Nora alla prova da Casa di bambola di Henrik Ibsen

Teatro Stabile di Genova
Regia di Luca Ronconi, con Mariangela Melato

 

Ha esordito in prima nazionale al Teatro Stabile di Genova (in scena fino al 21 Aprile), una complessa e raffinata rivisitazione di Casa di bambola, per la regia di Luca Ronconi e interpretato, tra gli altri, da una splendida Mariangela Melato.
E’ noto che dalla sua prima apparizione nel 1879, il testo di Ibsen è stato oggetto di molteplici rappresentazioni, letture e riletture, testimoniando così, sempre, la propria incessante modernità, quell’universalità che ne fanno uno dei ‘manifesti’, potremmo dire, del ‘900 incipiente. E tuttavia, quest’ulteriore messa in scena (da una traduzione di Anita Rho) conserva da un lato tutta la fedeltà e l’attenzione al testo ibseniano, rimarcandone però, nella piena originalità del regista e degli interpreti, aspetti, toni, sfumature particolari e privilegiate.
In un’intervista recente, Ronconi ebbe a dire che in fondo il regista non conta, che si deve tenere il più possibile lontano dalla scena. A me pare, invece: nulla di questa assenza, in questo spettacolo. Non fisicamente presente, l’idea di una regia pensata e intelligente, meditata e profonda, è presente tutto il tempo, evocata dalle sedie da regista sparse qua e là, unico oggetto sul sobrio palcoscenico di questo dramma borghese, su cui siedono i personaggi sia quando direttamente coinvolti nell’azione, sia quando essi stessi spettatori. Lo stesso titolo, Nora alla prova, non pare casuale: Nora è personaggio femminile modernamente archetipico, in continua prova di sè, in continua e dolorosa scoperta di aspetti sepolti, o non conosciuti, o potenziali di se stessa, come se fosse alla prova la costruzione stessa dell’identità, intesa qui come cantiere aperto, mai dato per certo, mai definito rigidamente, in perenne preparazione.
Nora viene infatti rappresentata nei suoi diversi aspetti e nelle diverse epoche della sua vita interiore: Mariangela Melato impersona la Nora adulta, moderna, quella che si mette effettivamente alla prova, mentre una giovane attrice in abito ottocentesco incarna la Nora ingenua e sottomessa del matrimonio giovanile, la "lodoletta", il "passerottino", come la chiama il marito Torvald.
Ma la Melato impersona anche una parte di Kristine, l’amica d’infanzia rimasta vedova, dolorosamente sola e pervasa da un sentimento di inutilità ("devo lavorare per sopportare di vivere…ma ora sono rimasta sola al mondo, con l’anima orrendamente vuota") e però nel contempo dignitosa, caparbia, che viene a far visita all’amica Nora perchè interceda tramite il marito, famoso avvocato, a trovarle un impiego. E a tratti, ancora, la Melato è voce narrante del testo….

