These small families, usually not
biologically related increased protection for individual internees and
created  networks to "organize" food,
clothing, and beds and to help cope with the privations and primitive camps
conditions.[17]

Le storiche che hanno indagato
sulla specificità della deportazione femminile hanno sottolineato a più riprese
come la costruzione di reti amicali durature sia un elemento specifico
dell’esperienza femminile nei Lager; Marlene Heinemann, ad esempio, dopo aver
analizzato l’opera di quattro autrici che hanno scritto sulla loro esperienza
nei Lager, ha affermato:

"Gli
uomini descrivono le loro relazioni come qualcosa di molto più aleatorio delle
donne. Anche se uomini e donne sono stati trasferiti frequentemente da un campo
ad un altro o da una baracca all’altra, le relazioni amicali delle donne
sembrano assumere connotati di minore frammentazione"[18]

Secondo la sua impostazione le differenze di genere che
hanno influito anche sulle modalità del racconto della shoah sono soprattutto legate alla sfera del corpo e della
sessualità: l’amenorrea, la maternità, gli abusi sessuali.

Come osserva Pascale Rachel Bos[19]
e come la stessa Ringelheim riconoscerà in un articolo originariamente
pubblicato sulla rivista «Sign»[20]
e poi ripreso nell’antologia Different
Voices
, il femminismo culturale che stava alla base della sua formazione
intellettuale, ha finito per prevalere e l’ha portata ad una pericolosa
generalizzazione, che assai spesso si è risolta in una esaltazione delle
abilità femminili, che forse non corrispondeva alla reale esperienza delle
donne rinchiuse nei Lager nazisti: si trattava talvolta di una
autorappresentazione, oppure di una realtà applicabile solo a poche selezionate
prigioniere, in genere con una formazione intellettuale o con forti legami
politici o religiosi, e non applicabile alla massa uniforme delle internate.

Nel corso degli anni Novanta, mentre gli studi
proseguivano con la messa a punto di importanti antologie che ponevano al
centro la questione femminile e la shoah,[21]
uno dei più importanti storici della shoah,
Raul Hilberg, ha sottolineato l’importanza degli studi di genere:

La
"soluzione finale" mirava nelle intenzioni dei suoi inventori ad
assicurare l’annientamento di tutti gli ebrei […] Tuttavia la strada verso
l’annientamento era segnata da eventi che colpivano in modo specifico gli
uomini in quanto uomini e le donne in quanto donne.[22]

Spinte anche in parte dal riconoscimento di uno storico
serio e internazionalmente noto come Hilberg, le storiche della shoah organizzarono a Gerusalemme, nel
1995, la First International Conference
on women during the Holocaust
, i cui atti furono pubblicati nel 1998 e
tradotti nel 2001 in italiano con il titolo Donne
nell’Olocausto
. Questo volume, assai ricco di spunti, raccoglie gli esiti
di circa vent’anni di studi e come scrive Anna Rossi Doria:

Ofer
e Weizmann sono riuscite a costruire un’opera organica in virtù di una
periodizzazione lunga sia per la storia delle ebree dell’Europa orientale
(ricostruita da Paula E. Hyman a partire dagli inizi del secolo XIX nel primo
saggio del volume, Il genere e la famiglia ebrea nell’Europa moderna) che per
la storia della shoah (che in questo
volume correttamente non è limitata, come spesso avviene, alla fase dello
sterminio, ma comprende quelle delle persecuzioni e soprattutto dei ghetti).[23]

Esiste dunque una specificità
nelle testimonianze femminili, riflesso di una particolare sensibilità? E se sì
quali sono gli elementi che le rendono tali? Analizzando l’insieme delle
testimonianze femminili, quelle edite, come quelle depositate negli archivi, si
ha l’impressione che esse insistano effettivamente su alcuni temi specifici,
quasi tutti legati alla dimensione del corpo, della sessualità, della
maternità; si insiste molto anche sui legami fra madri e figlie e fra sorelle
all’interno del campo.

La narrazione dell’arrivo e dell’entrata in campo coincide
con uno dei temi specifici della deportazione femminile: quello del corpo.

