Ricordo di Paola Molone

molonePaola Molone ci ha lasciato, il 18 febbraio 2016.

Il cestello con i peperoncini rossi è ancora lì, nella mia cucina, a ricordarmi il gusto  di Paola per i sapori autentici, la sua sapienza  profonda e il suo tocco elegante.  Paola era abitata da una emotività ardente e viva,  che la metteva rapidamente in contatto con chi le stava accanto;  preferiva l’atmosfera quieta dei piccoli gruppi a un ambiente  più vasto, si rammaricava a volte di non essere sciolta nell’esprimersi in pubblico. Ma,  quando parlava, nelle sere al Centro di Milano e nei tanti gruppi ai quali aveva partecipato,  le sue parole venivano da lontano e portavano con sé la scia di  studi classici profondi,  della passione con cui praticava il mestiere di psicoanalista, dell’interesse vero per l’umanità. Aveva fatto il liceo  classico al Parini di Milano, dove si era trasferita provenendo dalla sua Toscana: a Firenze era nata e per qualche anno aveva vissuto a Livorno.  Aveva portato con sé  l’accuratezza della lingua  e  un rigore gentile sia nell’esprimersi,  sia nello scrivere.  Amava profondamente la sua terra d’origine e la sua casa alla Merlotta, vicino a Lucca, dove passava ogni momento libero, tessendo affetti  con la famiglia e con gli amici, contemplando le sue rose e i suoi limoni.

 A Milano aveva  fatto il suo training di psicoanalista,  lavorando per  vent’anni nelle istituzioni pubbliche, prima  all’Ospedale  Psichiatrico  Provinciale Paolo Pini e successivamente nei servizi territoriali della Regione (come membro dell’equipe del Cento Psicosociale 5), con compiti di consultazione e psicoterapia a orientamento analitico.  Parlava con fierezza di quel periodo  e aveva continuato nella sua pratica privata  a affrontare con coraggio e senza risparmiarsi  le situazioni più complesse. Si  era  interessata dal punto di vista teorico e clinico del setting, dell’assetto mentale dell’analista, dell’approccio relazionale in psicoanalisi. Insieme ad alcuni colleghi con i quali aveva  lavorato per molti anni in un gruppo di studio, aveva  pubblicato sulla Rivista di Psicoanalisi due lavori su questi temi: G. Fiorentini, G. Frangini, P. Molone, M. Mori Ubaldini, A. Robutti, Dalle regole del setting all’assetto mentale dell’analista nel 1995; G. Fiorentini,  G. Frangini,  P. Molone, M. Mori Ubaldini, A. Robutti, V. Savoia, L’inconscio nelle prospettive relazionali nel 2001. E’ stata membro del Direttivo del Centro Milanese di Psicoanalisi, come responsabile del servizio clinico per adulti, dal 1990 al 1994, dando a questo compito una impostazione che ha fatto da guida ai colleghi anche negli anni successivi. E’ stata  redattore della Rivista di Psicoanalisi dal 1997 al 2004. Aveva  coordinato in anni più recenti un attento studio sulla qualifica a Membro Ordinario, lasciandoci una piccola, ma preziosa pubblicazione.

