Il ritorno di Ifigenia

Uno studio psicoanalitico

 

Il
ritorno di Ifigenia è una delle opere poetiche più belle di Yannis Ritsos.

Ultima
della raccolta Quarta Dimensione, essa fu scritta dal poeta durante il suo
confino a Samo tra il ’71 ed il ’72.

La vicenda
mitologica è nota. L’indovino Calcante ha predetto che la flotta greca non
riuscirà a prendere il largo finché Agamennone non abbia sacrificato sua figlia
Ifigenia all’altare della dea Artemide. Nella tragedia euripidea, Agamennone
appare in un primo momento combattuto tra il sentimento d’amore per la figlia
ed il proprio ruolo di re degli Achei. Ma alla fine di un lungo e tormentato
andirivieni egli si decide a sacrificare Ifigenia. Costei, una volta raggiunta
la postazione dei Greci e conosciuto il proprio destino, cerca di rievocare nel
padre il ricordo dei tanti momenti di allegria condivisi nell’infanzia,
sperando così di indurlo  ad abiurare;
successivamente, con uno scatto di dignità, accetta eroicamente la propria
sorte per il bene dei Greci. Impietositasi, Artemide scambia la giovinetta con
una cerva: sarà quest’ultima ad essere immolata, Ifigenia venendo relegata
nell’Aulide in esilio.

L’Ifigenia
ritsiana è opera complessa, e sarebbe qui impossibile analizzarne in dettaglio
la trama stilistica o contestualizzarla nell’evoluzione della poetica
ritsiana. Pertanto ci limitiamo in queste righe a proporre un’introduzione
tematica e psicanalitica all’opera, rimandando il lettore che volesse
approfondirne gli altri interessantissimi aspetti, alle letture critiche di C.
Sangiglio, C. Procopaki, J. Lacarrière, P. Colla, F.M. Pontani e K. Friar.
Nella sua opera, Ritsos riprende Ifigenia dal suo ritorno dall’esilio, ad Argo.
Dà per scontata la vicenda storico-mitologica e così assegna al monologo di Ifigenia
il tentativo di ricostruire e risignifi- care la propria vicenda esistenziale.

Come anche in Crisotemi, Ismene, Elena, Elettra, Aiace, Persefone, Agamennone,
Oreste e Filottete, in Ifigenia la vicenda storica e la sovradeterminazione
teleologica della tragedia vengono rielaborate come vicenda esistenziale
partecipata, non soltanto subita, vengono ripercorse come evoluzione psichica
propria, e di qui, attraverso la coscienza acquisita delle angosce, delle
perdite e dei limiti propri, ritornano ad essere nuovamente paradig- matiche
della universale condizione umana di dolore e disincanto. Già nel passaggio da
Eschilo a Sofocle e ad Euripide è possible riscontrare un progressivo
abbassamento del mitico in umano – entrambi intesi come cornici epistemiche e matrici
di senso del tragico -, liddove l’azione drammatica diviene sempre meno dettata
dalla necessità di aderire al disegno degli Dèi (come in Eschilo), sempre più
sospinta dalla coscienza dello scarto tra le proprie ragioni umane e le ragioni
divine (Sofocle), fino alla necessità di intraprendere comunque il proprio
cammino esistenziale pur essendone coscienti della difficoltà o della
sottrazione di senso (Euripide).
"Per Eschilo il dubbio era solo un momento di
transizione, e l’agire originario si affermava come vitale anche al di làdella
morte. Per Eschilo vale il principio di proseguire la propria strada fino al
termine; per Sofocle quello di arrendersi se la strada non conduce oltre; per
Euripide quello di intraprendere la strada. Per Eschilo occorre non esitare,
anche se subentra il sapere; per Sofocle, adattarsi al sapere; per Euripide
rivolgersi all’azione procedendo dal sapere"(B. Snell). In Eschilo, la vicenda
narrata è drammatica, non tragica, e consiste nel portare a termine un destino
tracciato da forze sovrumane. Il dubbio dei personaggi eschilei si traduce in
dramma, in azione, così come la tensione psicofisica in età infantile si
traduce in gesto. Ma la tragedia nasce sempre con la coscienza dello scarto tra
le nostre ragioni e quelle altrui, quando cominciano a scricchiolare le nostre
difese psichiche, in primis la rimozione. La tragedia nasce dalla coscienza del
conflitto, e nasce con Sofocle. In Sofocle si produce un primo abbassamento del
dramma in tragedia. In Euripide, questa trasformazione della riduzione etica
dei conflitti umani prosegue, nella misura in cui l’uomo euripideo non
rappresenta più un conflitto intersistemico (io-mondo), ma intrapsichico.