Le donne venivano spogliate,
private di tutti i loro effetti personali, depilate e spesso rapate: questa era
la regola per le ebree a Birkenau. Tutto questo avveniva di fronte al personale
delle SS ed esponeva le prigioniere alla mercé degli sguardi maschili. Questo
medesimo trattamento era riservato anche agli uomini, che però erano abituati dalla
visita militare, cui tutti erano sottoposti e che aveva le caratteristiche di
un vero e proprio rito di iniziazione alla vita adulta, e dal servizio militare
a svestirsi di fronte ad altri: per le donne invece si trattava di un vero e
proprio attacco alla loro femminilità
e alla loro sessualità e questo è
stato non solo sottolineato dalla storiografia,[24] ma è
un tema che ricorre con una grande intensità anche nella memorialistica.[25]

Non si trattava soltanto di esporre il proprio corpo in
un’epoca, come sottolinea Lidia Beccaria Rolfi, in cui questo non era esibito,
ma piuttosto nascosto, ma anche di
confrontarsi con la nudità altrui, soprattutto quella delle donne anziane,
oppure delle donne in stato interessante. Altrettanto traumatico era per le
madri svestirsi di fronte alle figlie adolescenti, quando tra genitori e figli
i rapporti erano improntati al massimo riserbo.[26]

Deve essersi trattato di un
trauma profondo, se a distanza di tanti anni tutte le testimonianze femminili si soffermano su questo aspetto,
non tanto del corpo violato, tema
quasi del tutto sottaciuto o assente, ma del corpo costretto a mostrarsi, un momento vissuto come una umiliazione
profonda.

Scrive Luciana Nissim:

Finita  la cerimonia del tatuaggio la prima delle mie
compagne viene fatta sedere su uno sgabello; una pettinatrice è accanto a lei,
e le taglia i capelli. Quella povera figlia è così terribilmente sorpresa, che
non può neanche piangere, ma noi vediamo con immensa pena cadere i suoi
riccioli uno ad uno, finché non resta che il suo povero cranio pelato,
tragicamente ridicolo nella sua nudità. Poi ella viene  completamente depilata, poi riceve una
spruzzata di un qualche disinfettante – e finalmente tocca alla successiva. Per
tutte è la stessa storia; io passo per ultima e, in omaggio alla mia qualità di
medico, i miei capelli vengono solo accorciati, non rasati. Il soldato va e
viene, ma non vede in noi delle donne: ormai siamo delle Häftlinge. Noi
siamo disperate, quasi tutte piangono: siamo nude e fa freddo.[27]

Le donne erano costrette a
confrontarsi anche con i problemi della maternità. Qui i destini delle
deportate non erano sempre uguali: per le donne ebree entrare in campo con i
figli piccoli in collo significava essere immediatamente condannate alla camera
a gas,[28]
identico era il destino che attendeva le donne che entravano in campo
manifestatamene incinte:[29] per
le SS era impensabile permettere la nascita di bambini ebrei destinati a
perpetuare la razza che si adoperavano a distruggere con ogni mezzo.[30]

Si legga quanto scrive Luciana Nissim:

So
che i vecchi e i bambini che arrivano qui sono condannati, e che la mamma che
ha un bambino in braccio, fosse pure la più bella, la più sana, la più forte
delle donne, andrà inesorabile in gas col suo bimbo.[31]

Se qualche donna riusciva a
mantenere segreta la propria gravidanza e a portarla a termine, si apriva uno
scenario comunque terribile: o la morte per entrambi, oppure la sopravvivenza
per la sola madre e la soppressione del bambino. Molte donne raccontano di
dottoresse ebree che aiutavano le donne 
a partorire, ma poi uccidevano esse stesse il neonato per salvare in
questo modo la madre.[32]