Non so né come né quando ho incontrato per la prima volta Paola .  Era arrivata prima di me alla SPI, ma il nostro rapporto divenne più fitto  quando con Viviana Savoia e Anna Ferruta preparammo  il lavoro per l’ordinariato.  Diventammo amiche a poco a poco, in un crescendo di intensità, di libertà, di abbandono  fino  al taglio terribile che la sua morte improvvisa ha sancito. Mi è difficile parlare di lei al passato, i verbi non tornano.  Posso cercare di ricordare, di rievocare, ma mi accorgo che ancora una volta ho lei come editor.  Era, quello editoriale,  un lavoro che amava e in cui ha saputo mettere a frutto  una sapienza mai esibita,  frutto di  rigore intellettuale e di una curiosità  mai spenta per  il sapere,  per le lettere, per le pubblicazioni scientifiche, per l’ascolto musicale. Ancora  la vedo, sulle scomode poltrone della sala grande del Conservatorio di Milano, quando mi aspettava la sera per i concerti del Quartetto.   Parlava con passione del suo lavoro di redattore nella Rivista di Psicoanalisi dal 1997 al 2004. Sapeva apprezzare il pensiero dei colleghi quanto era intollerante nei confronti di un esprimersi di maniera o superficiale.   Fin tanto che la vista la aveva assistita  non c’era cosa che scrivessi che non passasse  al vaglio  rigoroso della sua lettura. E non solo: “vieni a casa che ne parliamo e mangiamo qualcosa assieme”. Quel ‘ mangiare qualcosa ‘ portava sempre il segno di una cucina semplice quanto raffinata. Quante ricette scambiate assieme ai consigli di lettura.  E’ stata, quella della vista che andava scemando, una sofferenza portata  con dolore pari alla dignità.  Poi è arrivato il dramma: quando l’ho sentita al telefono  dall’ospedale, la voce era stanca, ma piena di coraggio. Ci vediamo domenica, le dissi. La domenica Paola non c’era più. Mi manca, ci manca.

Marta Badoni

8 marzo 2016

Per gentile concessione della Rivista di Psicoanalisi, pubblichiamo un interessante lavoro del 1995:

Dalle regole del setting all’assetto mentale dell’analista 

Giuseppe Fiorentini, Giuseppe Frangini, Paola Molone, Marzia Mori Ubaldini, Andreina Robutti

Avevamo partecipato a un seminario clinico sulle patologie gravi che si è tenuto per qualche anno al Centro Milanese di Psicoanalisi (conduttrici Mina Arrigoni Scortecci e Luisa Borghi). Nel gruppo l’atmosfera era molto simpatica, l’atteggiamento fra colleghi non era mai giudicante, ma di reciproco aiuto e sostegno. I casi presentati erano, anzi “dovevano” essere, casi difficili, che presentavano problemi complessi di gestione del paziente, della famiglia, dell’ambiente istituzionale. Il setting non era quasi mai quello della psicoanalisi – diciamo così – classica, si può dire che non doveva neanche esserlo. Il clima era quello della barricata e della trincea, di un lavoro quasi eroico di prima linea. Del resto prudentemente il seminario si intitolava “Psicoterapia psicoanalitica delle psicosi”.

Quando il gruppo si è sciolto, un po’ per non perderci di vista e un po’ per non perdere l’atmosfera di libertà – di pensiero e di azione – che avevamo respirato, abbiamo deciso di continuare a incontrarci, per riflettere questa volta sul tema del setting; ma non nelle patologie più estreme, quanto nel trattamento dei nostri pazienti più in generale, anche di quelli che non presentano problemi definibili come psicotici.

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Abbiamo lavorato su questo per circa tre anni, incontrandoci mediamente una volta al mese in un piccolo gruppo affiatato, nel quale ci potevamo permettere di raccontare le nostre esperienze e di porci interrogativi in libertà, mettendo in discussione (tanto fra noi non succedeva niente!) tutti quegli elementi del setting più ortodosso di cui è abbastanza difficile parlare in un gruppo allargato di maggiore rilevanza istituzionale.

Il lavoro è stato per noi molto remunerativo, ha prodotto un allargamento della nostra area di pensabilità, al prezzo però dell’emergenza, soprattutto all’inizio, di ansie molto intense, come testimoniano i sogni che a turno abbiamo fatto (e che ci siamo anche divertiti a raccontare fra noi); sogni di disordine nelle stanze d’analisi, di analisti che si ritrovano in déshabillé di fronte a pazienti esterrefatti e scandalizzati, o di abbigliamenti bizzarri, impresentabili in società. Di conforto sono però giunti anche sogni di pazienti, testimonianze di gratitudine per atteggiamenti morbidi e per industriosi accorgimenti adattativi, come il bel sogno delle “scarpe intelligenti” di cui parleremo più avanti.