L’Ifigenia euripidea si rivolge e risolve all’azione sulla spinta di una
elaborazione psichica propria, nel passaggio dalla disperazione di trovarsi di
fronte ad un persecutore esterno all’identificazione introiettiva con l’Ideale
che quel persecutore rappresenta. Il sacrificio diviene in tal modo parricidio,
e l’angoscia della morte viene superata grazie a quella scissione che permette
di lasciar perdere solo una parte di sé, preservando in vita il nucleo profondo
di se stessi identificato con il destino dei Greci. In questa possibilità di
farsi altro e darsi all’altro, traspare una nuova trama di ragioni e valori che
rende l’Ifigenia euripidea più vicina alla sensibilità novecentesca, sebbene,
come sempre accade sotto i colpi della scissione, una parte di sé rimane
reificata o falsificata o seppellita in quella identificazione tanatica che pur
l’aveva sottratta inizialmente al dolorre della perdita (il "cadavre exquis"di
Abraham e Torok). L’Ifigenia ritsiana presenta un ulteriore abbassamento
drammatico – nel poema non v’è azione; l’azione si risolve per intero in
racconto, eccetto che nei quadri prologico ed epilogico – ed un ulteriore
slittamento dal tragico – qui le ragioni dell’altro (padre, madre, storia) non
sono combattute ma accettate e comprese -:

 

"Mi infastidiva

quel capriccio personale di nostra madre, di una madre

che non era affatto serena

con i suoi grandi occhi tristi, con la sua grande
bellezza,

con la nostra ingenuità di quei momenti giovanili"

 
   e ancora:

"Assassinii, spedizioni militari,

rappresaglie, navi sprofondate, città in rovina,

e al di sotto delle rovine una stele di marmo molto
alta

sulla quale

un cieco resta in piedi con la lira, impietrito,

come per sottolineare che noi viviamo senza vedere,

che tutto è senza senso."

 

E anche
quando il conflittto e la rabbia ritornano alla coscienza, la violenza dell’altro
viene subito compresa nell’universale condizione umana di incoscienza e di
morte:

 

"È allora

che avrei voluto fare un rumore terribile – rovesciare

la mia statua posta al centro della piazza…

perché si accorgano, perché ricordino che in quel
posto si trovava

la statua di una vita che loro hanno ammazzata nella
piena

giovinezza"…

 

      e subito dopo:

 

"Le persone camminano per la loro strada

senza rendersi conto di coloro che sono partiti, di
coloro che se

ne vanno o di se stessi

che pure se ne vanno; si librano con naturalezza

nel centro della loro morte"…

 

L’Ifigenia
ritsiana rappresenta la sensibilità dell’uomo novecentesco, per la compresnione
del limite, della perdita legittima e definitiva, per l’accettazione
dell’errore, dell’inesplicabile, della contraddizione, dell’eguale vanità della
vittoria e della sconfitta. Ifigenia segna il passaggio evolutivo dalla
giovinezza alla maturità, ed è per questo che, forse, le figure femminili
ritsiane sono connotate da un’età spesso avanzata, sebbene indefinita. Direi
che Ritsos fa di Ifigenia una figura non più drammatica né tragica, ma
esistenzialistica, talvolta assurda, informata dalla coscienza

di essere
sopraffatta dal peso degli avvenimenti, cui pure si adatta, dall’accettazione delle
ragioni spesso oscure, irrazionali, degli altri e di se stessa:

 

"D’accordo, non è per

ciò che manca, che non abbiamo trovato, – e che
d’altronde

non ci aspettavamo affatto di trovare. Siamo noi

più che altro che manchiamo. Diciamo di essere ritornati

ma non sappiamo nemmeno dove o da dove siamo
ritornati.

Non facciamo che vagare

da un punto sconosciuto a un altro"…

 

"È proprio in quell’annientamento, quando cade la
notte, noi

percepiamo,

quel segreto piacere di un rispetto reciproco

tra noi (noi? Chi?), la coscienza serena

di un’ignoranza rimasta assoluta; – una riconoscenza
muta,

un’impotenza generale finalmente introiettata"…

 

"Forse la gloria dovuta alla mia morte mi ha meglio
sostenuta a

sopportare la mia vita

e la mia morte, quella morte che per tutti è
ineluttabile"…

"Tutto questo, alla fine, per una tale desolazione?
Per questa

impercettibile durata che ci è data?

Quale importanza allora ha il successo e la
sconfitta?"