Medico nel Revier femminile di
Birkenau

I medici ebrei fin dal 1943 erano esclusi dalla morte
immediata e costituivano un gruppo relativamente privilegiato: godevano di una
cuccetta tutta per loro e in genere anche di vestiario più caldo. Luciana,
nella sua testimonianza scritta a ridosso del suo ritorno in Italia, si
sofferma abbastanza diffusamente sul suo lavoro di medico. Tali informazioni sono
state poi confermate nel corso delle interviste rese successivamente e
soprattutto sono corroborate da altre testimonianze di donne ebree che hanno
esercitato la professione di medico a Birkenau più o meno nello stesso periodo
e che come lei hanno poi pubblicato la loro
testimonianza, alcune immediatamente dopo la liberazione.[33]

È invece molto difficile ricostruire esattamente dove
fosse ubicata l’infermeria presso la quale 
Luciana prestava la sua opera, perché il Revier femminile era
stato spostato diverse volte, inoltre oggi quella parte di campo non esiste più
e di questo, nella sua visita a Birkenau nel 1992, la Nissim si stupì
moltissimo: non riusciva a trovare il «suo campo».

Secondo una credibile ricostruzione le baracche adibite ad
infermeria erano la 22, 23, 24, 25 e 26, situate nel settore BIa. Nel corso del
1943 quasi tutte le baracche di legno del settore BIa facevano parte
dell’ospedale. La baracca 25 era quella in cui venivano rinchiuse le
prigioniere selezionate per la camera a gas.[34]
Nell’autunno del 1944 l’ospedale femminile fu spostato nella parte di campo in
cui in precedenza erano rinchiusi gli zingari,[35] dopo
che questi ultimi erano stati eliminati.

Sia nella testimonianza di Sima Vaisman,[36] che
è stata medico ad Auschwitz più o meno nello stesso periodo, sia in una lettera
di Bianca Morpurgo a Luciana dell’ottobre 1946, si trova menzione di questo
trasferimento, ma quando esso avvenne  la
Nissim non era già più a Birkenau.

Nei Ricordi Luciana
descrive accuratamente la situazione del Revier, si sofferma sulle
malattie più diffuse e sul fatto che le dottoresse potevano fare molto poco per
alleviare le sofferenze delle donne che si ammalavano, perché non avevano
medicine né strumenti.

Nel passo che segue Luciana,
sebbene brevemente, accenna al processo inesorabile di disumanizzazione della
vita nel campo che coinvolgeva tutti, anche le dottoresse, e che portava tutte
le prigioniere a cercare di soddisfare i bisogni primari:

Uno
dei primi impegni medici che ho avuto era in un block di polacche e queste
polacche ricevevano dei bellissimi pacchi da casa. Allora, devo dire, che
facevo la visita medica più sovente a quelle che avevano avuto il pacco in quel
momento che stavano mangiando, che decentemente non potevano non darmi un
pezzetto di pane. Eh sì, lo so, facevo la mendicante. Questo qui direi che è il
massimo della prostituzione a cui sono arrivata. Sì, altre cose non ne ho
fatte. Non era bello neanche quello.[37]

A Birkenau Luciana assistette
all’arrivo in massa degli ebrei ungheresi, di cui ha conservato un nitido
ricordo.

Oh!
Quando in maggio sono arrivati gli ungheresi, hanno portato il treno in campo.
Allora noi dalle baracche vedevamo arrivare i treni. Perché prima quando c’era
una selezione o arrivavano i treni, c’era il blocksperre cioè, tutti dovevamo stare dentro le baracche. Quando
hanno portato i treni dentro vedevi che arrivavano i treni, uno dopo l’altro,
uno dopo l’altro.[38]

L’arrivo dei trasporti degli
ebrei ungheresi è drammaticamente rievocato anche in una delle pagine, a mio parere,
più incisive dei Ricordi:

Erano sempre i bambini che guardavano fuori – i bambini… Si sentivano
talora i loro pianti nella notte, quando scendevano dai trasporti, e faceva
freddo, era buio, anche se tutt’intorno riflettori sinistri illuminavano il
campo. Si sentivano gridare nella notte «Mamma!», «Mammina!» in tutte le
lingue, e pareva di poter percepire anche il bisbiglio di risposta, nel
silenzio rotto dalle grida di paura e dai comandi militari, pareva di udire le
voci affettuose delle mamme, che cercavano di rincuorarli. Di giorno, quando
arrivavano coi trasporti, guardavano fuori. Il lungo treno si fermava, gli
uomini cominciavano a scendere… ed ecco che ogni uomo diventava un papà, che
subito si dimenticava di sé per preoccuparsi solo del suo bambino, lo prendeva
affettuosamente in braccio, lo calava lentamente dal treno, per non fargli
male, lo teneva per mano – e certo gli diceva «Su, non temere, sei col tuo
papà, vedrai che non ti capiterà nulla di male», ma subito gli SS separavano il
papà dal suo bimbo, lasciavano il bimbo colle donne, e così era finita, il
bimbo era condannato.[39]

