Zone del silenzio, trent’anni dopo

Di Anna Ferruta

 

Trent’anni dalla scomparsa di Basaglia
(1980) e dalla decisione (1978) di cancellare, nel senso letterale del termine,
i cancelli dietro i quali l’umana sofferenza della follia era stata reclusa: il
riaccendersi dell’attenzione intorno alla riforma psichiatrica non dipende
soltanto dal culto degli anniversari. L’anno scorso, nel 2009, si spengeva la
voce di Giovanni Jervis che aveva sentito l’urgenza di risuonare ancora, con la
pubblicazione del libro-intervista su un dilemma continuamente a rischio di
essere taciuto: La razionalità negata.
Psichiatria e Antipsichiatria in Italia
(G. Corbellini, G. Jervis, Bollati
Boringhieri, 2008). E ora, sulla soglia del 2010, siamo accolti dal libro di
Valeria Babini, Liberi tutti, e dallo
sceneggiato  "C’era una volta la città dei matti", realizzato con la consulenza
dello psichiatra Giuseppe Dell’Acqua, allievo e collaboratore di Basaglia.

Non si tratta, dicevo, di anniversari
rituali, ma della possibilità di riflettere su trent’anni di esperienza di cura
e assistenza psichiatrica, vissuta in una condizione che sembrava impossibile: senza manicomi. È la specificità
enigmatica dell’Italia, un paese nel quale a periodi di stagnazione e di
apparente impossibilità di realizzare qualsiasi cambiamento, in un intreccio
tra indifferente malcostume e mancanza di risorse, si alternano improvvisi
lampi di umanità e di intelligenza, capaci di illuminare un paesaggio inerte e
di aprire prospettive di trasformazione della vita quotidiana.

Sul Domenicale de Il sole 24 Ore del
21 febbraio, Eugenio Borgna non può non intervenire a nome de "L’anima perduta
della psichiatria": "La legge di riforma psichiatrica  consente, ora, di svolgere la migliore  delle psichiatrie possibili; ma, perché
questa si realizzi fino in fondo, una cosa è necessaria: che ci si confronti
con la sofferenza dei pazienti, con il loro lancinante dolore dell’anima,  con le loro disperate richieste di aiuto, le
loro  e quelle dei loro familiari…".

Dunque, non anniversari, ma trent’anni
che ci permettono, bionianamente, di apprendere dall’esperienza. L’anniversario irrita coloro che vorrebbero di nuovo mettere a
tacere la voce dell’umana sofferenza che trova le note della follia per farsi
sentire, contrastando i silenziatori farmacologici e organizzativi. La
psicoanalisi innanzitutto è un metodo di cura che ha la capacità di dare voce
a  tutto quello che è soggetto a un
processo di ‘silenziamento’ di ciò che è doloroso e difficile da accogliere,
ciò che non trova un posto nella mente individuale e nella vita sociale
condivisa. Urla del silenzio, come
recita il titolo di un film sulle torture del regime cambogiano, un evento
storico sufficientemente lontano ed estraneo alla nostra cultura, da potere
essere preso come esempio e metafora delle operazioni che sono rivolte a non
fare sentire umane sofferenze, più che a tentare di curarle o a trovare forme
possibili di convivenza tollerabile. A questa strategia del silenziare
ricorrono già i folli, che si chiudono nel loro isolamento, o nel delirio, o
nei sintomi del corpo o nelle azioni evacuative. Come se non bastasse,
l’organizzazione sociale  dopo il
Settecento si mise sulla stessa scia: fare tacere un dolore troppo grande,
insopportabile, rinchiudendolo in recinti appositi, nei quali proliferava
ulteriormente. "Zone del silenzio", create non come ospedali per rispettare la
quiete dei degenti, ma per tutelare la tranquillità  di chi non è abbastanza sordo da non
continuare a sentire qualche gemito.

Oggi, trent’anni dopo la decisione di
chiudere i manicomi, la tentazione ritorna: la voce del dolore di pazienti e
famiglie è troppo forte, meglio farla tacere. Eppure la psicoanalisi invita ad
ascoltare ciò che è stato rimosso, ciò che non è mai emerso alla luce della
coscienza, ciò che è stato cacciato via nel sintomo, o scisso e proiettato in
altri mondi, extraterrestri. Ascoltare è doloroso e difficile, crea problemi,
invece di risolverne, ma costituisce la premessa di qualsiasi cura della
sofferenza, anche di quella mentale.

La decisione di chiudere i manicomi ne
è stata la premessa indispensabile, per ricominciare a occuparsi del soggetto
umano e delle cure più adatte ad attenuare la sua sofferenza e quella
dell’ambiente in cui vive. Il coraggio e la visionarietà di Basaglia sono stati
senza paragoni, come pure l’onestà e la capacità di restare al suo posto per
realizzare il mandato ricevuto dai cittadini da parte del ministro Tina
Anselmi, che fece varare la legge 180, il 13 maggio 1978, in momenti
politicamente personalmente drammatici, quattro giorni dopo il ritrovamento di
Aldo Moro , ucciso, in via Caetani. Uomini e donne normali, che vivono nel
mondo con competenza e coscienza, come oggi sarebbero necessari per continuare
a chiudere manicomi e aprire spazi di pensabilità e socialità.

Le critiche su come è stata finora
realizzata la riforma psichiatrica, con gli strumenti del ricovero in reparto
ospedaliero e la cura sul territorio, hanno senso e devono essere utilizzate
per realizzare più pienamente la riforma psichiatrica e l’ascolto della voce
della sofferenza mentale. I limiti e i difetti sono moltissimi, ma niente è
lontanamente paragonabile alla devastazione del manicomio, che  riproduceva all’esterno un processo di
silenziamento e  di distruzione che è
sempre in procinto di riaffacciarsi 
all’interno di ciascuno, verso se stessi e verso gli altri: sedare,
silenziare, ignorare, rinchiudere, le "urla del silenzio". Il manicomio è un
rischio sempre presente nella psiche umana: costruirlo anche all’esterno crea
un circolo vizioso di continuo rafforzamento, che finisce per presentarsi alla
coscienza come una muraglia insormontabile da conservare e ricostruire
continuamente.

Qualcuno, Basaglia, non se ne è
lasciato intimidire, e ha dato a tutti noi la possibilità di lavorare per
ricercare metodi di cura che non comportassero nuovi silenzi e nuove chiusure.
Su questo terreno ritengo che sia importante riconoscere lo straordinario
valore dell’opera basagliana che ha costituito un punto fermo dal quale
partire. Dopo di lui, i discorsi sulla sofferenza mentale non possono più
essere generici, ma devono entrare nel merito di quali cure per quali pazienti,
in un nesso relazionale che non isola il folle, ma lo include nel processo di
cura e di vita sociale: terapeuti e pazienti, sofferenza del soggetto e ricerca
scientifica, io e altro.