Oltre a discutere, naturalmente, abbiamo anche incominciato a leggere e, da quel caos che spesso la letteratura psicoanalitica produce in chi vi si immerge, si è andato delineando un primo profilo di pensiero.

Si possono ravvisare, nella storia del pensiero psicoanalitico, due filoni di ricerca che procedono in parallelo: uno riguarda l’identità della psicoanalisi e la sua specificità, vale a dire che cosa è psicoanalisi e che cosa non lo è; l’altro riguarda gli accorgimenti tecnici che rendono praticabile la psicoanalisi, diciamo quella “vera”. Queste due linee partono entrambe, intorno al 1914, da due citatissimi articoli di Freud. In “Per una storia del movimento psicoanalitico” (1914) Freud descrive il suo essersi difeso dalle idee e dalle teorie devianti dei suoi primi collaboratori e seguaci operando delle scissioni e giungendo a dichiararsi con decisione il creatore della psicoanalisi e, di conseguenza, l’unico che poteva attendibilmente decidere che cosa fosse psicoanalisi e che cosa no. Freud fa questo sulla base di alcuni principi teorici irrinunciabili. Nell’altro articolo, “Nuovi consigli sulla

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tecnica della Psicoanalisi – Inizio del trattamento” (1913), uno dei pochi dedicati alla tecnica, Freud descrive l’assetto che egli consiglia per lo svolgersi di un’analisi e lo fa con un tono semplice e casalingo. Leggendo questo articolo vien da pensare che Freud quasi non si rendesse conto della straordinaria originalità di quanto andava proponendo, di stare gettando le basi di quella cosa fondamentale per la psicoanalisi che è il setting, che diventerà poi appunto, a seconda dei casi, la bandiera che raccoglie gli analisti sotto una comune identità, oppure l’arma per la difesa dell’ortodossia.

Il problema della teoria e dei modelli: Freud aveva l’autorità per decidere, solo fra tutti, che cosa fosse psicoanalisi e che cosa no. Ma dopo di lui chi può ancora farlo? (Lussier 1991). Non abbiamo più un’autorità che possa decidere per tutti e non abbiamo evidenze cliniche inequivocabili che possano servire da prova a favore o contro un’impostazione teorica piuttosto che un’altra. La difficoltà che incontriamo nel trovare un terreno teorico, che ci garantisca una comune identità, trova spesso un escamotage nell’appello al cosiddetto “rigore” della tecnica, che può diventare zattera di salvezza quando il mare dei modelli e delle teorie si fa troppo agitato e le correnti ci tirano di quà e di là.

È forse per questo che il setting diventa argomento spinoso, di cui è difficile parlare. È più rischioso, ai fini dell’appartenenza al gruppo, proporre “modifiche” del setting, facilmente tacciate di cedimenti, collusioni o altre consimili trappole per l’analista, che non sostenere posizioni teoriche ardite o in contrasto con l’establishment ufficiale.

Siamo però convinti che un common ground, che si sostenga soltanto sull’imposizione di regole del setting definite una volta per tutte, rivelerebbe una identità fragile, che cerca in regole formali una unità e una sicurezza introvabili altrimenti.

La nostra fiducia nella psicoanalisi come teoria, ma soprattutto come metodo terapeutico fondato sull’allargamento della conoscenza e della pensabilità attraverso un particolare tipo di relazione fra due persone, ci ha portati a tentare di mettere sperimentalmente in discussione di volta in volta, nell’ambito protetto e quasi segreto del

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nostro piccolo gruppo, ogni regola stabilita, nel tentativo di enucleare quelli che sono i punti più sicuri di comunanza fra analisti, punti non tanto irrinunciabili quanto del tutto naturalmente irrinunciati.

Gli elementi del setting discussi sono stati: frequenza delle sedute, spostamenti di sedute richiesti dal paziente, accettazione di messaggi concreti (piccoli regali, lettere ecc.), telefonate da pazienti e a pazienti, contatti con familiari, pagamento di sedute mancate, entità degli onorari.