Luciana vide da lontano il fumo e
le fiamme dei crematori e non si fece illusioni sul loro significato: per
questo quando arrivavano i trasporti di italiani era lei stessa spesso a
svelare alle nuove arrivate la realtà del lager.

Assiste alle selezioni, come
medico, ma non spetta a lei il compito di selezionare, ossia di condannare a
morte quelle donne che oramai sono troppo malate per essere utili come forza-lavoro,
tuttavia conosce assai bene i meccanismi del campo e del Revier, per questo  Luciana si affretta a cercare di far uscire
dall’infermeria Giuliana Tedeschi: teme una selezione;  le donne medico si trovano a vivere in
una  sorta di vicinanza con i "carnefici",
nell’impossibilità di alleviare le sofferenze delle compagne di sventura.

 

Un altro trauma: la partenza per Hessich 
e l’abbandono di Vanda

Alla fine di agosto del 1944 a Luciana venne offerta la
possibilità di uscire da Birkenau: c’era bisogno di una dottoressa in un
sottocampo dipendente da Buchenwald dove lavoravano circa mille ebree
ungheresi. Luciana pensa che qualsiasi cosa sia meglio che restare a Birkenau e
partì. Ma sicuramente fu doloroso per lei lasciarsi indietro Vanda, che, sfinita
dal lavoro all’aperto e dalle condizioni terribili del Lager deperiva ogni
giorno di più:

D. E la tua
amica Vanda?

R.
Eh, la mia amica Vanda andavo a vederla ogni sera. Veramente, Vanda è stata una sommersa subito. Le si sono gonfiate le
gambe, si trascinava a stento. Le gambe gonfie, le piaghe, gli zoccoli. Non si
lavava. Mentre io tutti i giorni ho cominciato subito in quarantena, a imparare
il tedesco e a andarmi a lavare. Lavarsi era difficilissimo, perché andavi nel
blocco delle toilette, dove ti picchiavano perché loro erano sempre lì che
pulivano, quindi, insomma, non dovevi né lavarti né sporcare. E invece io
andavo a lavarmi, e l’acqua fredda nel gennaio e nel febbraio polacco… Ecco,
lavarsi e imparare il tedesco era veramente un modo di mantenere un minimo di
coerenza con se stessi.

Al ritorno Luciana saprà da
Bianca Morpurgo, una dottoressa triestina che era rimasta a Birkenau fino
all’ultimo, che Vanda era stata selezionata in una delle ultime gassazioni
avvenute nel novembre del 1944. Chiamerà Vanda la bambina che nacque nel 1947 e
che non è vissuta e negli ultimi giorni di vita ripensava spesso a quella
bambina morta subito, o forse, era all’amica morta nell’inferno di Birkenau che
andava il suo pensiero.

Tornata a casa nel luglio del
1945, Luciana scrive una delle più precoci testimonianze sul Lager: pubblica,
infatti, nel 1946 Ricordi della casa dei
morti,
poi il silenzio, ma Auschwitz resta, per così dire sotto traccia,
filo invisibile che ritorna, nella corrispondenza con le ungheresi e poi più
prepotentemente, dopo la morte di Primo Levi, quando Luciana ritorna ad
assumersi l’onore della testimonianza ed inizia quel processo che Silvia
Giacomoni ha definito di "cognizione del dolore".

 

 

 

NOTE:

____________________________

[1] Cfr. Alessandra Chiappano, Luciana Nissim Momigliano: una vita, Giuntina, Firenze 2010, p. 75,
ma anche L. Nissim Momigliano, Ricordi della casa dei morti e altri scritti, Giuntina, Firenze 2007,  p. 87.

