Da Freud a Parigi – Purtroppo siamo “umani”

DA FREUD A PARIGI – PURTROPPO SIAMO “UMANI” 

Cono Aldo Barnà
psichiatra, psicoanalista- Vicepresidente della Società psicoanalitica italiana

Freud ha scoperto che l’essere umano è una narrazione di ricordi, di fantasie e di mitologie. Il vissuto e la sofferenza che tale narrazione comprende sono universali e particolari insieme; quello che è successo, di reale e di fantasmatico, ha comunque lasciato segni: cicatrici sintomatiche attive.

In anni non lontani da quelli delle formulazioni freudiane, già Darwin aveva affermato, non senza un personale turbamento, che non siamo altro che “animali”, frutto di una storia complessa: la nostra evoluzione.

Un’evoluzione che contiene il segreto della crescita e della triplicazione del cervello negli ultimi tre milioni di anni. Crescita nel corso della quale sono comparsi gli strumenti per la manipolazione della natura e la nostra autocoscienza. Forse assieme ad esse sono comparsi l’onnipotenza narcisistica dell’uomo e il senso di colpa. Una coppia funzionale che si è installata, accanto al determinismo biologico, nella nostra evoluzione culturale.

Il risultato felice di tale dialettica dovrebbe condurre alla formazione di un Io poltico-sociale, capace di riconoscere e rispettare l’interesse comune alla base della nostra personale libertà, in quanto guidato da una salda coscienza morale.

A questo punto però è importante riconoscere che svolgiamo le nostre riflessioni in una congiuntura socio-politica nella quale si sta declinando l’ipotesi che il futuro sia un’epoca postuma, nel senso che la fiducia nel progresso complessivo dell’umanità appare come una fede tramontata, un’illusione di altri tempi. Uno dei problemi riconosciuti alla base di questa condizione di sfiducia nel progresso consiste nell’indebolimento della capacità delle istituzioni democratiche del mondo di sottoporre a un effettivo controllo il potere delle oligarchie economiche e politiche, le quali dispongono di mezzi enormi per influenzare gli strati subalterni a sostegno dei propri interessi.

In termini macro-economici siamo di fronte ad un “nuovo paradigma” della globalizzazione che fa preventivare la prossima “delocalizzazione” di circa il 20% dei posti di lavoro delle economie occidentali.

L’analisi della situazione ambientale del mondo denuncia frattanto la scomparsa progressiva di migliaia di specie che si estinguono travolte dalla violenta accelerazione dell’effetto serra. Stiamo così cancellando la vita dei 5-10 milioni di specie con cui condividiamo il pianeta a un ritmo che è circa dell’uno per cento l’anno.

Secondo il Living Planet Report, a parte l’effetto serra, preleviamo più acqua, più minerali, più pesce di quanto gli eco-sistemi possano produrre. Sembra così che già a partire dal 2040 i mari saranno spopolati.

La calotta di ghiaccio della Groenlandia si scioglie al ritmo di 100 miliardi di tonnellate all’anno. Con tale ritmo si prevede che entro il 2050 saranno scomparse un milione di specie animali e vegetali. Addio Calcutta, addio San Francisco, addio Olanda.

Molti biologi descrivono quanto sta succedendo sotto i nostri occhi come la sesta estinzione di massa della storia della terra, la prima che porta la firma dell’uomo.

L’uomo quindi, creato ad immagine del Creatore di tutte le cose, l’unico “animale” capace di speculazione riflessiva a motivo dello sviluppo della sua corteccia cerebrale, ciò che lo rende capace anche di visualizzare il bello, di concepire la morte e di produrre la musica di Mozart; ebbene l’uomo, nella sua articolazione planetaria individuo-gruppo-istituzione, sta producendo, assieme alla persistenza delle sperequazioni, delle guerre e dei fondamentalismi, condizioni irreversibili di danneggiamento del suo habitat.

Certamente tutto ciò è relativo ad un fallimento della politica e soprattutto del dialogo tra i vari modelli di sviluppo, che si stanno rivelando insufficienti e incongrui rispetto alla distribuzione delle risorse, alla pace e alla stessa sostenibilità ambientale da parte del nostro pianeta.

Più profondamente è un fallimento e una condizione inquietante dell’uomo, del suo “buon senso” e delle prerogative costruttive delle formazioni collettive in cui egli si declina: soprattutto delle istituzioni che si è dato.

Un fallimento antropologico direi: ciò che ci fa parlare dell’uomo come di un “animale sbagliato”, alla fine sostanzialmente distruttivo e incapace di sopravvivere alle contraddizioni in cui si avvita.

A proposito di tutto ciò, nel tentativo di capire tale tragica evoluzione e le insistenti difficoltà a cercare utili rimedi di “civiltà”, ci vengono in aiuto, per prime, le categorie metapsicologiche formulate da Freud a proposito dell’individuo e delle formazioni sociali. Soprattutto ci vengono incontro le preziose teorizzazioni di tanti autori sugli aspetti narcisistici distruttivi dei gruppi umani e delle istituzioni “in sofferenza” (Kaes, 1988).

Non mi sembra quindi che certe letture dell’istituzione appartengano alle ubbie di una generazione radicalmente anti-istituzionale. Esse, più e oltre che all’estensione del “senso comune”, appartengano all’analisi della distruttività ineluttabile dell’individuo e del gruppo e alle forme antiche e moderne in cui essa si declina, nonostante le nostre aspettative professionali e politiche.

In questa visione dell’individuo e della gruppalità della mente siamo debitori di tutta la tradizione psicoanalitica, a partire da Freud per giungere, attraverso la Klein, a Meltzer e a Bion, mediante cioè la formulazione di tutti quei concetti che hanno, prima, fondato l’esistenza del “mondo interno” e poi quello di “gruppalità interna”, di “campo”, e di “interiorizzazione trans-generazionale”  del soggetto.

Non vorrei però concludere con l’impressione che lo sviluppo di un modello psicodinamico di lettura dei fatti abbia finito per rendere meno vivo e attento il vertice storico-politico della mia comprensione di essi.

Ho così l’impressione, e con ciò concludo, che il modello di sviluppo capitalistico dominante abbia sancito l’evoluzione moderna antagonista dei contesti gruppali, giustificando in termini funzionali gli aspetti psichici profondi di carattere narcisistico operanti in essi a discapito delle valenze solidaristiche e cooperative basate sui movimenti depressivi di “accoppiamento”.

Non trovo peraltro convincenti le recenti teorizzazioni a favore dell’avvento di una nuova economia collaborativa o le ipotesi relative ad un modello di governance mondiale adatto a controllare l’egoismo sfrenato degli stati.

Ritengo comunque che l’equilibrio possibile, se ce ne potrà essere qualcuno, non dovrebbe essere lontano, qualora ciò fosse possibile, da una del tutto miracolosa risultante virtuosa dell’intreccio problematico che ha riguardato me e la mia generazione. Mi riferisco alla generazione nata attorno alla fine del secondo conflitto mondiale, e cresciuta in un dopoguerra stentato dapprima, ma anche generoso di avanzamenti e conquiste materiali e ideali.

In quel dopoguerra, la nostra ricerca si svolgeva nell’assimilazione del principio aristotelico secondo il quale l’uomo trova nel “fare politica” la misura insieme de sé e dell’altro, o, per dirla con Don Milani: “la politica è uscirne insieme”.

Ma questo richiede un discorso più ampio.

Cono Aldo Barnà