I brevi scritti che abbiamo presentato a Bologna, sotto il titolo “Setting e modelli: confezione in serie o creazione su misura?” (Fiorentini et al. 1993), erano un primo risultato del nostro lavoro.

Robutti, attraverso tre esempi ha cercato di mostrare il rapporto esistente fra modello interiore dell’analista (la sua concezione della natura umana e del suo sviluppo, il suo atteggiamento nei confronti della propria professione e le caratteristiche della sua personalità) e il tipo di setting che propone e sostiene. Gli autori scelti a rappresentare una sorta di paradigma erano Freud, Winnicott e Langs.

Molone, utilizzando le metafore che i vari autori hanno proposto per definire il setting, ha tracciato una sorta di mappa delle funzioni che esso può avere e che vengono diversamente privilegiate a seconda del modello teorico interiore (proteggere il paziente e l’analista, salvaguardare l’illusione, facilitare la regressione, contenere la relazione, condividere uno spazio).

Fiorentini si è occupato prevalentemente di alcuni elementi esterni che influiscono sulla relazione analitica. Il setting occupa una posizione particolare tra realtà interna e realtà esterna, nella misura in cui si articola inestricabilmente con entrambe. Esso è influenzato dall’ambiente sociale, culturale ed economico che ci circonda (il “metasetting” secondo la definizione di Libermann, 1970-72), ma la cultura e la socialità “esogene” vivono anche nella mente dell’analista, così come in quella del paziente.

Frangini, riflettendo sul setting di necessità fortemente modificato e variabile del trattamento di pazienti gravi, suggerisce l’idea di “setting

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psicotico”, concetto parallelo a quello di transfert psicotico. Il setting “psicotico”, adatto a contenere gli aspetti più drammaticamente dirompenti delle patologie gravi, può diventare “psicosi di setting” quando non si adatta alle esigenze della patologia che dovrebbe contenere.

Mori Ubaldini, attraverso la descrizione clinica e aneddotica di alcune sue esperienze con i pazienti e i pensieri che queste suscitavano in lei, ha elaborato una metafora personale di setting, nella quale però tutto il gruppo si è ritrovato. È il modello della stanza vuota che l’analista prepara per ogni paziente, stanza vuota di arredi ma con “servizi”, e l’idea che il paziente arrederà piano piano la sua stanza – mente dell’analista – con cose sue, con i propri oggetti interni. Partendo da una descrizione che si fonda su elementi anche ampiamenti concreti, la metafora si è rivelata ricca di contenuti mentali, adatta a rappresentare oltre e più che un modello di setting formale, un modello di assetto mentale e atteggiamento emotivo dell’analista.

Il procedere dei nostri pensieri, arricchiti dalla discussione con i partecipanti al seminario di Bologna, ci ha portati ad affrontare un problema più difficile, ma secondo noi più remunerativo: quello dello studio dell’assetto mentale dell’analista, come elemento più adatto a rappresentare gli aspetti peculiari di ogni situazione che possa essere definita come psicoanalitica.

L’analista assume, nello svolgimento del proprio lavoro, un assetto mentale particolare, che si attiva nell’incontro con il paziente e si fonda su di una specifica e naturale attitudine della mente umana (Di Chiara, 1983a, Di Chiara et al. 1985), ma che tuttavia è volutamente assunto e costantemente mantenuto attraverso uno sforzo intenzionale. (Per inciso, non è proprio per questo continuo sforzo che dopo una giornata di lavoro con i nostri pazienti siamo così stanchi?)

Caratteristico dell’assetto mentale psicoanalitico è il fluttuare della mente fra stati diversi. L’analista, immerso in quanto accade nella seduta, contemporaneamente vive le emozioni e le osserva; ascolta ciò che dice il paziente e ascolta ciò che accade dentro di sé; coglie i

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significati più immediatamente evidenti e cerca di esplorare il campo di significati altri; tiene a bada le emozioni più immediatamente emergenti e contiene ciò che il paziente non può ancora riprendere, mentre cerca contatto con altri possibili stati affettivi, mettendo in funzione le variegate possibilità dell’empatia e tutta la propria risonanza affettiva.