[2] Cfr. Irena Strzelecka,  Women
in Auschwitz Concentration Camp
p. 175, 
in Auschwitz 1940-1945 Central Issue
in the history of the camp
5 voll., Auschwitz-Birkenau State museum,
Oswiecim 2000.

[3] Irena Stzelecka, op. cit. p. 180.

[4] Rudolf Hoss, Comandante ad Auschwitz,
Einaudi, Torino 1997³, p. 119.

[5] Per una sintesi su questo tema si veda Brunello
Mantelli, Deportazione dall’Italia,
in Enzo Collotti, Frediano Sessi, Romano Sandri (a cura di), Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della Liberazione,  Einaudi, Torino 2000, pp. 124-140. Per quanto
concerne le deportazioni femminili i dati non sono completi, tuttavia appare
verosimile che si tratti di 6.881 donne, comprese le donne slave e rodiote. Di
queste le donne ebree sono 4.217. Su questo aspetto si veda L. Picciotto Il
Libro della memoria
, Mursia, Milano 2002² e L. Picciotto, Donne ebree in
Italia di fronte alla Shoah
. Prime note, in Donne nella storia
degli ebrei d’Italia
, a cura di Michele Luzzati e Cristina Galasso,
Giuntina, Firenze 2007, pp. 483-505.

[6] Anna Bravo infatti menziona 140 scritti sulla
deportazione al maschile, ma solo 20 al femminile. Anna Bravo – D. Jalla, Una
misura onesta
, ANED-Consiglio
Regionale del Piemonte-Franco Angeli, Milano 1994. E’ interessante però
notare che, tra gli scritti pubblicati nell’immediato dopoguerra, solo uno era
di un uomo, Primo Levi, e cinque erano di donne ebree: Frida Misul, Giuliana
Tedeschi, Luciana Nissim, Liana Millu, Alba Valech Capozzi.

[7] Sul tema delle deportazioni femminili si tenne a
Torino, nel 1994, grazie all’impegno di Bruno Vasari e dell’ANED,  un importante convegno, i cui atti furono
pubblicati nel 1995 – cfr. La
deportazione femminile nei lager nazisti,
a cura di Lucio Monaco,
ANED-Consiglio Regionale del Piemonte-Franco Angeli, Milano 1995. Ad oggi  resta uno dei pochi volumi che si trovano
sull’argomento in lingua italiana. Vanno altresì ricordati Deportazione e
memorie femminili
, a cura di Bruna Bianchi, Unicopli, Milano 2002,  e Giovanna De Angelis, Le donne e la
Shoah,
Avagliano, Roma 2007 e A. Chiappano (a cura di) Essere donne nei Lager, Giuntina, Firenze 2009.

[8] Va tuttavia ricordato che il primo storico ad
aver compreso il ruolo particolare che le donne ricoprivano è stato lo storico
ebreo polacco Emmanuel Ringelblum che, nel raccogliere informazioni e racconti
scritti sulla situazione degli ebrei rinchiusi nei ghetti nazisti, decise di
dedicare una specifica sezione dei suoi archivi alla vita delle donne. Cfr.
Samuel D. Kassow, Chi scriverà la nostra
storia?
Mondadori,
Milano 2009.

[9] Cfr. Esther
Katz – Joan Ringelheim, Proceedings of
the Conference of women Surviving the Holocaust
, The Institute for Research
in History, New York 1983.

[10] Esther Katz – Joan Ringelheim, op. cit., p. 24.

[11] Esprime vivaci critiche nei confronti della
ricerca "femminista" della Ringelheim la scrittrice Cynthia Ozick.

[12] Dalia Ofer – Leonore J. Weitzman, Donne nell’Olocausto, Le Lettere,
Firenze 2001, p. 380.

[13] Marlene Heinemann, Gender and destiny: women writers and the
Holocaust
, Greenwood Press, Westport, Connecticut 1986.

[14]Sybil Milton, Women and the Holocaust:
The case of gGerman and German-Jewish women
in
Carol Rittner – John K. Roth, Different
Voices,
Paragon
House, St Paul, Minnesota 1993.

