Ricordo di Francesco Orlando

«Un critico
freudiano non psicoanalitico»: così una volta Francesco Orlando è stato
presentato in Francia in occasione di  un convegno; una definizione in cui si riconosceva, perché lo
differenziava dalla tendenza a lungo dominante negli studi di psicoanalisi
della letteratura: quella applicazione "selvaggia" che consiste essenzialmente
nello psicoanalizzare l’autore, con una confusione fra vita ed opere, o,
peggio, nello psicoanalizzare i personaggi letterari, come se fossero persone
reali.  L’approccio di Orlando era in
effetti radicalmente diverso: tutto concentrato sul testo e sui suoi meccanismi
retorici e ispirato da una conoscenza massiccia e profondissima dell’intera
opera di Freud nella lingua originale. Del resto, l’esperienza  "sul lettino" gli aveva consentito una conoscenza
non solo intellettuale del metodo analitico.

Il primo
contatto con l’universo della psicoanalisi venne a Orlando da Alessandra Wolff,
psicoanalista freudiana di origine lettone, che aveva studiato a Berlino negli
anni Venti, e che nel dopoguerra è stata, come è noto, fra le animatrici della
rinascita della SPI. Wolff aveva sposato Tomasi di Lampedusa nel 1932, ma si
era trasferita a Palermo solo nel 1943. Orlando è stato allievo privato del
principe di cui ha scritto un intenso ricordo. Ha vissuto la genesi del suo
capolavoro, Il Gattopardo (ne aveva
steso sotto dettatura la prima versione), a cui ha dedicato, vari decenni dopo,
un importante saggio critico. Questo ambiente ricco di suggestioni culturali è
stato evocato qualche anno fa nel film di Roberto Andò, Il manoscritto del principe: un film che varrebbe la pena rivedere
ora, dopo che il romanzo  giovanile di
Orlando, nato da quell’ambiente e in quel periodo, La doppia seduzione, svariate volte rivisto e riscritto, è stato
pubblicato pochi mesi fa (fra l’altro, pochi giorni fa è morto il grande attore
francese che impersonava Orlando nella sua maturità, Laurent Terzieff, il
Centauro della Medea pasoliniana).
Non vorrei soffermarmi sul romanzo, sulla sua valutazione letteraria o sul
valore simbolico (in senso non solo freudiano) di una pubblicazione negata e
rimandata per una vita intera e finalmente realizzata, dopo un primo assai
compromissorio contratto postumo, pochi mesi prima della morte. Vorrei solo
sottolineare, in questa sede, che è un romanzo animato dalla teoria freudiana
sul fondo bisessuale dell’inconscio umano e su una visione non essenzialista
della sessualità umana.

Orlando ha
avuto un’attività di studioso assai intensa e prolifica. Freud vi appare già
nei primi lavori di francesista, soprattutto nella monografia Infanzia, memoria e storia da Rousseau ai
romantici, ripubblicata dall’editore Pacini nel 2007 (con una postfazione
di Sergio Zatti), in termini ancora psicologistici, ma con l’intuizione chiara
che si possa delineare una logica del sogno. «La psicoanalisi ha riscattato
l’irrazionale umano dalla sua stessa definizione privativa, e dunque,
potenzialmente, l’espressione metaforica o poetica da ogni più o meno mistica
ineffabilità». Questa posizione anti-idealistica e anticrociana che leggiamo
nell’Introduzione ci fornisce una chiave preziosa: si può affermare senza ombra
di dubbio che tutta la produzione critica e teorica di Orlando è retta da una
fiducia ferrea nella possibilità  – che
diventa necessità etica – di interpretare la letteratura e le arti (e in
particolare quella da lui più amata, la musica, solo apparentemente asemantica):
nella loro "effabilità". La sua straordinaria tensione ermeneutica ha sempre
avuto nel razionalismo di Freud la fonte di ispirazione primaria.