Il setting formale dovrebbe essere quello che crea l’ambiente più favorevole al mantenimento di questo assetto della mente e allo svolgimento di questo particolare tipo di lavorio mentale. E quasi sempre lo è; è stato inventato da Freud, con un colpo di genio, proprio per questo. Ma può accadere che la necessità di adeguarsi, per l’analista, a un setting codificato e ritenuto “psicoanalitico” soltanto se è in un certo modo, intralci la funzione psicoanalitica della mente. L’imposizione rigida di regole da parte del gruppo esterno, o di un interiore ideale dell’io, può diventare ingombro o camicia di forza, che impedisce quella parte importantissima del lavoro dell’analista che è ascoltare il paziente con mente libera e farsi condurre da lui in luoghi sconosciuti a entrambi. Noi pensiamo che il paziente che impone (o timidamente chiede) regole diverse anche sul piano formale, in realtà chiede, senza saperlo, all’analista di lasciarsi condurre verso zone della sua vita interiore che egli non sa nemmeno che esistono, ma che oscuramente “sente” di dover raggiungere.

È importante sottolineare questo ascoltare e farsi condurre. Riteniamo infatti che sia molto diverso parlare di variazioni che l’analista propone di propria iniziativa, per venire incontro a proprie esigenze o a quelle che ritiene siano le esigenze dell’analisi (come erano i parametri di Eissler,1953, 8) e invece seguire le richieste del paziente. Seguirle sì, ma con una parte che docilmente si adatta mentre l’altra rimane vigile e attenta a capire dove si sta andando, come e perché.

Analisi condotte, anche soltanto per alcuni periodi, con variazioni rispetto ai principi canonici riguardanti il tempo, il denaro, il lettino, l’accettazione di messaggi non verbali e concreti e così via, sono ancora analisi o no? La nostra esperienza ci porta a concludere che tali analisi possono essere sentite e definite tali se l’impatto con le richieste

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del paziente non inficia la possibilità dell’analista di mantenere, in seduta (ma anche nelle riflessioni fuori seduta) un certo particolare tipo di assetto mentale, che definiamo psicoanalitico e di cui abbiamo provato a stendere un primo abbozzo di mappa.

La mappa che cercheremo ora di tracciare è un abbozzo provvisorio, da non considerarsi prescrittivo, ma tutto da discutere, arricchire, ampliare. Abbiamo per ora identificato, anche con l’aiuto della letteratura, alcuni aspetti che consideriamo basilari dell’assetto mentale psicoanalitico.

– Mettere a disposizione uno spazio mentale (come una stanza preparata per un ospite) per l’ascolto e l’accoglimento sia delle comunicazioni verbali e non verbali del paziente, della sua storia e dei suoi oggetti interni, sia delle risposte emotive dell’analista (controtransferali e personali) connesse alla relazione con il paziente, di cui solo una piccola parte finirà con il tradursi in interpretazioni. Come dice Bollas (1987, 1989) buona parte del lavoro dell’analisi si svolge nella mente dell’analista.

– Creare e mantenere uno spazio potenziale tra analista e paziente, che costituisca lo scenario e stabilisca le “regole del gioco” (“to set the stage” dice Modell, 1988, 586), regole che sono necessarie perché possano verificarsi di quegli eventi analitici che si svolgono nell’area dell’illusione; questo aspetto è particolarmente ben descritto da Winnicott (1955, 1971), Kahn (1974, 1983), Modell (1988, 1990), Casement (1990), Green (1975). La responsabilità della protezione di questo spazio potenziale è principalmente dell’analista (cura nel mantenere la cornice spazio-temporale, riservatezza sulla propria vita privata, non intrusività, evitamento di contatti sociali extra analitici ecc.).

– Disporre la mente a un’apertura verso l’ignoto, che è forse il senso più profondo del “senza memoria e senza desiderio” di Bion (1967). Coltart descrive come gli aspetti più segreti e oscuri dei nostri pazienti possano, grazie a questo atteggiamento mentale dell’analista, “avanzare verso Betlemme” col passo della bestia selvaggia di una poesia di Yeats (Coltart 1986, 186), per nascere a una condizione di pensabilità.