[15]Myrna Goldenberg , Different
Horrors same hell: women remembering the Holocaust
, in Roger Gottlieb (a
cura di), Thinking the unthinkable:
Meanings of the Holocaust
, Paulist Press, New York 1990, pp. 150-66 e Myrna
Goldenberg, Food talk: gendered responses
to hunger in concentration camps
, in Elizabeth Baer e Myrna Goldenberg (a
cura di), Experience and expression.
Women, nazi and the holocaust
, Wayne State University Press, Detroit 2003.

[16] Myrna Goldenberg, Testimony, narrative and nightmare: the
experience of Jewish women in the Holocaust
in Maurie Sachs (a cura di), Active voices, women in Jewish culture,
University of Illinois Press, Urbana 1995, pp. 94-106.

[17] Sybil Milton, in Different voices, cit., p. 229.

[18] M. Heinemann, Gender and destiny,
cit., p. 110.

[19] Pascale Rachel Bos, Women and
the Holocaust: Analyzing gender difference
in Elisabeth R. Baer e Myrna
Goldenberg (a cura di), Experience and expression.
Women, the Nazis, and the Holocaust
, cit., pp. 23-50.

[20] Joan Ringelheim, Women and Holocaust. A
reconsideration of research
, «Sign» 10, n. 4 (1985), pp. 741-761.

[21] Oltre al già citato volume curato da Carol
Rittner e John Roth, Different voices,
vale la pena di citare Joshua Eibeshitz-Anne Eilenberg-Eibeshotz (a cura di), Women in the Holocaust. A collection of testimonies, 2 voll., Remember, New York, 1993 e Brana Gurewitsch, (a cura di), Mothers, Sisters, Resisters. Oral history of
women who survived the holocaust,
The University of Alabama Press,
Tuscaloosa and London 1998.

[22] Raul Hilberg, Carnefici,
vittime, spettatori
, Mondadori, Milano 1994, p. 125.

[23] Anna Rossi-Doria, Storia della shoah e storia di genere in "Passato e Presente" 58,
gennaio-aprile 2003, anno XXI, pp. 141-156.

[24] Questo elemento è stato individuato da Anna
Bravo, in particolare nell’articolo Italian
women in the nazi camps.
Aspects of identity in their
accounts
in «Oral
History Journal», vol. 13, n.1 1985, pp. 20-26. E’ indicativo inoltre che il primo scritto di Giuliana Tedeschi, sulla sua
esperienza a Birkenau, pubblicato nel 1946, avesse come titolo Questo povero corpo.

[25] E’ un tema particolarmente presente in Giuliana
Tedeschi, sia in Questo povero corpo,
cit., sia in C’è un punto della terra,
Giuntina, Firenze 1988; ma in realtà le ricorrenze su questo tema sono
infinite. Anche Lidia Beccaria Rolfi nel suo bellissimo scritto L’esile filo della memoria. Ravensbrück 1945 ritorno alla libertà,
cit.,in cui ricostruisce la liberazione e il suo ritorno dal Lager, dedica
pagine intense legate al lento riappropriarsi del proprio corpo e al sentirsi
nuovamente donna. Per un approfondimento sulla figura di Lidia Beccaria Rolfi e
in particolare su L’esile filo della
memoria
si veda Bruno Maida (a cura di),
Un’etica della testimonianza. La memoria della deportazione femminile e Lidia
Beccaria Rolfi
, Consiglio Regionale del Piemonte – ANED – Centro Studi
amici del Triangolo Rosso-Franco Angeli Milano1997 in particolare le pp. 43- 47
in cui Bruno Maida definisce liriche
le pagine della Rolfi; si veda inoltre B. Maida, «Non si è mai ex deportati». Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi,
cit.

[26] Cfr. su questo ad esempio la testimonianza di
Arianna Szörényi che aveva solo 11 anni e che ricorda il disagio della propria
madre: "E lì, quel giorno, ci hanno fatto spogliare completamente nudi, e qui
mi ricordo soprattutto l’imbarazzo della mamma." CDEC, Arianna Szörényi, intervista di Liliana Picciotto, 8 aprile 1992,
p. 16.

