Un Flauto Magico – regia di Peter Brook – Teatro Strehler – Milano

Peter Brook, in un’intervista a
cura di ARTE, in occasione del debutto di Un
flauto magico (
Parigi, 10
novembre 2010, nel teatro delle Bouffes du Nord, sede del Centre International
de Créations Theatrales, fondato da lui stesso negli anni Sessanta), afferma:
"Oggi si cerca di spiegare tutto, di chiarire tutto: eppure la forza di ciò che
chiamiamo poesia, l’energia di ciò che chiamiamo musica, sta nel loro
travalicare quel limite, poiché esse iniziano in quel preciso istante oltre il
quale la spiegazione razionale non può procedere."

Queste parole di Peter Brook
condensano l’emozione che si prova partecipando alla sua personale
rappresentazione dell’opera di Mozart: "Un flauto magico", appunto, uno
dei tanti possibili, il suo, messo in scena tramite il suo ascolto e la sua
visione onirica, immersa nell’oggi del mondo.

La scelta, fatta da Brook,  di mettere in scena un’opera così intatta,
nella sua bellezza e profondità, rispetto allo scorrere del tempo, nasce dalla
sua sensibilità alle tematiche del mondo attuale. La sua versione de Il
Flauto
emerge, risale alla superficie dalle profondità del sentire e
raggiunge vista, udito e anima dello spettatore, cercando una liberazione
dall’accumulo di precetti che ingombrano le nostre menti, formulati da troppi
‘esperti’, sui giornali, nelle televisioni, in ‘dotti’ saggi, supposti sapere
come si deve vivere e operare.

L’esile flauto, sospeso a
mezz’aria, che poi svanisce nel finale della scenografia, è magico, perché
capace di fare sparire magicamente le categorie di ammaestramento, e  permette ai personaggi di presentarsi come
portatori di un’essenzialità, quella della musica dell’anima che risuona
dentro, con poche note, altrettanto essenziali: saggezza, amore, amicizia, non
altro ( l’opera è rappresentata solo 
attraverso la scelta di alcune scene e arie). Il magico suono di un
triangolo nelle mani di Pappageno illumina e riempie la scena di questa
vibrante discesa nell’essenzialità dei sentimenti e delle emozioni necessarie
per vivere: una nota, basta.

Questo è il suo Flauto:
uno spazio aperto, senza ingombri di scena, come potrebbe essere la mente di un
analista che si apre all’incontro con un soggetto non conosciuto. Solo qualche
canna di bambù  compare, per figurare
ritmi e cadenze delle scene della storia che si svolge nel corso degli
incontri. Qualche battuta di dialogo in francese risuona, come accettazione del
linguaggio verbale condiviso già dato e non creato dai soggetti dell’incontro,
necessario riconoscimento dell’esteriorità della realtà, che esiste anche senza
di noi. E poi animano la scena giovani attori cantanti, che intonano in tedesco
passi dell’opera di Mozart, senza sforzo, senza contrattura muscolare, come
senza sforzo e senza contrattura sono i passi quasi di danza dei due personaggi
silenziosi, noti interpreti delle opere di Brook, che accompagnano lo svolgersi
della storia, come un corporeo coro-greco africano, con i loro occhi
scintillanti, le loro acconciature africane, i loro piedi scalzi di morbida
forza.

E’ tutto: in poco più di un’ora
e mezza Brook ci invita nel suo Un flauto magico e nella sua
consapevolezza delle inquietudini e passioni del nostro tempo. Trasmette il
desiderio di andare all’essenziale di ciò che l’animo umano sente come
necessità: la naturale amicizia di mente e corpo, un tutt’uno nel loro danzare
insieme, l’esigenza di sviluppare nuove realtà a partire da una tradizione
culturale sentita come un volano e non come un peso mortificante, lo struggente
bisogno di dare voce a giovani che costruiscano il futuro, come giovanissimi
sono gli interpreti scelti da un 86enne Peter Brook che conosce la musica del
tempo della vita.

In questo affondare
nell’essenziale, durante l’ascolto dello spettacolo, mi attraversano la mente,
in associazioni senza sforzo, lampi di bellezza di molte opere precedenti di
Peter Brook: la magnificenza del Mahabharata e del Marat-/Sade
che tuttavia ha un legame  lineare con
l’essenziale; la ricerca dell’individualità nel deserto de La tempesta;
il desiderio di amicizia dell’uomo solitario dalla straordinaria memoria di Je
suis un phénomène;
la duplicità intrinseca de La tragédie d’Hamlet;
il troppo difficile rito di passaggio di Re Lear, e altro ancora.

Ma sempre, emergono
l’estraneità di Brook all’ammaestramento e la sua ricerca di lasciare spazio
alla creatività dei soggetti, emergente dal momento presente, senza abbandoni e
senza oppressioni da parte delle generazioni precedenti. Un flauto magico: un
suono  limpido che declina saggezza, amore,
amicizia, per il futuro.

In un’intervista a David Sanson
che gli chiedeva in che modo si era mosso rispetto all’opera di Mozart, Peter
Brook rispondeva: "L’immagine che ci viene dal passato e l’aspettativa che pesa
sull’opera (lirica tradizionale) condizionano fortemente il tutto. L’idea di
questo Flauto è far sì che gli attori procedano in modo naturale, vivo e
sentito, senza l’imposizione di proiezioni. […] Cominciamo a lavorare senza
alcun elemento scenico, partendo dalla musica e domandandoci come riuscire a
trasmetterla senza subire il peso, il risvolto solenne di una grande opera, […]
con questa grande intuizione, ossia che nella musica di Mozart non si tratta di
nascondere o di attualizzare, ma di far apparire…".

Qualcosa di analogo vorremmo
vedere comparire in una buona analisi: l’emergenza di un soggetto
sufficientemente libero da potere entrare in relazione con gli altri e con il
mondo, in uno spazio interiore aperto verso la sua danza e il suo suono, ‘senza
imposizione di proiezioni’.

Anna Ferruta

Marzo 2011