Paesologia borderline

Franco Arminio è un poeta che scrive per lo più in prosa. L’ho conosciuto in aprile a Bisaccia, Irpinia, dove ha casa. Era taciturno, io pure. Gli avrei voluto chiedere dei paesi, ma il paese era lì, non c’era che da starci dentro, seduti su un gradino di cemento. Il suo ultimo libro, “Geografia commossa dell’Italia interna”, è uscito in maggio per Mondadori: leggerlo fa bene. Ha avuto riconoscimenti e numerose recensioni positive, una su Repubblica, una sul Manifesto dove ogni tanto Arminio scrive un pezzo. L’ultimo lo ha scritto per il gravissimo incidente sulla Napoli – Bari: bisognerebbe leggere anche quello. Come si può ricordare chi non si è conosciuto? Come si possono dire parole colme del silenzio che si deve ai morti? Lui ci riesce. Ha scritto per i terremotati de L’Aquila e per quelli dell’Emilia. Fra i tanti modi per prestare soccorso, la poesia è particolarmente efficace perché mentre i discorsi sono “come gomme lisce sulla neve” soltanto la poesia “ha le catene” (112).

foto di Mario Donderofoto di Franco ArminioFranco Arminio si è inventato la paesologia, la disciplina dei paesi, il discorso sui paesi: un po’ come l’urbanistica, ma più indisciplinata, più affettuosa e forse più urbana. Il paesologo va in giro, fotografa dettagli, ascolta la gente, sente il tempo scorrere, prende appunti, torna a casa, scrive: “Uscire di casa come se il mondo stesse dormendo, muoversi cercando di non disturbarlo. Uscire di casa per leggere il mondo, tornare a casa per scriverlo” (124). Ha pietà per i paesi come il poeta ha pietà per gli uomini. Non dice cosa fare per i paesi in abbandono ma come. L’impegno civile per il recupero della dignità dei luoghi si mescola allo sguardo poetico, uno sguardo che va dentro alle cose e se ne tira fuori. Senza questo particolare sguardo, che aggiusta la distanza nella scrittura e nella fotografia, il discorso si farebbe campanilistico, soffocante, nostalgico e regressivo: “l’infiammazione della residenza” è il guaio da evitare. Il rischio è di oscillare fra la sagra e l’apocalisse.

E invece il discorso si apre, ci apre. In un mondo dove “la bontà non prende, non c’è campo”, si pongono le basi per un’ antropologia del rispetto, dell’attenzione per agli altri e dell’affetto per i luoghi, si pensa a un’economia fondata sul riutilizzo della bellezza: “siamo animali che si scambiano gentilezze”, possiamo essere “contadini del sacro”.

Le generazioni future dovranno svuotare il mondo dalle cose delle quali lo abbiamo riempito. Arminio sembra prospettare la poesia come esercizio ecologico, arte di dire molto con poco, spazzino del linguaggio, sentinella all’avanzare del nulla: “credo alla lingua, credo al dovere di dar forma a questo temporale che porto nelle vene” (124). Poesia quale percezione, poesia quale lavoro del corpo: “metto il muso sotto le parole, cerco la terra che c’è sotto, l’aria che c’è sopra” (107). Le parole tornano a essere cose vive: il poeta ha della lingua un senso animale, sta sulla pagina come un cinghiale nel bosco.

foto di Mario Donderofoto di Franco ArminioVale davvero la pena di leggere i suoi libri – “Vento forte tra Lacedonia e Candela” (Laterza, 2008); “Cartoline dai morti” (Nottetempo, 2010), “Terracarne” (Mondadori 2011) – che si iscrivono, con accenti di forte originalità, in una tradizione letteraria italiana, da Pavese a Pasolini, da Silone a Carlo Levi. Eccentrico e svagato come Walser, concentrato come Pasolini, ipocondriaco come Berto, schivo come chi non sta a gracidare il suo nome nello stagno, Arminio cammina nei paesi e nel linguaggio sentendosi un “pescatore di montagna”: pesca facce, storie, gatti, infissi, insegne. E’ un pescatore di montagna, sta sul bordo. Ha capito che non si arriva mai a se stessi e che i luoghi, come le persone, possono essere attraversati, mai raggiunti; che la letteratura, come la vita, si svolge sui confini. Dunque non resta che prendersi cura della malattia ma senza che questo prendersi cura diventi una nuova malattia, uscire, andare, “guardare le vacche, i cavalli, guardare le spine, le foglie, i ruscelli, guardarli senza pensare che non siano altro che spine, foglie, ruscelli, non commerciare col silenzio, con la pace, stare sul bordo, omettere il centro, attraversarlo senza fermarsi”. Uno solo, la morte, è il centro possibile della nostra vita: “dunque fin quando siamo vivi è solo questione di orlo, di bordo, di confine” (8).

 

Agosto 2013

 

NOTA. Le citazioni sono tratte da “Geografia commossa dell’Italia interna”, Mondadori, Milano, 2013.

Ringrazio Francesco Ventura, Ordinario di Urbanistica all’Università di Firenze, i suoi studenti e Giancarlo Pradelli, eccezionale fotografo di luoghi, che mi hanno portata con loro a conoscere Arminio e i paesi dell’Irpinia sopravvissuti ai terremoti, ai sindaci e agli architetti.