[27] Cfr. Ricordi,
p.

[28] Da un punto di vista cronologico occorre tenere
presente che la politica antiebraica nazista conobbe fasi distinte: dal 1933
fino al 1939 il regime, dopo aver allontanato gli ebrei dall’economia e più in
generale dalla vita sociale, praticò una politica di emigrazione forzata. Nel
1939, con la guerra e l’occupazione della Polonia, furono istituiti i
ghetti  (una soluzione evidentemente
transitoria), infine nel 1941 con l’operazione Barbarossa presero avvio sia le
uccisioni di massa, sia le prime sperimentazioni con il gas. Il ricorso a
camere a gas fisse, dopo una serie di sperimentazioni, fu attuato su larga
scala a partire dalla fine del 1941 quando furono aperti i VL di Chelmno,
Belzec, Sobibor e Treblinka. Nel corso del 1942 iniziarono anche nel comprensorio
di Auschwitz le prime gassazioni di massa. Per questi aspetti si veda Brunello
Mantelli, I campi di sterminio in, Storia della Shoah. La distruzione degli
Ebrei,
a cura di Marina Cattaruzza, Marcello Flores, Simon Levi Sullam,
Enzo Traverso, vol. II, UTET, Torino 2005, pp. 537-559. Sul processo
decisionale Peter Longerich, The
unwritten order,
Tempus, Stroud 2005, e Ian Kershaw, Il ruolo di Hitler nell’Olocausto, in  Storia della Shoah.  La
distruzione degli Ebrei,
vol. II, UTET, Torino 2005, pp. 75-105.

[29] I contorni della questione appaiono diversi a
seconda che ci si riferisca al contesto orientale o a quello occidentale.
All’Est dove furono istituiti i ghetti, le donne ebree si trovarono ben presto
nella condizione di dover scegliere se staccarsi dai loro bambini, per
sottrarli alle condizioni di vita durissime del ghetto prima, e alle Azioni di liquidazione in seguito,  collocandoli, 
non senza rischi, presso famiglie disposte ad accettarli, spesso in
cambio di denaro. Va detto subito che tale scelta fu in realtà appannaggio di
un numero relativamente esiguo di persone: occorreva avere denaro, conoscenze e
avere chiara la percezione del pericolo incombente.

Diversa era la situazione rispetto al concepimento, sarebbe interessante
vedere le statistiche sulla natalità per capire se l’oppressione e il clima di
violenza avevano spinto gli ebrei ad avere meno bambini. Ad Ovest, dove non
furono istituiti i ghetti, gli ebrei si dovettero immediatamente confrontare
con le deportazioni. Anche in questo caso furono individuate delle  vie di salvezza, che ebbero risultati diversi
da nazione a nazione. Tuttavia furono moltissime le famiglie che furono
deportate nella loro interezza.

[30] Ecco che cosa affermò su questo il dottor
Mengele, medico capo ad Auschwitz secondo il racconto di Sara Nomberg-Przytyk, Auschwitz,
true tales from a grotesque land,
Chapel Hill, North Carolina1985, p. 69:
"Quando un bambino ebreo nasce o quando una donna arriva al campo con un
bambino non so cosa fare del bambino. Non posso lasciarlo libero perché non ci
sono più ebrei che vivono in libertà. Non posso lasciare che il bambino cresca
nel campo perché non ci sono le condizioni perché il bambino possa crescere
normalmente. Non sarebbe umano inviare il bambino ai forni senza permettere
alla madre di essere testimone della morte del suo bambino. Questo è il motivo
per cui mando alle camere a gas sia la madre che il bambino".

[31] Cfr. Ricordi,
p. 