 

Ifigenia
rappresenta la risoluzione del lavoro del lutto, come lo chiama S. Freud, cioè
la conclusione di quel percorso di disinvestimento affettivo di ciò che abbiamo
perduto nella realtà, e così può impegnarsi in un lavoro di riscrittura della
propria vicenda emotiva ed esistenziale. D’altro canto nessuno può vivere senza
legami, senza realtà. Spesso, ciò a cui si è rinunciato, da cui ci si è
separati, viene recuperato nella fantasia o ricreato allucinatoriamente.
Fantasia e allucinazione, Ifigenia le rappresenta entrambe:

 

"I vassoi nella cucina,

nonostante la rovina, sembrano molto più numerosi,

più grandi e luminosi, soprattutto quelle teglie

che si usavano nel pranzo per servire quei pesci
enormi,

quando accoglievamo dei lontani viaggiatori"…

 

"La notte,

quando sono distesa, spesso tento

di toccare il muro con il piede; ma il muro

si allontana, continuamente, anche il piede si
distende,

ancora lo sfioro, ma molto più lontano; sento

i ciottoli di un’altra riva o il sereno ginocchio del
vento,

un vento così calmo; e tutto questo

mi piace, perché al di là della sensazione

dell’allontanamento o dell’annientamento, mi resta

qualche cosa della libertà dell’infinito e
dell’inesistente"…

 

"Con
quanta riluttanza e quanto intimamente noi apprendiamo

la legge della perdita (legittima e definitiva)

e quella del ritorno, più profonda (ovvero il suo
contrario). Le case

non hanno muri; stanno in piedi nell’aria, – sono
fatte d’aria"…

 

Questa necessità di ricreare nella
fantasia o nel delirio il legame perduto con la realtà produce a sua volta delle
rappresentazioni che non sono metafore ma "oggetti-Sé"  (H. Kohut), oggetti che rappresentano parti
di noi stessi:

 

"Il piano

nella sala delle colonne, mi è apparso così piccolo
all’arrivo.

Adesso,

s’ingrandisce di notte, le sue articolazioni traballano,
tace,

diventa un mondo intero ricoperto da un prodigioso
telone

impermeabile

duro, annerito, – inservibile alle cose che
ricopre"…

 

"Domenica, quando sono arrivata sulla collina,

ho pensato alla corda della campana – sempre a portata
di mano,

sempre pronta a mettersi in movimento, a suonare per
le nascite,

le morti, le feste e i matrimoni, a gridare per le
guerre e

le ricorrenze,

sempre con lo stesso slancio, nella stessa direzione,

quasi senza emozione"…

 

Ifigenia è questo movimento continuo,
oscillatorio, fra delirio e ricordo, tra rifiuto ed accettazione, tra lutto e
malinconia, tra tragico ed assurdo, movimento costitutivo dell’animo umano. Ed
è un’oscillazione che poeticamente si traduce nel nucleo metaforico del poema,
tutto giocato sull’alternanza tra luce ed oscurità, o meglio, tra luce e
desolazione. È questa contrapposizione, mi pare, una delle direttrici
rappresentative attraverso le quali Ifigenia raggiunge il punto culminante
della propria vicenda esistenziale, quella della consolazione (lo vedremo).

La parola "luce" è citata per ben
ventiquattro volte; quella desolazione (nella nostra traduzione: nel testo
greco il termine è eremose) per tre volte; il buio è evocato in ventuno
situazioni. E mentre la luce è vissuta come rappresentazione che viene (data)
da altri o dall’esterno di sé (madre, padre, pappagallini, cavalli, condizioni
climatiche) – è dunque posizione passeggera dell’uomo di fronte a se stesso,
felicità di un attimo, possibilità puntiforme di ricostruire una perduta
armonia col mondo e con se stessi – la desolazione è invece rappresentata come
la condizione dell’uomo che attraverso la acquisizione della consapevolezza
arriva alla coscienza dell’accettazione – dunque è posizione depressiva,
compresenza del vissuto della vita e della morte:

 

 

"Come sono profondi i mattini,

con i loro sottofondi impenetrabili alla luce, quando
ci si lava

e si prende il caffè, fissando l’attenzione alle
finestre e a quello

che vi è oltre, ma i vetri sono sporchi, la luce si
appiattisce,

nemmeno diamo ascolto alle domande della serva"…

 

"Era una notte senza luna.

E di nuovo "luce"; – silenzio -;  "luce", 
– ancora silenzio. Lo sentii:

quel suono rievocava in me qualcosa di più profondo
del ricordo.

I miei occhi,

loro malgrado, cercavano nell’ombra un albero, un
camino,

un insetto, una stella particolare o i cancelli del
giardino,

un piccolo fuoco di collina in collina,

qualche cosa cui potere finalmente dire "grazie"…

 

"Guarda, l’alba si avvicina.