Due Nore, dunque, due Kristine. Fluidamente, i personaggi entrano ed escono dalla scena, campo mentale mai vuoto, sempre occupato dalle persone reali o dai loro fantasmi, dando vita ai molteplici aspetti contradditori e scissi che animano la scena del Sè di Nora, e di ogni donna. Di ogni persona umana, certamente; ma nel capovolaro di Ibsen la ricchezza della molteplicità, il travaglio dell’ambivalenza e della progressiva crescita interna, si focalizza solo sui personagggi femminili (sfuggendo, però, ad ogni successiva retorica femminista, a mio avviso).
La vicenda è, come è noto, assai semplice. Per aiutare il marito a fare una vacanza in Italia, al caldo, per curarsi da una grave malattia, a sua insaputa Nora chiede un prestito all’usuraio Krogstad, falsificando una firma. Quando Krogstad viene a sapere che l’avvocato, divenuto direttore, intende licenziarlo, non esita a ricattare Nora, intuendo che sarebbe stato per lei moralmente impossibile rivelare al marito la verità. Disperata, Nora non ha che l’amica Kristine come confidente, che la incoraggia a rivelare la verità, assumendosene poi il peso doloroso delle conseguenze.
Alla confessione di Nora, infatti, Torvald rivela tutta la sua ottusità di benpensante borghese, tutta la sua profonda grettezza d’animo, accusando Nora d’essere priva di morale come il proprio padre ("sono passata dalle mani di mio padre alle tue", comprende Nora), d’essere praticamente una criminale, senza alcuna comprensione del fatto che quel "crimine", non era che un atto d’amore.
Sostenuta Kristine-parte di sè più evoluta e matura, Nora acquista quasi d’improvviso coscienza: lo scenario che le si è aperto davanti, un marito divenuto "estraneo", modifica ineluttabilmente lo scenario interiore, e niente potrà più essere come prima. Aperti gli occhi sul nulla su cui comprende di avere fondato la propria vita – delegando ad altri le scelte, adattandosi all’ambiente dal padre al marito – Nora non può che andarsene, lasciare la gabbia del tetto coniugale e i tre piccoli figli, non potendo più fare da madre, come dirà, perchè non so chi sono….
Il regista mantiene i due finali aperti, possibili, cui Ibsen fu costretto a ricorrere perchè l’opera, alla sua uscita nel 1879, suscitò scandalo e l’autore fu costretto ad edulcorare questo finale così trasgressivo proponendone anche uno convenzionale, in cui Nora rinuncia alla ribellione e resta al suo posto, accanto ai figli e al marito. Ma prevale infine nella Nora alla prova di Ronconi, la scelta coraggiosa, soggettivizzante, della Nora che non può più tornare sui suoi passi, non può rendere non accaduto, lo squarcio di insight e verità che si è aperto dentro di lei.
Lungi dal costituire uno slogan del futuro femminismo ma riguardando l’essenza della persona umana, dicevamo, Nora implica la rivolta della coscienza in sè, la fine dell’illusione pre-psicoanalitica che il soggetto potesse delegare ad altro, all’esterno o al divino, la penosa responsabilità di sè. Nella Nora delle scene finali non ci sono più "scoiattolini", "lodolette", o "passerrotti sventati" come nella struggente scena iniziale, dove al dialogo tra un uomo e una donna si sostituisce un perenne cinguettio ("è la prima volta che parliamo seriamente – dirà Nora sul finale – in otto anni di matrimonio.."). I personaggi, al pari di tutti i drammi della maturità di Ibsen, portano addosso il peso di un destino ineluttabile, spesso rovinoso, dove le figlie, prima che dai mariti, sono schiacciate dai padri, condannate alla ripetizione (" sono stata la tua moglie-bambola, come ero stata la figlia-bambola di mio padre. E i bambini sono stati le mie bambole").

Una parola, in conclusione, su Mariangela Melato, di cui non è scontato sottolineare l’estrema finezza e profondità espressiva. Abbiamo apprezzato la presenza-absentia imponente della regia di Ronconi, ma quest’effetto non sarebbe stato possibile se l’at trice non avesse prestato il suo corpo esile e non più giovane (sfidando, ancora, la più stolida convenzione del nostro tempo) alle varie parti di quest’opera. E’ la sua recitazione non enfatica, intensa, personale ma fedele al testo originario, pensosa e davvero sofferente, è il suo entrare ed uscire dalla scena come il personaggio di un sogno, che qualifica e segna la cifra personalissima di questa Nora alla prova, in cui molte donne, oggi, possono ancora pienamente riconoscersi. Alla morale borghese tradizionale del secolo di Ibsen, Freud, Munch.., all’ipocrisia di cui è vittima Torvald, si è sostituita oggi la dittatura dell’immagine, dell’eterna giovinezza, del facile successo, la mitizzata fuga dalla responsabilità e dalla fatica del percorso personale, cui soccombono ignare tante giovani donne. L’ibsenismo, come lo definì Bernard Shaw, resta attuale nella sua essenza e si veste, come tutte le grandi opere, dei panni del tempo (a testimonianza dell’importanza anche simblica del testo, il ruolo di Nora resta uno dei più ambiti nel teatro contemporaneo, tanto che fu rappresentato a Pechino al Teatro Nazionale come segno di riapertura alla cultura occidentale).

All’esterefatto Torvald che la richiama al suo ruolo di moglie e madre:

– "Oh, Nora, tu non conosci il cuore maschile. In un uomo v’è un’infinita dolcezza nella coscienza d’aver perdonato alla sua donna..(…). In tal modo ella diviene per così dire doppiamente sua; come se egli l’avesse ricreata una seconda volta. Ella diventa allora sua sposa e figlia al tempo stesso"

Nora:

– "…Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te…o meglio, voglio tentare di divenirlo.So che il mondo darà ragione a te, Torvald,e anche nei libri sta scritto qualcosa di simile. Ma quel che dice il mondo e quel che è scritto nei libri non può più essermi di norma. Debbo riflettere col mio cervello per rendermi chiaramente conto di tutte le cose".

(Rossella Valdrè)
Aprile 2011