Questi presupposti animano il ciclo di saggi
freudiani apparso per Einaudi: Lettura
freudiana della "Phèdre"(1971), Per
una teoria freudiana della letteratura (1973), Lettura freudiana del «Misanthrope» e due scritti teorici (1979), Illuminismo e retorica freudiana (1982),
più volte aggiornati, ristampati e accorpati, come parti di un unico progetto
unitario. Seguendo un suggerimento di Ernst Kris, Orlando ricerca il contributo
di Freud all’estetica non tanto nelle sue letture di testi letterari e di opere
d’arte, ma nel saggio Il motto di spirito
e la sua relazione con l’inconscio, in cui il padre della psicoanalisi si
misura con il linguaggio e con la retorica. A differenza del sogno e del
lapsus, puramente privati e non comunicativi, il Witz è un’emergenza dell’inconscio che, come la letteratura, è
destinata alla comunicazione pubblica, e a una comunicazione il più possibile
efficace: è in fondo una forma di letteratura minore, generalmente orale e performativa.
Partendo da questo testo, si delinea, attraverso la lettura ravvicinata di due
classici del teatro francese, una teoria freudiana della letteratura
sistematica e complessiva, ad ampio raggio, che sfrutta i risultati della
neoretorica semiologica per individuare le diverse situazioni con cui i testi
suscitano nei loro destinatari un «ritorno del represso» (termine preferito a
«rimosso», perché di natura sociale e non individuale), tanto a livello di
forma espressiva, quanto a livello di tematiche. Con questa immane impresa
teorica Orlando si configura  come uno
dei pochi (se non l’unico) teorico della letteratura italiano che abbia concepito
un proprio sistema originale sia riuscendo a far dialogare in modo proficuo la
linguistica, lo strutturalismo e la psicoanalisi sia dimostrando la
produttività di categorie freudiane come la formazione di compromesso.
Quest’ultima, in quanto manifestazione semiotica unitaria che fonde istanze
contraddittorie, è particolarmente adatta a dare espressione alla polisemia del
discorso letterario. Il raggio di applicazione della psicoanalisi alla
letteratura si allarga quindi considerevolmente, andando oltre le consuete tematiche
morali e comportamentali, investendo l’ambito del represso razionale (il
«superato») e quindi del soprannaturale (fondamentale in questo l’apporto di Ignacio
Matte Blanco) di cui Freud si era occupato nel suo saggio più bello dedicato
alla letteratura, Sul perturbante.

Questa prospettiva culmina nell’opus magnum di Orlando, che mostra un’impressionante padronanza
delle letterature occidentali: Gli
oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia,
luoghi inabitati e tesori nascosti (Einaudi 1993, apparso in inglese per
Yale University Press; è imminente la pubblicazione della traduzione francese).
È un grande saggio di critica tematica, dedicato alla fascinazione che la
letteratura ha sempre mostrato nei confronti degli oggetti non (più)
funzionali, delle antimerci, presentando il negativo fotografico delle culture
da cui promana, il rovescio della medaglia dei tanti miti di produttività e
progresso. Anche qui gli echi di Freud sono innumerevoli (soprattutto del Disagio della civiltà), intrecciati
alla ripresa di Marx e del famoso incipit del Capitale sul mondo come mostruosa raccolta di merci.

Per tutta la sua vita Francesco Orlando ha perseguito
il suo progetto teorico con tenacia e con rigore estremi, rifiutando ogni forma
di moda culturale. La sua posizione è stata ed è un buon antidoto a un certo
irrazionalismo che domina in tanta cultura e filosofia contemporanea e non poco
anche nella psicoanalisi. Il suo era talvolta un atteggiamento combattivo che
si scagliava soprattutto contro autori oggi di grandissimo successo, come
Barthes e Benjamin, da lui poco amati per lo stile aforistico e frammentario e
per il vezzo di mischiare scrittura saggistica e scrittura creativa: un
atteggiamento in cui talvolta sembrava quasi di avvertire qualcosa di un
personaggio letterario che gli era caro, Don Chisciotte. In questa coerenza
granitica c’è tutta la sua grandezza, ma anche il suo limite: l’essersi chiuso
al dialogo con la cultura contemporanea, con tutto quello che si è prodotto
dopo gli anni Settanta. Eppure la sua visione quantitativa della letterarietà
(qualcosa che si può trovare in gradi diversi un po’ dovunque), se portata alle
estreme conseguenze e se applicata a opere fuori dal canone, avrebbe permesso
un dialogo con le pratiche multiformi del postmoderno e con l’incrinarsi dei
confini fra alto e basso.

Se talvolta le sue tassonomie, la sua sistematicità
(tratto squisitamente caratteriale), la sua organicità possono suonare
eccessive o desuete, la sua straordinaria tensione ermeneutica non finirà mai
di contagiare i lettori. Essa è frutto di una passione rara, divorante e totalizzante,
per la letteratura: chi ha avuto la fortuna di toccarla dal vivo, nelle
lezioni, nei seminari, nelle conversazioni private, non potrà mai dimenticarla.

Massimo Fusillo

12 luglio 2010