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Ciò implica anche che il complesso corredo di bagagli che l’analista porta con sé in seduta (problemi privati, tracce di altri pazienti, credenze e opinioni personali, modelli teorico-clinici di riferimento, immagini e idee sul paziente stesso e così via) pur essendo inevitabilmente dietro le quinte, e disponibile a essere recuperato e utilizzato, non ingombra vistosamente il palcoscenico durante le sedute. Abbiamo verificato tra di noi, e pensiamo che faccia parte dell’esperienza di molti analisti, come avvenga di sognare – quando l’assetto mentale è disturbato ed alterato – la stanza dell’analisi in disordine, non pronta per ricevere il paziente, ingombra di oggetti personali o incongrui rispetto alla situazione analitica.

Del corredo di bagagli fa parte anche l’ambiente politico, sociale e culturale che ci circonda (il “metasetting” cui abbiamo accennato), esterno sì al setting, ma che in parte lo condiziona e che in ogni caso vive nella mente dell’analista e del paziente. Anche il sistema di valori dell’analista impronta in qualche modo le finalità dell’analisi, determinandone l’impostazione etica (se per esempio crediamo che il valore più importante sia interessarsi a un altro essere umano, o alleviarne la sofferenza, o ricercare la verità, ecc.), trovando affinità e contrasti con il sistema di valori del paziente. Questi elementi, spesso silenti quanto le caratteristiche formali del setting (il setting che Bleger (1967) definisce come muto), possono interferire nel processo e nella relazione analitica, se non sono pensati ed elaborati dall’analista e, all’occorrenza, dalla coppia analitica.

– Attivare un atteggiamento di intenzionalità (Fonagy 1991), inteso come prendere in considerazione il proprio stato mentale e quello del paziente nei singoli momenti della seduta e spesso fuori da questa (vedi i pensieri, le emozioni, i sogni relativi al paziente negli intervalli tra le sedute), cercando di aumentare l’area della pensabilità. Questo atteggiamento, come dicevamo più sopra, si fonda su una distanza psichica ottimale (Robutti 1992) tra paziente e analista, tra parte osservante e parte osservata (“secondo sguardo” dei Baranger, 1982, 145) e su una costante attenzione ai significati inconsci latenti o

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potenziali della comunicazione all’interno della coppia. Anche il paziente sviluppa o affina nel corso dell’analisi un analogo atteggiamento di autosservazione, di osservazione di quanto accade nella relazione e, spesso, nel mondo interno dell’analista.

– Mantenere un costante contatto con il metodo analitico, inteso come terzo interlocutore (Gaburri e De Simone 1976) nella mente dell’analista e del paziente stesso, che consente di evitare che l’affetto, l’empatia, il coinvolgimento emotivo nel mondo interno del paziente (aspetto simmetrico della relazione) trasformino l’analisi in qualcosa di diverso. È prevalentemente compito dell’analista tenere ben saldo questo riferimento sia attraverso il contatto con la comunità psicoanalitica (letteratura e scambi con colleghi), sia mediante la riflessione sul proprio lavoro e l’utilizzazione dell’esperienza emotiva dell’analisi personale e dell’autoanalisi. Il terzo interlocutore protegge la coppia analitica dai pericoli di idealizzazione, seduzione, manipolazione, collusione narcisistica, ecc.

– Assumere la responsabilità dell’aspetto asimmetrico della relazione, il che comporta da parte dell’analista una disponibilità, nel mettersi in contatto con le esperienze psicologiche infantili (Di Chiara 1983a), ad assumere un controtransert parentale come risposta al transfert infantile del paziente. E questo pur tenendo presente che l’analisi è anche una relazione fra due persone cresciute. Inoltre, se l’analisi è un’esperienza di crescita, un altro elemento di asimmetria nella relazione, costitutivo dell’assetto mentale dell’analista, è l’impegno a non perdere mai di vista il tempo dell’analisi rispetto al tempo della vita, la necessità del “commiato” accanto a quella dell'”incontro” e del “racconto” (Di Chiara 1992).