[32] Su questo si veda Ruth
Elias, op. cit.,  pp. 160-172;
cfr. anche Olga Lenygel, op. cit., 
pp. 113-115. e L. Nissim, in Ricordi: "Sporadicamente, venivano
gettate in gas le donne ebree incinte: i soldati SS dicevano alle nuove
arrivate: Se qualcuna di voi aspetta un bambino, lo dichiari e noi le
assegneremo un lavoro più leggero, le daremo un vitto più nutriente. Le donne
che aspettavano un bambino lo dichiaravano… e i soldati le mandavano in gas.
Ma a poco a poco questo trucco non ebbe più effetto, le donne incinte
nascondevano la loro condizione, e lavoravano coraggiosamente finche era loro possibile; poi
venivano in Revier e il bimbo
nasceva. Ma a Birkenau non era
permesso a un bambino ebreo di venire al mondo; se i tedeschi l’avessero
saputo, l’avrebbero mandato in gas colla sua mamma. Poiché la mamma doveva
continuare a vivere, c’era qualcuno che aspettava a casa il suo ritorno… le
dottoresse del Revier uccidevano il
bambino, senza che i tedeschi sapessero che era nato. Nella mia baracca, la
dottoressa in capo uccise così due bambini neonati: nessuno, oltre noi, ne
seppe nulla. Le due donne erano da tempo rassegnate a questa soluzione; ma come
fu loro difficile, quando il bimbo, ecco, era vivo, e voleva il latte, come fu
difficile lasciarlo morire!". Questa descrizione della Nissim collima
perfettamente con quanto scrive Olga 
Lengyel.

[33]Cfr. Olga Lengyel, Five Chimmeys,
Academy Chicago Publishers, Chicago 1995; Gisella
Perl, I was a doctor in Auschwitz,
International Universities Press, New York 1948; Lucie Adelsberger, Auschwitz. A Doctor’s Story, Northeastern University Press,
Boston 1995.

[34] Sima Vaisman scrive: «Nel campo di Birkenau il blocco 25 è un blocco di
condannate a morte. Le selezionate vi vengono portate, rinchiuse e ben
sorvegliate da una SS e dal personale del blocco, con una blockowa in testa che le picchia, le priva del cibo, rifiuta loro
un po’ d’acqua da bere» Sima Vaisman, L’inferno
sulla terra. La testimonianza di una dottoressa deportata ad Auschwitz
,
Giuntina, Firenze 2004, p. 36.

[35]Dal 26 febbraio 1943 al 21 luglio 1944 circa
22.000 zingari tra uomini, donne e bambini, furono internati a Birkenau nel
settore BIIe detto Zigeunerfamilienlager. Il 2 agosto 1944 vi si
trovavano ancora 3000 zingari che furono gassati.

[36]«I lavori di risanamento durarono tutta l’estate e
quando furono terminati i tedeschi "liquidarono" il campo degli zingari che si
trovava a 300 metri dal nostro. È là che fu trasferito il Revier, di nuovo in
blocchi neri, sporchi, senza acqua, senza condutture» S. Vaisman, op. cit.,
p. 38.

[37]L. Nissim, videointervista, 17 luglio
1995, CDEC, ADM, cit., p. 28.

[38] L. Nissim, videointervista, 17 luglio
1995, CDEC, ADM, cit., p. 29.

[39]L. Nissim Momigliano, Ricordi, cit., pp. 64-65. Una descrizione analoga e altrettanto
toccante si trova nel volume di Sima Vaisman: «I treni si susseguono senza
sosta riversando sulla rampa migliaia di persone. Una scelta rapida viene fatta
dal medico del campo quando scendono dal treno. Le domeniche un’orchestra
suona. Qualche donna e uomo giovani e ben portanti vengono separati e mandati
ai bagni. Sono i "fortunati, quelli che sono stati scelti per la "vita" di
prigioniero con tutta la miseria, la fame, l’umiliazione, la morte lenta nella
più grande promiscuità. Gli altri vengono mandati verso le camere a gas, i
forni.. e, davanti al nostro blocco, a volte sotto un sole cocente, passano,
scorrono ondate di gente, giovani donne con loro bambini in braccio, donne che
durante il percorso danno ancora il loro seno pieno di vita, pieno di linfa
perché i bambini non piangano…Alle gonne si attaccano i bambini che sanno già
camminare, bambini bellissimi, bruni e biondi, con i riccioli che ondeggiano
nel vento; le bambine hanno grosse trecce» S. Vaisman, op. cit., pp. 42-43.