Non è questa la luce (sebbene senza suono)? Guarda
come risplende

l’acqua calma nel bicchiere, e il tuo viso in cui si
irraggia

la dolcezza di accettare – com’è bella questa luce"…

 

Nonostante la consapevolezza
dell’ineluttabile, la giovinezza ed il desiderio non senza conseguenze si
lasciano schiacciare dal mondo o dagli altri.Se è condizione della maturità
accettare la perdita,la limitatezza e la morte, è altrettanto umano tentare di
difendere il nucleo più fragile e vitale di se stessi attraverso l’edificazione
di difese psicologiche esperite come utili. È questa la problematica del
"falso-Sé", illuminata da D. Winnicott, ovvero la problematica del bambino che
di fronte ad una madre-ambiente inadeguata costruisce un se stesso falso (falso
nella misura in cui non rappresenta la propria verità emotiva), ma adattivo
perché, presentando una sembianza di sé, può evitare il tracollo psichico ed
insieme difendere l’autentico di sé. È questa la soluzione che Ifigenia adotta,
con l’assunzione di una maschera, certo prodotta da altri, ma da lei indossata
con l’intento di poter essere e ritrovare se stessa:

 

"Quella semplice maschera mi toglieva la
responsabilità

per così dire di ogni mio gesto. Non ero più me
stessa;

potevo essere un’altra; ma sotto quell’altra o dentro
quell’altra,

restavo me stessa, tutta intera, nient’altro che me
stessa"…

 

"Lungo gli anni dell’esilio, mi confortava sapere

che mi credevano morta, che io fossi rimasta

l’immutata giovinetta dell’ora della morte, quando
invece,

nel profondo di me stessa, io crescevo liberamente,

senza età e quasi fuori del tempo.

Forse la gloria dovuta alla mia morte mi ha meglio
sostenuta a

sopportare la mia vita

e la mia morte, quella morte che per tutti è
ineluttabile"…

 

Naturalmente, la difesa della maschera si
paga. Ifigenia sente il peso di dover continuare ad aderire a quel personaggio
che un tempo era stata, di essere immobilizzata, di confondersi finanche con la
maschera, ferma in un tempo regressivo che si allontana da quello lineare del
mondo:

"Avevo sempre bisogno

di imitare con molta cura quel personaggio che un
tempo ero stata"…

 

"Fuori nel giardino, gli uccelli primaverili

cantavano in modo diverso dall’anno precedente,

malgrado l’immutato meccanismo della voce. E io ero la
sola

a non doverci badare, a restare immobile, a dover
sempre

aderire alla mia immagine, anche se questa diventava

sempre  più
evanescente agli occhi di chiunque"…

 

La
maschera diventa inutile quando scompare l’altro, quando scompare l’istanza
superegoica che ne aveva ingenerato la necessità, oppure quando scompare quel
confronto con gli altri che garantiva un certo riconoscimento di se stessi:

 

"Adesso

lo spettacolo è terminato – non ci sono più spettatori

né ascoltatori. Non c’è più una parola da cambiare;

che senso avrebbe una maschera adesso? In cosa ci
libererebbe

da noi stessi? E agli occhi di chi? Davanti a quale
specchio?"

 

Come in
tutti i casi in cui un bambino non può rispecchiarsi nella madre, a causa di
una patologia depressiva o narcisistica di quest’ultima, in Ifigenia lo
specchio diviene necessità concretaed insieme evidenza della scissione:

 

"Notai allora

che tu eri doppio – te stesso in quello specchio e
pure un altro, non lo stesso"…

 

e condizione-situazione materna
sostitutiva che permette di tenere coese le parti scisse di se stessi, di
definire un qualche confine di sé, garantendo quelle identificazioni vitali –
che in questi casi, come in quello di Ifigenia, sono piuttosto "imitazioni
"(nel senso di E. Gaddini) superficiali – che non furono permesse nel passato
dalle figure parentali:

 

"Quell’estate mi ammalai seriamente. Mi ricordo con
chiarezza,

dopo la malattia ero tutta ricoperta di pustole…

 

Tutta la simpatia

mostratami dalle nostre due sorelle durante la mia
malattia,

si era mutata in avversione…

 

Di conseguenza,

restavo da sola, davvero da sola,

a prendere confidenza col mio volto trasformato. Mi
lasciavano

tranquilla, dovunque mi trovassi. Passavo del tempo

a provare i gioielli di nostra madre davanti allo
specchio"…

 

Naturalmente, anche lo specchio si
spegne, anche quella estrema superficie di coesione di noi stessi, anche quel
disperato tentativo di riconoscimento scompare quando la coscienza di spinge al
limite estremo della propria irreparabile scissione.

Ma forse,
proprio da questo limite della coscienza – della desolazione, della perdita,
della solitudine accettata e ammessa anche per gli altri -, possiamo ripartire
per riprendere ad esistere:

 
"Forse, noi due che abbiamo appreso che non c’è
consolazione
in questo mondo,
forse, proprio per questo, noi due arriveremo (sia
pure separati)
di nuovo a consolare e ad essere consolati".

 

 

 

Enzo
Lamartora