– Realizzare un sufficiente adattamento ai bisogni consci e inconsci del paziente, riguardo allo stile interpretativo, l’uso del silenzio, l’accoglimento di eventuali acting in, il dosaggio e il timing delle interpretazioni di transfert, le caratteristiche esterne del setting (numero delle sedute, onorario, modalità di pagamento, spostamento delle sedute, uso del lettino ecc.). Il setting come “abito su misura” non lo intendiamo come variazione di setting, ma come riflesso di un adeguato adattamento ai bisogni di ogni singolo paziente, o di specifici

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momenti di un’analisi; è a nostro parere parte integrante dell’assetto mentale analitico, in quanto rientra in quell'”ascolto sempre più accurato e rispettoso di ciò che il paziente dice” (Nissim 1984, 40) o nella modulazione della relazione (Vallino 1992) o nell’ispirarsi a una categoria di possibilità anziché di obbligatorietà (Savoia 1991, 1992). Ci sembra essenziale poter comunicare a ogni paziente che esiste uno spazio “su misura”, nel quale egli potrà sentirsi accolto e compiere una esperienza analitica. Questo contesto sarà gradatamente internalizzato per ampliare, a volte per costituire ex novo, uno spazio privato interno (Kahn 1974, 1983; Grotstein 1978; Resnik 1990) in cui possa svilupparsi un nuovo modo di pensare. Gradatamente: l’esperienza con pazienti con patologie gravi insegna che non sempre è possibile realizzare un setting analitico che abbia quelle caratteristiche felicemente metaforizzate da Flegenheimer (1986) come buio in una sala cinematografica, o silenzio in una sala da concerti. Vi sono delle analisi, o delle fasi, o dei momenti in un’analisi, in cui più che in un conservatorio per ascoltatori colti e amanti della musica classica, o in un ben frequentato cinema d’essai, la coppia analitica si trova in una sala da concerto rock – di quelle in cui i giovani vanno in massa non solo per sentire, ma anche per sentirsi e farsi sentire – o in un chiassoso e affollato cinema di periferia in cui, come in Nuovo Cinema Paradiso, la pellicola subisce frequenti interruzioni e parte dello spettacolo si svolge nella platea più che sullo schermo.

Green (1976) dice che bisogna adattare la cornice al paziente più che rifiutare i pazienti che non si adattano alla cornice. Per Casement (1990) i pazienti, con la loro speranza inconscia, contribuiscono a trovare il setting clinico di cui hanno bisogno, se l’analista è sufficientemente ricettivo a questo riguardo. Una paziente ha così espresso in un sogno il riconoscimento di avere trovato un setting adeguato ai propri bisogni:

In un quartiere povero della sua città natale, andava a trovare la sorella gemella (la cui morte per suicidio, alcuni anni prima, aveva determinato la richiesta di analisi). Qui, in un angolo segreto del cortile più interno di una vecchia casa

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dall’intonaco scrostato, la sorella gestiva un raffinato negozio di scarpe. Vi erano poche scarpe posate sopra un tavolo inglese dal caldo colore rossiccio, ma erano scarpe intelligenti: ogni scarpa era stata studiata per ogni singolo piede.

Il setting che le era stato proposto, accogliendo le sue richieste, era stato vissuto come un’attenzione individualizzata, che aveva contribuito ad aiutarla a differenziarsi dalla gemella e a recuperare un personale progetto di vita.

SOMMARIO

Un piccolo gruppo di studio affronta in questo articolo il problema dell’assetto mentale dell’analista, che è considerato un elemento più idoneo a rappresentare la peculiarità della situazione analitica rispetto all’osservanza esteriore di alcune regole formali. Con l’aiuto della letteratura, vengono individuati e proposti alla discussione alcuni aspetti costitutivi di tale assetto mentale, definibile come psicoanalitico.

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