Un commento a: Genesiquattrouno. Caino e Abele, storia di una fratellanza deviata

Uno  spazio vuoto. Poca luce  proveniente dall’alto. A terra  un gruppo frutti bianchi differenti,   formano  un cerchio di  due  metri di diametro. A  circa un metro e trenta da terra,  un albero bianco  capovolto,  protende  i suoi rami verso il centro di  questo anello.  Dentro al  cerchio c’è un “Primo” corpo, immobile, sdraiato. La sua faccia è in giù, con la guancia sinistra che tocca il pavimento. I suoi arti sono aperti in maniera scomposta. Il  dorso della mano sinistra è rivolto verso il pavimento, la gamba sinistra  distesa anch’essa  per terra un po’ aperta e il braccio destro quasi a nascondersi dietro la spalla. Fuori dal cerchio,  in prossimità del cerchio di  frutta per terra, un “Secondo” corpo   in posizione eretta,  guarda il Primo.  Lentamente si piega sulle gambe, entra dentro il cerchio, si accuccia  alle spalle del Primo,  e gli  appoggia il braccio sinistro  come ad abbracciarlo. I due non si muovono. (da: Genesiquattrouno. Caino e Abele, storia di una fratellanza deviata, di Gaetano Bruno)

Questa la scena nuda, quasi spettrale, Unheimlich, diremmo da analisti, che apre lo spettacolo Genesiquattouno. Caino e Abele, storia di una fratellanza deviata. In programmazione al teatro Vascello di Roma dal 15 al 17 maggio, autore  Gaetano Bruno, in scena  insieme a Francesco Villano, esso trae evidentemente ispirazione dal capitolo 4 della Genesi, in cui è narrata la vicenda degli infelici fratelli Caino e Abele. Gran bella sorpresa questo spettacolo: per l’essenzialità e la forza della regia e dell’allestimento, per la straordinaria prova che i due  attori  ci regalano senza risparmio, animati da una tensione e da una padronanza su se stessi che non viene meno neanche per un momento. Un felice esempio di lavoro dell’attore, che non può non richiamare alla memoria, con una certa emozione, la radicalità degli spettacoli di Barba o di Grotowski e di chi ne ha seguito l’insegnamento.

Genesiquattrouno sceglie una prospettiva peculiare su questa fratellanza, il suo essere, appunto, “deviata”. La vicenda parte dagli albori di un’infanzia fatta di scherzi e dispetti, innocenti nonostante una certa brutalità, tra i due, che spesso strappano la risata. Lo spettacolo sembra da subito giocarsi su una curiosa ambiguità: sanno i due di essere fratelli? Ne hanno reale consapevolezza? Chi è fratello di chi?

 Dopo una partenza (efficacissima) priva di parole e dunque tutta centrata sul movimento dei corpi, la nominazione esplicita del Padre a cui le preghiere e le invocazioni dei due  da un certo momento in poi si rivolgono, introduce la rivalità fraterna, tema così caro agli analisti. Chi trionferà?

 La colpa paterna, che sempre ricade sui figli, ha già scritto la storia. E’ Abele il figlio prediletto, quello in grado di offrire sacrifici animali per sottolineare la loro sottomissione agli umani, come direbbe Derrida.

 E’ Caino, i cui doni non soddisfano il Padre, il fratello già designato per l’atto fratricida. Dunque ora in scena abbiamo un Abele del tutto identificato al Padre e a lui devoto senza riserve, e un Caino che esibisce scetticismo, ribellione (perché già rifiutato, perché ha già perso la partita) e portatore di una potentissima domanda d’amore. A questo punto la tonalità emotiva della rappresentazione è già cambiata, per assumere verso la conclusione quella di una vera e propria tragedia.

 La presenza incombente del Padre e il rapporto che i due intrattengono con lui ha introdotto il tema della genealogia, del legame parentale. L’innocenza del non sapere, del non assumere veramente il loro essere fratelli, cade solo alla fine, contemporaneamente allo svelamento dell’atto omicida previsto e ormai compiuto.

 “Il mio sangue ha segnato la tua vita” dice Abele a Caino. Fratellanza deviata, dunque, fratellanza omicida.

Ma il dire “fratellanza deviata” non sarà un’iperbole? Perché ogni fratellanza è in fondo deviata, essa porta in sé un germe non solo di rivalità ma anche di alleanza verso il fuori, verso “il nemico”. Deviata perché, a fronte dell’amicizia, essa è un legame endogamico che tende all’appropriazione e all’assorbimento dell’Altro perché dominato dalla parentela e dunque per sempre dato e mai rinnovato. L’amicizia, fuori dalla genealogia, tiene una distanza, è dalla parte della scelta che si rinnova e che mantiene l’estraneità necessaria dell’Altro per renderlo tale. Non mira all’assimilazione ma all’apertura al legame nella sua contingenza vissuta. Temi, questi, cari a Derrida e a un certo pensiero filosofico vicino alla psicoanalisi e che in questo spettacolo, più o meno esplicitamente, mi sembrano comparire tutti.

Spettacolo “derridiano” dunque? Poco importa, quello che importa è la forza di una rappresentazione che grazie all’utilizzo di un linguaggio artistico molto efficace tocca un punto di reale scabroso, perturbante. Un punto nel quale potremmo forse dire che l’estetica, senza perdere per questo la propria specificità, riesce a incontrare, felicemente e anche drammaticamente l’etica, che, come analisti, a maggior ragione ci riguarda. Un punto che inchioda lo spettatore, che certo deve avere occhi per vedere e orecchie per ascoltare, costringendolo a interrogarsi.