Sul terrorismo

SUL TERRORISMO

Le vicende degli ultimi giorni, degli ultimi mesi, degli ultimi anni riguardanti il terrorismo, mi spingono ad intervenire in quanto psicoanalista. Non voglio intervenire nel dibattito infinito e inconcludente sugli aspetti sociologici, politici, economici, ma più precisamente sugli aspetti psicodinamici. Infatti la psicoanalisi studia la dinamica psicologica degli individui e dei gruppi. In psicoanalisi di gruppo studiamo quanto accade nei piccoli gruppi terapeutici. Essa pertanto si basa sulla clinica. Da trentanni conduco piccoli gruppi terapeutici psicoanalitici. Da Bion ho ricavato l’idea che a differenza dei gruppi allargati e delle masse, i piccoli gruppi hanno le stesse leggi psichiche dei gruppi sociali, nazionali o sovranazionali. In questo piccolo lavoro mi occuperò dei fenomeni e delle motivazioni psichiche profonde di questi gruppi nella società in cui viviamo. In un lavoro di psicoanalisi di gruppo: “L’Assunto di base di Omertà”, in cui propongo un nuovo Assunto di base non previsto da Bion nella sua teoria degli Assunti di base. Questo nuovo Assunto di base di Omertà si presenta nella dinamica psicologica di un gruppo quando l’angoscia di estinzione del gruppo stesso, di cui parla un gruppo di colleghi argentini, o, direbbe Bion, di frammentazione e dissoluzione o di guerra civile autodistruttiva del gruppo, è molto forte e che non si è realizzata nel gruppo un Assunto di base diverso che riesca a placare l’angoscia di fine del gruppo. Questo Assunto di base di Omertà si fonda sull’idea che ci sia, per salvare il gruppo, bisogno di mantenere un segreto, anche se non si è certi che ci sia realmente un segreto da mantenere. In quel lavoro sottolineo come il terrorismo sia una funzione del gruppo stesso. In una condizione di insicurezza nel presente della vita quotidiana, di confusione nelle leggi, di ambiguità 2 nelle relazioni, di fragilità di tutte le istituzioni, di povertà nell’ideazione, di appiattimento nei piccoli bisogni facili e immediati, di asservimento nel seguire l’imbonitore di turno. In una simile condizione di vita della società, un Gruppo di Lavoro Specializzato prodotto dal gruppo stesso, instaura un clima di terrore coll’intento subdolo e violento di svegliare tutti dal torpore della morte. È quindi un tentativo malato di salvare il gruppo dalla disperazione e dall’impotenza, minacciando l’estinzione. È come se in modo folle volesse, questo gruppo terroristico, aprire o far intravvedere una strada nuova, una nuova possibilità, un nuovo assetto istituzionale e di potere. A complicare la situazione negli ultimi episodi di terrorismo c’è la particolarità che gli atti di terrore sembra siano determinati da fattori esterni al gruppo sociale proprio del territorio di appartenenza. A questo proposito ci sono tre considerazioni da fare. 1) La globalizzazione non si riferisce soltanto alle merci, a seconda di quanto è interessato ad attuare il liberismo, ma anche alla libera (si fa per dire) circolazione delle persone e dei gruppi. 2) Viene spesso confuso l’atto di guerra con l’atto terroristico. Più che confuso dovremmo dire è maliziosamente interpretato così da chi non ha alcuna nozione etica di responsabilità. Riconoscere un atto di guerra significa riconoscere uno statuto di leggittimità a quell’atto che chi ne dovrebbe trarne le conseguenze preferisce confondere con atti vili e illeggittimi di terrorismo, addossando così tutte le responsabilità ai gruppi terroristici ai quali non viene riconosciuta una chiara identità perché è facile far cadere tutto nell’ambito del segreto e dell’ambiguo. 3) Spesso i gruppi terroristici sono misti tra membri esterni e membri interni alla società nazionale in cui si svolge l’atto terroristico. Anche perché si verificano veri e propri spostamenti funzionali tra membri di 3 una nazione che vanno addestrati da gruppi stranieri in territori stranieri. Ciò accade per una globalizzazione delle funzioni terroristiche di diverse società che hanno, non solo culture, ideologie, religioni diverse, ma anche interessi diversi e contrastanti. Rispetto a tutto questo confondere i limiti, piuttosto che acquisire e diffondere la pensabilità, i centri di potere e responsabilità, quelli che nel piccolo gruppo sono definiti i Gruppi di Lavoro, e i responsabili della comunicazione, che nei nostri gruppi sarebbe compito del conduttore, si attestano su posizioni persecutorie. I terroristi sono i nemici esterni, bisogna difendersi dall’esterno, chiudere i confini, cacciare gli stranieri, andare a fare la guerra. A parte il fatto che per definizione il terrorismo non si può combattere con la guerra perché non è uno stato responsabile. Qui c’è un esempio di confusione nell’affrontare gli ultimi avvenimenti. Da una parte si dice che l’Isis non è uno stato e non gli si riconosce a livello internazionale un diritto di esistenza istituzionale, ma dall’altra si dice che sia necessario fare la guerra a questa entità. Non si riesce comunque a pensare che il tragico fenomeno del terrorismo è un fatto interno e non esterno. Questa impensabilità è la causa di una impossibilità di capire, di scoprire, di prendere coscienza e quindi di poter pensare al modo come risolvere il problema stesso. Noi analisti quindi non è vero che possiamo far poco e quindi deresponsabilizzarci, ma dovremmo promuovere in tutte le sedi: a cominciare dalla nostra stanza di analisi con gli analizzandi individuali e di gruppo, nei momenti ufficiali di incontri scientifici, con comunicati ai vari gradi di responsabilità politica, economica, e di stampa, la nostra diagnosi del fenomeno e di indurre e promuovere l’autocoscienza attraverso il sostegno alla pensabilità contro il vero ed ultimo memico che è l’impensabilità sempre più diffusa.

RICCARDO ROMANO