Un ricordo di Parthenope Bion

PartenopeParthenope Bion si è laureata in filosofia, alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, nell’anno 1967. Era in regola con gli esami, aveva un’ottima media e aveva avuto la lode all’esame di storia della filosofia. A quel tempo la lode era un riconoscimento abbastanza raro e non serviva, come oggi, ad aumentare il numero degli studenti. Mi chiese una tesi di argomento psicoanalitico e mi espose un progetto che aveva al centro le opere di Wilfred R. Bion e di Ignacio Matte Blanco nonché il loro uso di teorie matematiche e metamatematiche. Le dissi che l’argomento che mi proponeva era abissalmente lontano dalle mie competenze e dai miei interessi e che, di conseguenza, non avrebbe potuto laurearsi con me. Era una brava studentessa. Si percepiva che dietro la sua scelta c’era un interesse autentico e anche un giudizio fortemente negativo sulle possibilità di un differente relatore. Mi comportai come altre due o tre altre volte nella mia carriera di professore. Dissi che avrei accettato la proposta solo se avessi trovato un correlatore competente e autorevole al cui giudizio ci saremmo entrambi rimessi. Giovanni Hautmann accettò la mia proposta di leggere quella tesi e di partecipare alla seduta di laurea. Nel giorno della discussione, in apertura di seduta, andò a salutare Eugenio Garin che presiedeva la Commissione ed era stato suo professore al Liceo. Hautmann esordì dicendo che era davvero singolare per uno psicoanalista giudicare un testo scritto da un candidato sul pensiero e l’opera del proprio padre. Non lo ricordo con precisione, ma ricordo che il suo giudizio fu fortemente positivo e che la tesi ebbe il massimo dei voti.
Dopo più di vent’anni da quel giorno, nel giugno del 1998, durante un congresso della Società Piscoanalitica Italiana dedicato a Il sogno cento anni dopo, avevo letto la mia relazione intitolata Il sogno di Keplero. Ci sono stati filosofi che hanno sognato dei sogni e, raccontandoli, li hanno consegnati alla posterità. Il sogno più famoso è quello di Descartes ben noto agli psicoanalisti. Parlai di un testo che credo fosse del tutto ignoto ai partecipanti al congresso: il Somnium seu opus posthumum de astronomia lunari di Johannes Kepler. Quest’ultimo si impegnò spasmodicamente nella difesa di sua madre, accusata di stregoneria e minacciata di tortura e di morte. Riuscì a farla assolvere. Ma in quel suo testo Kepler parla di sua madre come di una persona che parlava con la Luna e riteneva di essere a contatto con spiriti sapientissimi che cercano le nostre ombre e parlano con noi. Dopo che avevo terminato, nell’intervallo tra una relazione e l’ altra, Parthenope mi venne incontro. Mi chiese di aspettarla per pochi minuti. Ritornò molto presto, un po’ affannata, con un libro in mano. Era una copia di Memoria del futuro di Wilfred Bion (che è ancora nei miei scaffali) sulla quale Parthenope aveva scritto questa dedica: “Per un caro maestro a cui devo molto” e la data 11 giugno 1998. Rimasi un po’ stupito e anche un po’ commosso, come più di una volta mi è accaduto quando, a distanza di anni, qualche ex-scolaro mi ha rivelato che (a mia totale insaputa) avevo rappresentato qualcosa di importante nella sua vita. Nel luglio di quello stesso anno mi giunse, come una frustata, la notizia della scomparsa di Parthenope e della sua figlia Patrizia. Da allora mi capita di pensare a quella mia ex scolara così ferma e intelligente e gentile. Mi ritorna spesso alla mente che Parthenope mi aiutò a scrivere, migliorando di molto il mio incerto inglese, le poche righe della mia biografia comparsa nella copertina della traduzione americana del mio libro su Francis Bacon. Capita che si ricordino dettagli, apparentemente poco significativi.

Paolo Rossi
4 novembre 2011